Arcivescovo Metropolita  Emerito

di Catanzaro-Squillace

S. E. Mons. Antonio Cantisani

Il Colibrì ringrazia e abbraccia amorevolmente Mons. Cantisani per il grande lavoro svolto e che continua a svolgere, al servizio degli umili,  degli emarginati e dei migranti, portando il lieto annunzio di Cristo Risorto nella terra di Calabria.

Mons. Antonio Cantisani

CURRICULUM VITAE

 

Nato il 2 novembre 1926 a Lauria (Potenza), già Diocesi di Policastro Bussentino, ora di Tursi-Lagonegro. Entra nel Pontificio Seminario Regionale di Salerno il 10 ottobre 1942.
E’ ordinato Presbitero a Lauria da Mons. Federico Pezzulo, Vescovo di Policastro, il 16 giugno 1949.
Vicerettore del Seminario Diocesano di Policastro e Insegnante di Lettere nel Ginnasio nell'anno scol. 1949/50. E’dichiarato Baccelliere in Sacra Teologia il 28 giugno 1950.

Nominato Canonico del Capitolo Cattedrale di Policastro il 25 febbraio 1953. Dal 1953 al 1956 Cancelliere della Curia Vescovile.

Insegnante di Latino e Greco dal 1953 al 1956; di Greco fino al 1971 nel Ginnasio del Seminario. Dal 1953 al 1969 Assistente Díocesano della Giov. Femminile di A.C.; dal 1970, Assistente Diocesano di tutta l'Azione Cattolica. Consegue la Laurea in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense discutendo la tesi "Testimonianze di diritto e disciplina ecclesiastica nelle opere pastorali di S. Agostino" il 28 giugno 1954. Nominato Parroco di Sapri (Salerno) il 7 ottobre 1956.
Cappellano di Sua Santità il 17 marzo 1962. Membro del Consiglio Presbiterale Diocesano e della Commissione Presbiterale Regionale. Segretario del Consiglio Pastorale Diocesano.
Eletto Arcivescovo di Rossano il 18 novembre 1971. Riceve l'Ordinazione Episcopale a Sapri il 27 dicembre 1971 per le mani di Mons. Federico Pezzullo, Vescovo di Policastro. Conconsacranti: Mons. Enrico Nicodemo, Arcivescovo di Bari; Mons. Umberto Altomare, Vescovo di Teggiano e Amm. Apostolico di Policastro; Mons. Giovanni Rizzo, già Arcivescovo di Rossano; Mons. Vincenzo De Chiara, Vescovo di Mileto; Mons. Santo Bergamo, Ammin. Apostolico di Rossano. È presente Padre Teodoro Minisci, Archimandrita di Grottaferrata. Entra nell'Arcidiocesi di Rossano il 16 gennaio 1972.
Dal 1 maggio 1978 al 16 giugno 1979 Amministratore Apostolico di Cassano Jonio. Dal 7 aprile 1979 Vescovo di Cariati (unita in pari data "aeque principaliter" all'Arcidiocesi di Rossano). Eletto Arcivescovo di Catanzaro e Vescovo di Squillace il 31 luglio 1980.

Inizia il ministero episcopale: a Catanzaro il 20 settembre 1980, nella Diocesi di Squillace il 27 settembre 1980. Dal 30 settembre 1986 Arcivescovo di Catanzaro-Squillace.

Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni e il Turismo (CEMIT) - Triennio 1982/85.
Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni per il quinquennio 1985-1990. Dal 1987 è anche Presidente della Fondazione "Migrantes" eretta dalla CEI. Il 5 giugno 1990 è stato confermato dal Consiglio Permanente della C.E.I. Presidente della suddetta Commissione per un altro quinquennio (1990/95).
Il 17 dicembre 1990 è stato nominato dal S. Padre Consultore del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Presidente della Conferenza Episcopale Calabra dal 1 gennaio 1995.

Dal 30 aprile 2001 Arcivescovo Metropolita.

S.E Mons. Antonio Cantisani

L'ultimo lavoro di S. E.  Mons. Antonio Cantisani  arcivescovo emerito di Catanzaro - Squillace:

 

 La forza del sorriso
Mons. Giovanni Fiorentini
arcivescovo di Catanzaro e vescovo di Squillace
 
(1919 - 1956)

(dall'Introduzione)

"E' forte la speranza che sia riuscito ad offrire di mons. Giovanni Fiorentini un profilo biografico sufficientemente completo. ... (continua alla pag. Libri in Vetrina)

Il 16 giugno u.s. Mons. Antonio Cantisani, arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace, ha ricordato nella preghiera il 60° anniversario della sua ordinazione sacerdotale nella chiesa di S. Maria del Bosco in Serra S. Bruno. Dopo la meditazione del prof. D. Vincenzo Lopasso su S. Paolo, Mons. Cantisani ha presieduto l'Eucaristia, concelebrata dall'arcivescovo Mons. Antonio Ciliberti e oltre 70 presbiteri. Ha tenuto l'omelia Mons. Vincenzo Rimedio, vescovo emerito di Lamezia Terme. Erano presenti anche alcuni diaconi ordinati da Mons. Cantisani e un gruppo qualificato di laici. Domenica 21 giugno, l'arcivescovo emerito ha voluto ricordare la ricorrenza anche nella Chiesa parrocchiale di S. Nicola di Bari in Lauria Superiore, ove era stato ordinato. Siamo lieti di pubblicare il suo "grazie".

