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TAVOLA ROTONDA

sab

29

mag

2010

Secondo te

Secondo te
  • Qual è il personaggio più significativo e importante di tutti i tempi?
  • Chi è il più grande leader?
  • Chi è il più grande insegnante?
  • Chi ha fatto il bene più grande all'umanità?
  • Chi ha vissuto la vita più santa?

Ovunque tu vada al giorno d'oggi, parli con persone di qualsiasi religione. Tutti ammetteranno, considerando la vita di Gesù, che non c'è nessuno come Lui. È il personaggio più eccezionale di tutti i tempi.

Gesù ha cambiato il corso della storia. Persino la data del vostro giornale dimostra che Gesù di Nazareth è vissuto sulla terra intorno a 2000 anni fa. a.C. significa "avanti Cristo"; d.C."dopo Cristo".

La Sua venuta è stata annunciata

La Bibbia riporta le parole dei profeti di Israele che parlavano della venuta di Gesù diversi secoli prima della Sua nascita. L'Antico Testamento, scritto in un arco di tempo di 1500 anni da circa quaranta autori diversi, contiene più di 300 profezie sulla venuta di Gesù. Queste si sono avverate nei minimi dettagli, comprese quelle della Sua nascita miracolosa, della Sua vita senza peccato, dei Suoi tanti miracoli, della Sua morte e della Sua resurrezione.

La vita condotta da Gesù, i miracoli che Egli ha compiuto, le parole da Lui pronunciate, la Sua morte sulla croce, la Sua resurrezione, la Sua ascesa in cielo - tutto ciò dimostra che Egli non era semplicemente un uomo ma molto di più. Gesù diceva "Io e il Padre siamo Uno", "Chi ha visto Me ha visto il Padre" e "Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me".

La Sua vita e il Suo messaggio portano dei cambiamenti

  
Guarda la vita e l'influenza di Gesù di Nazareth, Cristo, nella storia; il suo messaggio ha sempre scatenato dei grandi cambiamenti nella vita degli uomini e dei paesi. Dove il suo insegnamento e la sua influenza sono stati riconosciuti, gli effetti si sono fatti sentire: l'importanza del matrimonio, i diritti della donna e la sua importanza nella società sono stati riconosciuti, sono state istituite scuole e università, sono state create leggi per la protezione dei bambini, la schiavitu' è stata abolita e molti altri cambiamenti sono avvenuti per il bene dell'Umanità.

Chi è per te Gesù Cristo?

La tua vita terrena e quella eterna dipendono dalla risposta a questa domanda.

Estrapola Cristo dal Cristianesimo e non resta più nulla. Il Cristianesimo della Bibbia non è né una filosofia di vita né una norma etica, né tantomeno l'osservanza dei riti religiosi. Il vero Cristianesimo ha come fondamento un rapporto personale con il Salvatore e il Signore, resuscitato e vivente.

Un fondatore resuscitato

Gesù di Nazareth è stato crocifisso, sepolto in un sepolcro e, dopo tre giorni, è resuscitato. Il Cristianesimo è unito a questo proposito.

Ragioni per credere

     Ragioni per credere

La resurrezione è al centro della fede cristiana. Ci sono diverse ragioni per le quali quelli che studiano la resurrezione credono che sia avvenuta realmente:

È stata predetta

In primo luogo Gesù stesso ha predetto la Sua morte e la Sua resurrezione e questi avvenimenti si sono svolti esattamente come li aveva predetti.

Il sepolcro vuoto

La resurrezione è l'unica spiegazione plausibile per il fatto che il sepolcro fosse vuoto. Un'attenta lettura del passo della Bibbia rivela che il Suo sepolcro era sorvegliato dai soldati romani e chiuso da un'enorme roccia.

Incontri personali

Dopo la Sua resurrezione, Gesù è apparso almeno dieci volte a quelli che Lo avevano conosciuto. Il Signore ha provato che le Sue apparizioni non erano delle allucinazioni: Egli ha parlato e mangiato con loro ed essi hanno potuto toccarlo.