 

60 anni orsono, e precisamente il 16 giugno, giorno in cui si celebrava quell'anno la solennità del Corpus Domini, venivo ordinato presbitero - sacerdos in aeternum - dal "mio" vescovo Mons. Federico Pezzullo. Già, "mio" vescovo: credo che a nessun pastore sia stata concessa la grazia e la gioia come a Mons. Federico Pezzullo di accogliere un ragazzo in Seminario, di farlo prete e di ordinarlo, poi, dopo 22 anni, vescovo. Proprio il 16 giugno, martedì scorso, l'evento che ha segnato per l'eternità la mia esistenza, ho voluto ricordarlo nella preghiera, con la celebrazione dell'Eucaristia che il mio successore a Catanzaro e i presbiteri di quella Chiesa hanno voluto che io presiedessi nella chiesa di S. Maria del Bosco alla Certosa di Serra S. Bruno. Ma fui ordinato presbitero in questa Chiesa parrocchiale e in questa Chiesa cantai il 19 giugno 1949 la prima messa solenne, dopo essere stato prelevato in casa - secondo la tradizione del tempo - dai sacerdoti della parrocchia: l'arciprete D. Antonio Calcagno,D. Nicola Calcagno, D. Ciccio Pittella, D. Giuseppe M. Ielpo, D. Antonio Spagnolo, D. Vittorio Alterio. Il vicario foraneo D. Egidio Casentino, mio insegnante ed educatore nei cinque anni di ginnasio, era stato chiamato al premio dei giusti l'anno precedente. D'altra parte, le vocazioni - come i santi - non nascono come funghi, ma sono espressione della fede dellacomunità. E questo è particolarmente vero per una comunità come quella di Lauria, che ha espresso nel corso della sua storia tanti autentici preti e - due secoli orsono - quel gigante della santità sacerdotale che è stato il Beato Domenico Lentini. Ero ancora un ragazzo delle elementari, quando una persona mi chiese cosa volessi fare da grande. "Il prete", risposi. E quella persona soggiunse: "Bravo, purché come il Servo di Dio, santo"! Era, pertanto, un preciso dovere, ma anche un bisogno profondo dello spirito essere qui per dire grazie - e di vero cuore - alla mia comunità di origine per il dono che il Signore ha voluto farmi della vocazione sacerdotale. Certo, dire grazie alla mia comunità cristiana non può farmi dimenticare che per il dono della vocazione devo esprimere la mia gratitudine innanzitutto a quella comunità che è la prima Chiesa: la famiglia, la mia famiglia. Felice, nella totalità dei suoi membri, di aver potuto offrire il primogenito alla Chiesa, aiutandolo ad appartenere esclusivamente a questa più grande famiglia. Vorrei ricordarli tutti! Papà e mamma: ne hanno passate notti a lavorare perché io potessi esser prete; mio fratello Mattia, che a 15 anni era andato a lavorare con papà all'Ilva di Bagnoli, per mantenere il fratello maggiore in Seminario; nonno Mattia, il quale aveva chiesto al Signore la grazia di poter vedere il suo primo nipote prete. I suoi voti furono esauditi: l'ultima volta che è uscito, è stato il giorno della mia ordinazione. Ed è morto giusto il mese dopo, dopo aver ricevuto proprio da me l'unzione degli infermi, mentre celebravo la messa in onore della Madonna del Carmine. E ricordo anche una delle mie nonne, che, da quel 16 giugno, dopo l'ordinazione, mi dava il "voi", come segno di rispetto al sacerdote.

Grazie, dunque, alla mia famiglia; e grazie alla mia comunità. Quanti volti sono presenti alla mia mente e al mio cuore; dalla prima maestra Donna Peppina Dodero, che m'insegnò a "tener la penna in mano" a Tanuccia Cozzi, che fu per tanti anni maestra di catechismo. Ma consentitemi di dire un grazie tutto particolare a tutti voi che costituite questa santa assemblea e mi fate un regalo davvero prezioso unendovi a me nel ringraziare il Signore del dono del sacerdozio ministeriale e degli immensi benefici di cui mi ha ricolmato in questi 60 anni di servizio. Oggi voi mi fate rivivere, con un'intensità unica, cosa è successo di sconvolgente, di meraviglioso in quella indimenticabile giornata, che, tra l'altro, ricordava - lo fece notare nell'omelia Mons. Pezzullo - l'apparizione del Cuore di Gesù a S. Margherita Maria Alacocque ("Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini"). Più tardi il S. Curato d'Ars avrebbe detto: "Il sacerdote è l'amore del Cuore di Gesù". Quante volte, in occasione delle ordinazioni sacerdotali da me conferite, ho ripetuto le parole di S. Teresa d'Avila: "Non basterà l'eternità per ringraziare il Signore di questa vocazione speciale". Man mano che son passati gli anni mi son convinto che è proprio così.