La nascita della Chiesa

La resurrezione, è l'unica ragionevole spiegazione all'origine della Chiesa Cristiana. La Chiesa Cristiana è la più grande istituzione che sia mai esistita nella storia del mondo.

Delle vite trasformate

La resurrezione è l'unica spiegazione logica della trasformazione della vita dei discepoli. Essi Lo hanno abbandonato prima della sua morte. Nel corso dei tre giorni seguenti, essi erano scoraggiati e impauriti. Neanche loro si aspettavano che Gesù sarebbe resuscitato.

Ma, dopo la resurrezione di Gesù e l'esperienza della Pentecoste, gli stessi uomini e le stesse donne, poco prima scoraggiati e delusi, furono trasformati dalla potenza di Cristo resuscitato. Nel Suo nome, hanno messo sottosopra il mondo.

Nessuno, dopo aver considerato onestamente le molteplici prove a favore della divinità e della resurrezione di Gesù di Nazareth, può negare che Egli è il Figlio di Dio, il Messia promesso.

Il Signore vivente

Gesù Cristo vive oggi, benedice e resta al fianco di quelli che credono in Lui e Gli obbediscono. Nel corso dei secoli, molti hanno riconosciuto l'importanza di Gesù e alcuni hanno esercitato una grande influenza sulla loro generazione.

Blaise Pascal, noto filosofo e fisico francese, ha parlato del bisogno dell'uomo di Gesù dicendo:"Nel cuore di ogni uomo c'è un vuoto che ha la forma di Dio e che solo Dio può riempire per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo".

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ven

28

mag

2010

IL PRIMO ANNUNCIO NELLA COMUNITÀ CRISTIANA DELLE ORIGINI

 

Cesare Bissoli[1]

 

            La Chiesa ha bisogno continuo di ritrovare la sua identità, soprattutto quando la situazione storica diventa per essa una sfida che mette in gioco la sua capacità di realizzare i propri compiti e dunque la sua stessa legittimità di Chiesa. Per la Chiesa la memoria delle radici diventa perciò una memoria vitale. Quindi la rilettura delle sue origini, non è un lusso; non è nemmeno pura ricerca archeologica, ma un atto di memoria vitale (un memoriale), con notevoli ripercussioni dogmatiche e pastorali. 

È in quest’ottica che si pone questa ricerca, con l’intento di chiarire meglio le idee, di superare stereotipi circolanti, esaminando con cura le fonti.

 

1. INDICAZIONI DI METODO. PER UNA CORRETTA SINTONIA CON I TEMPI DEL NT

 

1.1. Alla ricerca di un senso 

 

a)         Confesso che il titolo della relazione provoca nell’esegeta un certo disagio, che domanda chiarezza di impostazione.

Infatti, la questione sul primo annuncio nel senso attuale è un problema sorto nel laboratorio del catecheta,[2] a partire dalla riforma cosiddetta kerigmatica degli anni ’30 (J.A. Jungmann) nata allo scopo di vivificare una pratica catechistica (catechismo) di taglio dottrinalistico che appariva sempre meno efficace. Ed oggi, più di ieri, almeno nei paesi di antica cristianità, ne siamo pienamente avvertiti. Di qui l’interpellanza obbligata di andare alle radici.[3]

b)         Ma andando alle radici, ossia ai tempi del NT, si nota subito che gli apostoli tanto erano consapevoli del bisogno di annunciare, quanto poco interessati a fare una teoria sul primo annuncio , realizzando invece la pratica dell’annuncio con passione (parresia) e consegnandoci globalmente il loro operato nei 27 libri del NT .

Lo studioso si trova perciò in difficoltà a rispondere con precisione alle domande abituali nella ricerca catechetica: cosa è “primo” e cosa è “secondo” nel servizio della fede? Il primo annuncio, inteso, come è ovvio, in senso ontologico, riveste anche una priorità cronologica, cioè di primo in senso temporale? 