60 anni di sacerdozio! Vuol dire che ho celebrato circa 25 mila messe! C'è proprio da tremare, se è vero - come è vero - che una sola messa può farci santi. Aiutatemi a chiedere perdono se non ho risposto sempre con la dovuta generosità alla "predilezione" di cui il Signore nella sua assoluta gratuità ha voluto circondarmi. Ma aiutatemi in particolar modo a cantare inni di lode al Signore per la sua fedeltà: è per la sua fedeltà che mi è consentito di parlare di 60 anni di sacerdozio come di 60 anni di gioia.

Si dice che io abbia annunziato la gioia nella mia vita sacerdotale. Può darsi. È, peraltro, dovere di ogni annunziatore del Vangelo. Certo è che, se è così, ho semplicemente testimoniato un dono del Signore, dicendo la verità quando affermavo che "non riesco a concepire un prete che non sia felice". Quel giorno! Ho avuto una coscienza sempre più viva – a livello, certo, teologico, ma soprattutto esperienziale - che quel giorno sono stato davvero "afferrato" da Cristo, il quale per mezzo dello Spirito Santo mi ha configurato in tutto il mio essere a Lui, pastore e sposo della Chiesa. Ho sentito che appartenevo "fisicamente" – permettetemelo questo termine, è di un grande scrittore - al "mio Signore", e questa realtà mi ha dato una sconfinata fiducia, la fiducia che egli avrebbe realizzato il suo progetto nelle anime anche e soprattutto attraverso la mia debolezza. E la fiducia si è fatta più piena, quando, sempre mediante l'esperienza, mi rendevo sempre più conto della natura radicalmente comunitaria del sacerdozio. Il presbiterio: la mia forza, il mio gaudio! E che dire della grazia del ministero? Nel servizio della Parola, in un crescendo che ha sconvolto - positivamente, è ovvio - innanzitutto me, mi sono premurato di dire alle persone che ho incontrato non tanto ciò che noi dobbiamo fare nei confronti di Dio quanto piuttosto ciò che Dio ha fatto per noi. E Dio, con Gesù Cristo, ci ha detto tutto e ci ha dato tutto. Mi sono, in concreto, preoccupato di infondere fiducia, ricordando - sempre, se non esclusivamente - che il Signore ci ama, ad uno ad uno, nella situazione concreta, con amore infinito e incondizionato. Ho, poi, diritto a parlare di gioia del mio sacerdozio, perché il Signore mi ha chiamato ad esser testimone delle meraviglie che la sua misericordia opera nelle anime, in special modo nel sacramento della Riconciliazione, considerandole tutte chiamate e avviate - nell'assoluto rispetto della libertà - verso quella santità che poi Papa Wojtyla avrebbe definito "misura alta della vita cristiana ordinaria". Il Sacramento della Penitenza come festa! È stupendo aver potuto dire a migliaia e migliaia di persone: "L'amore di Cristo ti avvolge… Tu sei in Cristo creatura nuova. Sei realmente figlio di Dio, e perciò è la gioia la tua vocazione, il tuo dovere, il tuo destino". Ma non posso fare a meno di sottolineare che la sorgente più ricca della mia gioia sacerdotale è stata l'Eucaristia. E l'ho ripetuto spesso: l'Eucaristia è la ragion d'essere del prete. Ne do molto merito al Seminario di Salerno che mi ha preparato al Sacerdozio. Già dal 1° anno di liceo mi fece innamorare della Liturgia. "Cosa fanno quei giovani tanti anni in Seminario?", si chiedeva qualcuno. E una donna del popolo rispose così: "Imparano a dir messa, a far dell'esistenza intera una messa". Era proprio così! Quando, poi, venne la riforma liturgica, già prima del Concilio, la gioia esplose, perché venivano scoperti tesori inesauribili di santità e di grazia. La messa! Stavo per dire: la messa col popolo, perché la messa è sempre così, anche nel caso in cui talvolta capita di celebrarla da solo. Eccoci, allora, al terzo motivo per cui il Signore mi ha ricolmato di gioia: in maniera sempre più chiara mi ha fatto riscoprire il necessario, intrinseco riferimento del presbitero alla Chiesa, popolo di Dio. Il presbitero uomo di comunione, mandato a costruire la famiglia di Dio, impegnato a coinvolgere tutti nella costruzione di questo edificio spirituale. Da qui alcune mie "fissazioni": i giornali "Tuttinsieme" e "Comunità nuova", gli organismi di partecipazione (a Sapri riuscii a costituire uno dei primi consigli pastorali di Italia), la valorizzazione del carisma del laicato. Ho sempre ritenuto e predicato che tanto più un prete è felice quanto più vede che dal suo servizio pastorale vengon fuori quei cristiani liberi e responsabili che sanno animare di spirito evangelico le realtà storiche nelle quali sono immersi. Certo è che mi sono sentito arricchito dal contatto con la gente, con quella gente che il Signore mi ha dato e non ero stato io a scegliere. Lauria, Policastro, Sapri, Rossano, Cassano, Cariati, Catanzaro, Squillace: non c'è stato mai alcun problema. Ho sperimentato, proprio ascoltando la gente, che tanto più il prete è fedele alla sua vocazione, quanto più è e cerca di essere l'uomo per gli altri. È risuonato spesso nella mia mente e nel mio cuore il ritornello che il mio vescovo mi intonò proprio nel giorno della mia ordinazione: "Il prete è un uomo mangiato". Avrà pure dei limiti, e potrà pure fare scelte discutibili e sbagliate (e mi è successo!), ma, alla fine, quel che conta, è dare tutto e darsi tutto. Si sentirà così, il prete, il più realizzato anche a livello umano, fatto partecipe della beatificante paternità di Dio.