Si dava una pre-evangelizzazione avanti l’evangelizzazione? E la catechesi come si differenziava dal primo annuncio? Chi era allora il tipo del non credente cui si rivolgeva la predicazione missionaria, trattandosi spesso di ebrei e proseliti osservanti?

c)         La ragione delle difficoltà di una risposta precisa sta nel fatto della profonda fusione teologico-temporale tra il prima e il dopo Pasqua, tra i tempi storici degli eventi e la loro elaborazione redazionale (questo vale in particolare per gli Atti degli Apostoli, ritenuti tradizionalmente attestazione principale del kerigma primitivo e, d’altra parte, fortemente influenzati dalla elaborazione teologica di Luca ).[4] In sintesi, dal NT riceviamo un contenuto globale, in cui ogni definizione di primo annuncio è dentro un contesto storico-teologico determinato. Se diciamo quindi che il primo annuncio ha, come nucleo centrale, la memoria di Gesù crocifisso e risorto, esso si trova in stretta compagnia con un grappolo di altri elementi che lo approfondiscono e arricchiscono. È in fondo l’applicazione della legge che regge la comprensione del NT, dei Vangeli in particolare: ogni parola, ogni racconto è strettamente congiunto ad un ambiente vitale (Sitz im Leben) che lo supporta e spiega.

 

1.2. Alcune conseguenze

 

-           Appellarsi al NT per conoscere il primo annuncio significa, in prima istanza, accettare come area di ricerca tutto il NT, in quanto è prodotto dalla predicazione apostolica, base di ogni annuncio nella Chiesa; il che significa vedere tracce di esso nelle parti arcaiche di Atti e di Paolo (come di consueto si fa), ma anche nelle elaborate trattazioni ancora di Paolo, della 1Pietro e delle lettere di Giovanni, ecc.

-           Però resta legittima una lettura più serrata del senso di primo annuncio all’interno dello stesso NT, distinguendo i contenuti secondo una gerarchia di verità (non di rado entro una priorità anche storica) che lo stesso NT riconosce. Così è comunemente ammesso che nella predicazione di Atti vi è un filone arcaico che riecheggia immediatamente le origini prime della Chiesa. Si tratta ad ogni modo di un distinguere senza separare, e ciò che viene distinto va compreso in una rete di elementi che formano il contesto vitale.

-           In terzo luogo, su questo tema, come per ogni altro tema sul quale interroghiamo la Scrittura, non ci vengono date risposte puntuali come ricette pronte all’uso, quanto piuttosto motivazioni ed orientamenti di fondo da inculturare creativamente nella nostra situazione. 

-           Si apre quindi davanti a noi un capitolo di pedagogia della fede che, consapevoli del dibattito in atto sul farsi delle prime comunità cristiane tra gli anni ’30 e ’50, ci porta a fissare come prima cosa la predicazione apostolica con la sua gamma di termini e di contenuti e nel suo profilo istituzionale (2) e successivamente a radunare le qualità di questo servizio (3), per concludere con qualche annotazione di ordine catechetico (4).

 

2. LA PREDICAZIONE APOSTOLICA: PRESENZA E MODALITA’ DEL PRIMO ANNUNCIO

 

In un noto articolo degli anni ’50, P. Benoit - ma con lui va ricordata la ricerca quasi coeva di C.H. Dodd sulla predicazione apostolica - studiando quello che si chiama kerigma o annuncio iniziale, dopo un esame dei testi biblici emetteva un giudizio sintetico che vale ancora oggi: «Al di là delle divergenze inevitabili - e così feconde - che contraddistinguono le elaborazioni teologiche dei vari autori del N.T., esiste un dato fondamentale [= il kerigma] dal quale tutti partono, sul quale tutti costruiscono e che tutti cominciano col predicare quando vogliono conquistare il mondo alla fede di Cristo. Questo dato ha rivestito sulle loro labbra e nei loro scritti una formulazione già assai omogenea, derivante dalla semplicità stessa del messaggio e dalla frequenza della sua ripetizione».[5]

In verità, se il messaggio è semplice ed unitario, il modo per arrivarci ed esprimerlo come merita, attingendolo dal seno vitale di una Chiesa, e non renderlo una formula astratta di verità, appare più complesso. In altri termini: quel modo abituale di dire che il primo annuncio è la proclamazione o kerigma della morte e risurrezione di Gesù, è vero ma povero, perché tale proclamazione risulta avulsa dalla sua genesi vitale.