Tante volte mi è piaciuto ripetere: il sacerdozio, mysterium tremendum et fascino sum (ma il secondo aggettivo - "affascinante" - mi piace di più). A quale altezza mi ha chiamato il Signore in questi 60 anni, e quanto ne sono rimasto distante! Vi chiedo ancora una volta di pregare per me il Signore perché mi usi misericordia. E vi chiedo di pregare perché, nei giorni che mi rimangono, si realizzi l'invocazione che gli rivolgevo proprio quel 16 giugno di 60 anni fa (era scritta sull'immaginetta- ricordo): essere ostia per la salvezza del mondo intero. Ostia nelle mani di Cristo sacerdote, dandomi la grazia di ripetere: laetus obtuli universa ("offro tutto con gioia"). E se proprio volete farmi un regalo che mi sia particolarmente gradito, impegnatevi a pregare ogni giorno per le vocazioni sacerdotali. Dico, anzi, di più: ai giovani - specialmente qui a Lauria, ove respirano l'aria di un prete- prete come il Beato Lentini - sappiate fare la proposta della vocazione agli ordinisacri con accresciuto coraggio e più intensa fiducia. Gridatelo forte, che è bello esser prete! Come ieri e più di ieri. E tanti - sulla scia di D. Maurizio, P. Vincenzo, D. Cristian, D. Tiziano, Luciano, Nicola, Gerardo… - diranno gioiosamente sì. Amen!

+ Antonio Cantisani

Arcivescovo emerito

 

Madonna di Pompei di P. Ugolino da Belluno (mosaico)- Catanzaro.

Significativo saggio dell'Arcivescovo emerito Mons. Antonio Cantisani "Culto di Maria tra gli emigrati calabresi". Tra le espressioni di religiosità popolare, la devozione alla Madonna, in Calabria, occupa un posto importantissimo, quindi è anche grandemente diffuso il culto di Maria tra i calabresi emigrati nel mondo. (per approfondire, rimando all'articolo del Prof. T. Guzzo sul n° 1 di "Comunità Nuova del gennaio 2009).

Giovanni Paolo II - Foto ricordo del Papa col suo seguito e l'Arcivescovo di Catanzaro-Squillace Mons. Antonio Cantisani, assieme a tutta la comunita' certosina
L'Arcivescovo Emerito Impartisce le Cresime

Nelle sue funzioni episcopali è servito dall'accolito Vittorio Politano.

LE SUE PUBBLICAZIONI

La parola non può fermarsi

Autore: Antonio Cantisani Prezzo: euro 22,00 Pagine: 675 ISBN: 9788895418179 Formato: cm. 14,5X21

 

 

edizione  "La rondine"- 2009

Vescovi a Catanzaro (1852-1918)

Autore: Antonio Cantisani Prezzo: euro 22,00 Pagine: 445 ISBN: 9788895418094 Formato: cm. 15X21

 