Concretamente, da  Benoit e Dodd in poi, in maniera sempre più articolata ed approfondita si distinguono diverse tessere del mosaico globale che proponiamo così: la genesi della Chiesa delle origini (2.1), gli elementi che la costituiscono (2.2), la configurazione del primo annuncio o kerigma (2.3; 2,4), i contenuti che lo esprimono (2.5).

 

2.1. «La Chiesa delle origini come comunità della memoria viva»[6] 

 

a)         La memoria di Gesù, sigillata dall’esperienza del Signore risorto, sta all’origine della Chiesa e in questa Chiesa viene conservata, coltivata e vissuta. La Chiesa appare come comunità della memoria viva. Il racconto idealizzato dei suoi inizi a Gerusalemme e poi in Palestina (Antiochia…), si legge nei primi capitoli di Atti (1-10) ed ha tracce nelle lettere di Paolo.

b)         La prima comunità ha come nucleo centrale ed autorevole “i Dodici” con a capo Pietro: esso forma il nucleo storico-simbolico che ha la funzione di trasmettere la testimonianza della risurrezione e di tutta la missione pubblica di Gesù: la sua condotta di vita, i suoi atti, le sue parole. «Si deve prendere sul serio questa intenzione originaria che lega strettamente la configurazione della comunità alla memoria del Gesù terreno e alla testimonianza della sua risurrezione».[7] Il primo discorso di Pietro a Pentecoste (At 2), e poi in casa di Cornelio (At 10), nel loro strato, riconosciuto comunemente arcaico, ne sono attestazioni chiare.

c)         Questa comunità cristiana mostra una densa coscienza di sé: si autodefinisce «chiesa (di Dio)» (At 5,11) con voluto riferimento alla qahal o assemblea dell’AT (Dt 5,22), e si concepisce come la comunità di salvezza convocata da Dio per mezzo del Messia Gesù, nucleo cui dovrà aggregarsi Israele chiamato pure lui alla salvezza escatologica. Questa tensione escatologica a sfondo ecclesiologico (ed ebraico insieme), segna fortemente il kerigma: l’attesa della venuta del Signore entra nella definizione del primo annuncio, ma la sua intensità teologica ed esistenziale non appare oggi bene percepita, e come un dato piuttosto estraneo.

d)         Anche perché fin dagli inizi avviene una svolta drammatica che segna in maniera specifica la vocazione missionaria della Chiesa e la sua stessa predicazione: il giudaismo ufficiale respinge l’intento dei Dodici come tradimento della Tora e dello stesso monoteismo. Il che porta ad un fondamentale processo di apertura della Chiesa ai pagani, battezzati nel nome di Gesù Cristo (At 2,39; 10,48) che diventano così parte della Chiesa di Dio come gli ebrei cristiani. Conosciamo le tappe di questa apertura: Pietro con Cornelio, poi gli ellenisti ebrei della diaspora con sede in Antiochia, dove troviamo Paolo e Barnaba, e finalmente l’entrata in massa dei «gentili». Ciò determinò una svolta teologica e una determinazione pastorale di fondamentale rilievo: tanto si compie un superamento progressivo del giudaismo rigido, altrettanto si afferma il radicamento della memoria di Gesù risorto nel patrimonio biblico. Ne è cifra il leitmotiv ricorrente «secondo le Scritture» che vediamo incastonato nelle formule di primo annuncio. Pastoralmente, poi, nel concilio di Gerusalemme non si determinò una diversità di annunci, ma certamente emersero due diverse strategie della missione: quella degli ebrei, riservata a Pietro, Giacomo e Giovani, e quella ai pagani affidata a Paolo (Gal 2,9-10), con una necessaria, differente modulazione del medesimo kerigma.