Cronotassi dei Vescovi di Catanzaro di Cesare Sinopoli ferma al 1905. Ad una certa età, però, era davvero poco serio pensare di far ricerche su sessantacinque vescovi. Ho deciso allora di partire dall’Unità d’Italia, anche allo scopo di far luce su problemi che, a un secolo e mezzo di distanza, interrogano ancora la coscienza cristiana. E così son riuscito finora a trattare dei quattro vescovi che hanno retto la diocesi di Catanzaro dal 1852 al 1918: Raffaele M. De Franco (1852-1883), Bernardo M. De Riso (1883-1900), Luigi Finoia (1900-1906) e Pietro Di Maria (1906-1918).
Ho seguito lo sviluppo cronologico delle vicende, ma nello stesso tempo ho fissato alcuni temi in capitoletti, dando ad essi un titolo – forse talvolta di sapore giornalistico – che ne facilitasse la lettura. E comprenderanno perché, sempre a questo scopo, non ho voluto distaccarmi da uno stile fatto di semplicità e d’immediatezza. Tutto perché il lavoro non dispiacesse agli specialisti, ma potesse andare in mano a tutti i presbiteri, agli altri operatori pastorali e, in fondo, anche ai semplici fedeli.
Sarà facile accorgersi, pur in una colluvie di nomi, che tanti problemi di ieri sono più che mai vivi oggi: il primato della Parola, una fede che si esprima nella vita, i rapporti tra fede e cultura, cristianesimo e impegno sociopolitico, Stato e Chiesa, la formazione del clero, il ruolo dei laici, il valore della comunione, l’associazionismo, la scelta preferenziale dei poveri, tanto per citarne alcuni. E sarà altrettanto facile scoprire quanta fatica la Chiesa è chiamata ad affrontare – pur in una fiducia che non può venir mai meno – per essere fedele all’annunzio di quel Vangelo che dà luce e forza anche nella costruzione della città terrena.
Certo, nel cammino del popolo cui essi appartengono, i cristiani troveranno positive esperienze di fede, coraggiose iniziative pastorali, generosi tentativi di una presenza liberante nella storia. E troveranno pure limiti, ritardi e forse anche controtestimonianze. L’ameranno allora anche di più, questa Chiesa che è mia Sposa e loro Madre, santa e peccatrice insieme, sempre bisognosa di purificazione. E, con una vita più coerente al Vangelo, procureranno di darle una veste nuova, che le consenta di mostrare sempre più chiaramente quel Gesù Cristo Crocifisso e Risorto che è la speranza dell’uomo e della storia.

Un pastore si racconta

Autore: Antonio Cantisani Prezzo: euro 12,00 Pagine: 264 ISBN: 88-901659-0-1 Formato: cm. 14X21

 

Figura eminente del cattolicesimo apprezzata anche al di là dell’ ambito nazionale, monsignor Antonio Cantisani ha lasciato, in particolare, un solco profondo nella Chiesa calabrese. La vita, il pensiero, l’opera sono ora argomento di un volume firmato dallo stesso presule e da Tommaso Migliaccio,giovane avvocato e giornalista catanzarese, ed è un invitante libro-intervista singolarmente ricco di contenuti, in sostanza un’ampia istruttiva autobiografica, distribuita in undici capitoli, che si legge con vivo interesse.

La preghiera cristiana

Autore: Antonio Cantisani Prezzo: euro 30,00 Pagine: 840 ISBN: 88-901659-3-6 Formato: cm. 14X21

La Calabria chiamata a riflettere su “Comunione” e “Speranza”
Parla in un’intervista S.E. Mons. Antonio Cantisani

 

Lei ha celebrato da poco 60 anni di sacerdozio: ci può raccontare un ricordo ancora vivo e presente della sua esperienza sacerdotale?

“Vuole un ricordo? Gliene dò 25.000: ognuna delle 25.000 Messe che ho celebrato! Un ricordo, però, glielo racconto davvero: il giorno in cui lasciai per raggiungere Rossano la parrocchia di Sapri che avevo servito per 15 anni - era precisamente il 16 gennaio 1972 e partivo da vescovo - non riuscii a trattenere le lacrime. È, comunque, bello ricordare il tempo del Concilio e del primo post-Concilio. Che stagione! La riforma liturgica; la "fame" della Parola di Dio (anche se allora non parlavamo di lectio), incontri ecumenici, esperienze di collegialità sacerdotale, una più concreta attenzione ai problemi della gente”.

Da parroco a vescovo come cambia la prospettiva della missione pastorale?

“Per me la prospettiva della missione pastorale da parroco a vescovo non cambiava per niente. Ero stato a Sapri per dare il mio contributo in quel territorio - attraverso la Parola, i Sacramenti e il servizio di guida - per costruire un’autentica comunità cristiana che rivelasse la presenza del Signore: con la stessa intenzione (e con la stessa passione!) andavo nella Chiesa dove lo Spirito mi mandava. La diocesi: una parrocchia più grande. Papa Giovanni XXIII diceva che il mondo era la sua parrocchia
In concreto, in parrocchia e in diocesi bisogna costruire una comunità che sia famiglia di Dio. Una comunità dove ci si ama ad uno ad uno dello stesso amore di Dio. E perciò, sia come parroco che come vescovo, la mia prima preoccupazione è stata sempre di coinvolgere il maggior numero di persone. Ho sempre cercato di evidenziare la dimensione "popolare" della Chiesa e di proporre la "sinodalità" come prassi ordinaria della vita del Popolo di Dio”.

Come vede questa Calabria da un punto di vista della maturità cristiana?