 

2.2. Gli atti che fanno la Chiesa

 

a)         Entro questo quadro storico delle origini resta da accennare al processo con cui la Chiesa di Dio si costruisce: è tale ambiente vitale che stimola e sorregge l’annuncio. Notiamo come prima cosa una chiara esigenza missionaria: così come ha fatto il Maestro, occorre continuare a dire il suo Vangelo che è ora la sua stessa persona di Signore. La tensione missionaria colora di sé ogni atto specifico. Viene abitualmente chiamata nei testi del NT con il termine di “evangelizzare” (vangelo, evangelizzazione).[8]

b)         Tale evangelizzazione comprende intimamente uniti la Parola, il sacramento, la vita. Ne è attestazione chiara Atti 2: l’avvento dello Spirito è l’atto generatore (2,1-13); la predicazione di Pietro è l’annuncio solenne (kerigma) di Gesù morto e risorto che motiva ed invita alla sua sequela (2,14-36) (predicazione che ha una sua continuità nella didachè o catechesi successiva); l’accoglienza avviene tramite la conversione, ratificata dal Battesimo (2, 37-41); scaturisce una vita nuova, personale e comunitaria, che si esprime in una nuova prassi di amore capace di appianare le diseguaglianze sociali e le divisioni religiose (2,42-47). «Tutte e tre queste colonne portanti (predicazione, conversione/Battesimo, vita nuova) richiamano alla memoria di Gesù e si qualificano per questa memoria».[9]

Prima di passare più direttamente alla identità dell’annuncio, notiamo la stretta interdipendenza tra questi atti. Come a dire che entra a far parte del primo annuncio ciò che richiama avvenimenti fondatori, genera atteggiamenti, suscita comportamenti, produce continuità di appartenenza e di stile di vita nella linea della prima comunità.

            In funzione di questo quadro, per garantirne l’autenticità e completezza, alcuni parlano oggi di pre-evangelizzazione. Si ritiene giustamente che essa è necessaria, ma si osserva che è difficile separarla da evangelizzazione: si pensi anche solo al discorso di Paolo ad Atene (At 17,16ss.). E’ meglio dire che laddove c’è già un avvio verso di essa, si dà una evangelizzazione in progress.

 

2.3. Il kerigma, la “seconda memoria” di Gesù

 

a)         Oggi nella realizzazione di una teologia del NT, da molti  viene proposto, quale asse portante ed unificante la galassia dei 27 libri,  il filo di una memoria vitale, di cui è soggetto la comunità originaria o apostolica.

Per cui, al di sotto della abituale scansione temporale “missione di Gesù terreno - predicazione apostolica - redazione degli scritti”, è vista operare una interazione vitale tra i tre momenti, che dà luogo ad una triplice forma di memoria: la ” memoria prima” che è la memoria di base, riguardante la missione terrena di Gesù, cui segue, a partire all’evento della risurrezione la “memoria seconda”, quello che si chiama kerigma pasquale, cui farà seguito la “memoria terza” (le redazioni de 27 libri del NT).[10]

Trattandosi sempre della memoria dello stesso Gesù, si dovrà dire che ogni livello di memoria è indispensabile: non si potrà perciò affermare che il racconto del Gesù del Vangelo sia più importante del kerigma del Gesù pasquale o della teologia dei singoli libri, o che il kerigma  renda secondaria la memoria del Gesù terreno e trascurabile l’elaborazione teologica dei diversi libri, o che - viceversa - il senso da comunicare sia quello della teologia di Marco, o di Paolo, o di Giovanni rispetto al resto. In realtà l’evangelizzazione si compie con la totalità dei livelli e il primo annuncio, collegato abitualmente con il kerigma, si integra con gli altri.