“Certo, c’è in Calabria tanta ricchezza di fede. E la stessa pietà popolare ha nuclei essenziali di fede autentica, che magari non si è riusciti a far emergere per una insufficiente evangelizzazione. Non possiamo prendercela con la gente per tante manifestazioni esteriori se prima non ci preoccupiamo di dare dei contenuti.
Più delicato è il discorso sulla maturità cristiana. In ogni diocesi della Calabria ci sono uomini e donne autenticamente cristiani che sanno testimoniare il vangelo nella vita di ogni giorno. Ma ce ne devono essere di più. Tutti, vorrei dire, perché tutti sono chiamati a quella santità che è "la misura alta della vita cristiana ordinaria". E perciò va rivista radicalmente la nostra prassi di evangelizzazione che, fatte ovviamente lodevoli eccezioni, a me pare un po’ vecchia e superata.
Ma se è vero che ci sono in Calabria tanti laici maturi, è necessario anche farli emergere. Mi è capitato talvolta di dire che il discorso sui laici iniziato con il Concilio mi è sembrato piuttosto interrotto. Urge riaprirlo, tale discorso. E dare fiducia! Solo così si avrà una Chiesa che sa rispondere alle attese del territorio”.

La Chiesa Calabrese si prepara a vivere un evento di carattere regionale, il convegno dell’ottobre prossimo, come dovrebbe essere preparato questo evento in considerazione dei tempi che viviamo?

“Occorre coinvolgere in questo evento così importante il maggior numero di persone. Tutti, direi: e non solo quanti girono attorno al parroco o aderiscono ad aggregazioni ecclesiali. Se uno solo dei battezzati rimane ai margini della costruzione della Chiesa, mancherebbe qualche lineamento al volto di Cristo che essa è chiamata a rivelare.
Ho l’impressione - e vorrei sbagliarmi - che la preparazione sia andata proprio così. Sono certo che al convegno le cose andranno meglio soprattutto nel metodo dei lavori. Dovrà essere una partecipazione davvero corale, e ci si ricorderà che la legge di crescita della Chiesa è il dialogo fatto di libertà e di coraggio. Già così il convegno sarà una forte esperienza di Chiesa. Non basterà, comunque: bisogna anche arrivare a decisioni, poche magari ma concrete, su cui però convergano tutti e su cui bisognerà impegnare tutte le Chiese di Calabria. Scelte anche significative vengono purtroppo non di rado portate avanti solo da poche persone. Non è una pastorale che incide quella "delegata agli addetti ai lavori".

Chi non dovrebbe mancare a questo evento? (giovani, politici, professionisti…)

“A questo evento non dovrebbe mancare assolutamente nessuno. Mi piace insistere: è l’intero Popolo di Dio, nella varietà dei carismi e di ministeri, soggetto di pastorale. Sono, intanto, certo che sarà dato grande spazio ai giovani, giustamente considerati antenne che percepiscono prima le vie lungo cui la società è chiamata a camminare nel futuro. Significativa sarà anche la presenza dei politici, perché con una forte esperienza di Chiesa scoprano l’effettiva possibilità di fare della politica la più alta espressione di amore: tante volte ci lamentiamo che essi si sono allontanati; è forse, però, vero che anche noi li abbiamo lasciati soli. E con i professionisti ci saranno operai, casalinghe e rappresentanti di ogni categoria. Una Chiesa di élite non è la Chiesa di Gesù Cristo”.

Il tema del Convegno è composto da tre parole: Chiesa, Comunione e Testimonianza. Quale equilibrio tra loro dovrebbero avere questi tre imperativi? Quali sono i modi per rendere visibili, agli occhi del mondo, queste tre dimensioni?

“Non c’è da cercare alcun equilibrio perché, in fondo, Chiesa comunione e testimonianza coincidono. La vera Chiesa è comunione. È precisamente una comunità che vive ed esprime la comunione trinitaria. Non si tratta di norme da osservare, bensì di una realtà da vivere. La comunione è un dono dello Spirito. Dopo 20 secoli di cristianesimo facciamo ancora fatica a renderci conto che esso è innanzitutto la religione della grazia. Certo, il dono va accolto. E perciò mi piace ripetere spesso l’espressione di Bonhoeffer "non si dà la grazia a buon mercato", sottolineando la necessità di porre continuamente gesti di comunione, di vivere la propria vocazione come servizio alla comunione, di potenziare gli ambiti di comunione (e il pensiero va ovviamente ai Consigli presbiterali e pastorali).
Solo inseriti in una comunità che vive così possono essere formati quei cristiani maturi che, alla sequela del Signore, vivono la loro esistenza come dono e servizio. Se è vero però che ogni cristiano sempre e comunque deve essere testimone del Crocifisso risorto, è altrettanto vero che la testimonianza che può davvero scuotere il mondo di oggi è quella della comunità cristiana. "Da questo - ci ha detto il Signore - riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". La Chiesa annunzia Cristo innanzitutto e soprattutto per quel che essa è: comunione.
In concreto, la prima preoccupazione pastorale deve essere questa: costruire autentiche comunità cristiane, che siano perciò alternative (mi si consenta il termine) ad una società che segue la pseudo-logica dell’individualismo e del consumismo. Penso, dicendo così, innanzitutto alla parrocchia, ma penso forse ancor prima alla famiglia, la "Chiesa nella casa". La pastorale della famiglia deve avere davvero carattere di priorità. S’intende la famiglia soggetto di pastorale: essa è segno di ciò che la Chiesa e tutta l’umanità è chiamata ad essere, una sola grande famiglia, la famiglia di Dio”.

Quanto c’è di positivo in Calabria degli ambiti affidati dal Convegno di Verona come attenzione verso l’umanità? Potrebbe dare un ordine d’importanza dal più urgente al meno urgente? Affettività - Lavoro e Festa - Tradizione - Cittadinanza.

“È difficile rispondere perché per ogni ambito ci sono in Calabria luci ed ombre. Confesso subito però che dell’instrumentum laboris mi ha colpito una frase: "Questo, e cioè la mancanza di lavoro, è per i calabresi il problema". Proprio così: il problema! E perciò bisogna affrontarlo con assoluta determinazione: istituzioni pubbliche, forze politiche e sindacali, sociali e culturali, ma urge l’impegno di tutti.
Si spiega allora perché darei particolare importanza all’ambito della cittadinanza. È indubbiamente forte il senso dell’appartenenza dei calabresi alla propria terra. L’ho capito operando in particolar modo con i nostri emigrati: quanto più hanno cercato di essere fedeli alle loro radici tanto più hanno dato un originale contributo alla crescita del Paese ove essi vivono. Ma la coscienza di appartenere ad una comunità deve portare ad assumere la responsabilità dei problemi di quella comunità. In parole semplici, la cittadinanza è autentica se è cittadinanza attiva. È proprio vero che è la partecipazione il nome dello sviluppo. Parlo di quella partecipazione che non significa solo interessarsi e magari denunziare ciò che non va, ma significa anche offrire proposte e fare la propria parte per la soluzione dei problemi.
Formare cristiani che siano i migliori cittadini: tanto più la Chiesa riuscirà a formare tali cristiani quanto più annuncerà il Vangelo, facendo innamorare la gente di Gesù Cristo e aiutandoli a fare in coscienza scelte coerenti, e quanto più sarà libera dal potere secondo l’insegnamento del suo Maestro e Signore”.

Perché è difficile lavorare insieme in questa Calabria? Perché non nasce una Lega Sud, visto che i ritardi dello Stato hanno provocato e provocano grossi ritardi nella crescita di questa Regione?

“È così difficile lavorare insieme in Calabria perché purtroppo non siamo riusciti a liberarci da quell’individualismo che ci accompagna da secoli e che si spiega con una storia che spesso è andata "storta". Troppi conquistatori e troppi oppressori! Di ogni genere. E così è successo che ciascuno ha cercato di arrangiarsi da solo. Dovemmo però farci un esame di coscienza anche a livello ecclesiale: anche se in perfetta buona fede si è tanto insistito sulla necessità di salvarsi l’anima. Ed era giusto, ma omettendo di porre in evidenza che ci si salva solo con gli altri. Torna solo così il discorso sulla catechesi: non può dirsi autentica se non educa al sociale, aiutando a capire che ci si realizza come uomini e come donne nell’impegno quotidiano per il bene comune.
Per quanto riguarda la grave situazione socio-economica della Calabria, non mancano le nostre responsabilità. Siamo rimasti imprigionati nella cultura del fatalismo e dell’assistenzialismo. Quante volte mi son chiesto: che vogliamo farne della nostra Calabria? Ci vogliono idee, proposte, progetti, programmi: certo, affrontando i problemi immediati, ma anche pensando ai tempi lunghi.
Ciò premesso, è proprio vero che i ritardi dello Stato hanno provocato e continuano a provocare grossi ritardi nella crescita della nostra regione. Il divario cresce paurosamente. E l’emigrazione dei giovani, spesso tra i migliori, continua inarrestabile. Occorre reagire. È, però, assolutamente negativo pensare ad una Lega Sud. Creerebbe, oltretutto, maggiore conflittualità. La "questione meridionale" è e continua ad essere questione nazionale (europea, dovremmo dire). Nord e Sud devono crescere insieme, anche nell’interesse dello stesso Settentrione. Non esportiamo solo ’ndrangheta: sono grandi le risorse spirituali e culturali che possiamo offrire all’intero Paese. Negli ultimi 150 anni di storia la Chiesa è stata senz’altro un fattore che ha favorito l’unità d’Italia senza stare a discutere troppo sul "come" tale unità si sia realizzata. Può e deve fare di più. Sono certo che le Chiese che sono in Italia sapranno camminare più decisamente insieme”.

Quale potrebbe essere la nuova prospettiva che riesca a portare la Parola di Dio nel vissuto della gente di Calabria?

“Prima che chiederci come portare la Parola di Dio nel vissuto della gente di Calabria è giusto porci un’altra domanda: viviamo davvero nella nostra regione il primato della Parola che abbiamo riscoperto col Concilio Vaticano II? Certo, cammino ne abbiamo fatto, ma quanto ne rimane da fare, per arrivare a quella familiarità con la sacra Scrittura che può davvero cambiare la nostra vita. Occorre moltiplicare le scuole della Parola, abituare alla lectio (una grazia cui - dicevano i vescovi italiani nel 1995 - occorre iniziare tutti i fedeli), valorizzare ancora di più la Parola nella celebrazione di tutti i sacramenti. In ogni diocesi si fa ogni anno il programma pastorale, e giustamente: io, sinceramente, per molti anni proporrei come programma "la Parola di Dio nella vita della comunità cristiana". Dobbiamo credere davvero alla potenza creatrice di questa Parola accolta in un clima di docilità orante”.

Quali i luoghi dove Lei porterebbe con urgenza le questioni di questa terra e di questo tempo?

“Porterei con urgenza le questioni di questa terra e di questo tempo in tutti i luoghi dove si prendono le decisioni che riguardano il futuro del nostro Paese. Nel parlamento e nel governo, lì dove si dibatte di cultura e di economia, in Tv e in tutti i mezzi della comunicazione. Ma li porterei anche alla Regione e negli organismi intermedi fino ai comuni e ai quartieri. La politica non é tutto, ma è per tanti aspetti vera l’altra affermazione: tutto deve diventar politica nel senso di capacità di decidere ad esclusivo interesse del bene comune. Ecco perché sottolineo ancora l’urgenza di educare alla politica. I veri politici peraltro non s’improvvisano. Certo, tanto più ne avremo, di questi politici, quanto più saranno vissuti a livello di base la partecipazione e il dialogo.
Indubbiamente le questioni di questa terra e di questo tempo li porterei nella Chiesa stessa. È una comunità incarnata nel territorio. Mi pare invece che tante volte la nostra predicazione è astratta scivolando sulla testa te di chi ci ascolta. Ci vuole un annuncio che sia davvero una risposta ai problemi concreti della gente”.

Il suo impegno pastorale è stato soprattutto caratterizzato da due aspetti: 1) il valore e il riferimento della preghiera come dialogo con Dio e gli altri, 2) l’impegno missionario verso i fratelli meno fortunati.

“Guai se pensassimo di essere dei cristiani autenticamente presenti nella storia se non affermassimo nei fatti il primato della preghiera. È con la preghiera che affermiamo il primato di Dio e la centralità di Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto, unico ed universale Salvatore. Solo Lui può cambiarci dentro, dandoci il potere di vivere la vita come dono totale per gli altri e rendendoci così capaci di essere costruttori di una Calabria nuova. Parlando di preghiera va intanto ricordato che è la liturgia "fonte e culmine di tutta la vita cristiana". È la liturgia l’evento nel quale il Signore per mezzo del Suo Spirito costruisce con particolare pienezza la sua Chiesa: una Chiesa comunione e per questo una Chiesa effettivamente missionaria.
Per quanto riguarda l’impegno verso i fratelli meno fortunati basta ricordare che la scelta preferenziale degli ultimi non è un optional, bensì una dimensione essenziale dell’essere cristiani. Il nostro distintivo! Non si abbia paura di essere accusati di sociologismo se viviamo radicalmente questa scelta. È puro Vangelo! Nei poveri è realmente presente il Signore. È stato giustamente scritto che "i poveri ci salveranno". D’altronde, con la preferenza data ai poveri dimostreremo di aver capito qual è l’unico fondamento su cui deve poggiare una società che vuole guardare al futuro con fiducia: il valore assoluto di ogni persona. C’è perciò da aggiungere solo una cosa: la prima espressione d’amore è la giustizia. È perciò autentico il nostro amore verso poveri se ci si saprà battere per la giustizia, operando concretamente per creare condizioni sociali tali che consentano a tutti di godere gli inviolabili diritti della persona”.

Se la Calabria investisse di più su questi due fronti quale potrebbe essere il cambiamento immediato?

“Investiamo, intanto, su questi due fronti. A noi è chiesto di dare: per amore e solo per amore, senza pretendere di vedere i risultati. Il Signore ha vinto sulla croce. Ed è questa la bellezza del cristianesimo: la morte (il dare tutto !) che diventa sorgente di vita! Investiamo, e il cambiamento ci sarà senz’altro: "il quando", però, lo sa solo il Signore. D’altra parte, il miracolismo non è nello spirito del Vangelo. Perché il seme dia frutto è necessario che passi l’inverno. Saremmo poveri illusi se pensassimo che la mentalità della gente possa cambiare dalla sera alla mattina.
Vorrei aggiungere un altro pensiero: tanto più il cambiamento che pure aspettiamo sarà effettivo quanto più la conversione sarà una dimensione permanente della nostra vita. Ecclesia semper reformanda. Vale anche per la società e per ciascuno di noi. Ci saranno sempre problemi nuovi, ai quali dobbiamo rispondere con soluzioni nuove.
Concludendo direi che i cristiani devono essere presenti nella storia con illimitata fiducia: l’importante è essere convinti che ciascuno di noi (nonostante i fallimenti!) e la storia nel suo insieme siamo custoditi dal potere indistruttibile dell’amore di Dio. Sarà Lui a portare a compimento l’opera che ha iniziato”.


 


 

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