b)         D’altra parte, in questi tre livelli di memoria, un’attenzione specifica va data alla “memoria seconda”, alla memoria del kerigma, perché si tratta di una componente di fatto che compare nella Chiesa apostolica fin dal giorno della Pentecoste. Cioè, con l’evento della risurrezione di Gesù la Chiesa è stata investita da un evento inaudito, ma reale, che fonda e svela la verità definitiva sulla persona di Gesù. La risurrezione non va quindi compresa come un fatto da accostare alla vita e alla morte di Gesù, ma come criterio interpretativo e storicamente completante tutto quanto precede e quanto segue. Ancor più: la risurrezione stimola e influenza la memoria prima (si sa che di Gesù terreno si parla alla luce della Pasqua) ed insieme ne resta influenzata (il Risorto è Gesù di Nazaret e nella sua morte sta il segreto della sua risurrezione), per cui morte e risurrezione formano l’unitario kerigma di Pasqua.

c)         La prima predicazione ha racchiuso ciò nelle formule sparse nei vari testi: la formula più antica è «Gesù Cristo è stato risuscitato dai morti» (cf Mt 28,6; Mc 16,6; Lc 24,6.34; At 2,24; 3,15; 13,34; 17,31; 1Cor 15,4; 1Tes 4,14).

La formulazione più nota, tanto antica quanto densa, è il noto kerigma di 1Cor 15,3-8, di origine nettamente prepaolina («vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto»), dove sono strettamente uniti: risurrezione, morte per i peccati, il collegamento di entrambe alle Scritture, riferimento a molteplici attestazioni (apparizioni) di ordine storico. Da tutto ciò consegue la prospettiva del felice futuro escatologico e dunque la validità della scelta della fede nel Signore Gesù. Una costellazione teologica si costituisce intorno alla memoria di Gesù risorto, dando al kerigma che viene proclamato uno spessore cui forse poco si bada.

d)         Il kerigma infatti è come un seme che cresce e sviluppa quanto è implicito in esso.

-           I libri del NT ne sono commenti autorizzati. Così, è stato notato il passaggio che si è compiuto dall’affermazione della risurrezione di Cristo intesa come rivincita contro la morte ignominiosa data per mano dei giudei (cf At 2,23-24), alla affermazione della risurrezione proprio grazie alla morte di Cristo, in quanto rivelativa del grande amore che egli manifesta in essa per noi (Gal 2,20; Gv 3,16), per cui la morte viene inglobata come fattore essenziale del kerigma: essa non è uno spiacevole incidente, ma testimonianza di un amore inaudito.

Anche il crescente riferimento alle Scritture permette di collocare e comprendere sempre più il kerigma nel grande progetto di salvezza di Dio che abbraccia tutta la storia. Ciò porterà a richiamare l’azione della Trinità e ad esplicitare gli atteggiamenti richiesti (conversione), il rito di passaggio che è il Battesimo, lo stile di vita nuova. Ne abbiamo accennato e lo vediamo nelle espressioni successive.

-           Intanto possiamo concludere che «la memoria della risurrezione di Gesù diviene un centro focale e un catalizzatore di verità teologiche, che collegano la sua persona con il mondo e la storia umana: la morte e risurrezione come evento unitario e trascendente, la risurrezione come elevazione e glorificazione di Gesù, l’elevazione del cristiano a nuova creatura, infine l’unificazione della storia nella retrospettiva della creazione e nella prospettiva della parusia, in funzione della riconciliazione e della pace umana e cosmica».[11]

-           Entrare nel kerigma, secondo il NT, non è certo entrare dalla porta facile, ovvia, della fede cristiana, ma dal punto più alto, straordinariamente elevato, da cui si vede e si comprende tutto. Per questo l’evangelizzazione non vale solo come tappa del processo per diventare cristiani, ma sarà luce costante per ogni servizio della Parola, anche della catechesi e formazione permanente. In questo senso ogni annuncio è chiamato a far trasparire il primo annuncio. In particolare il primo annuncio (che apporta il dono della fede) vuole con sé una specifica fase mistagogica (che illustra quale dono di fede ha recato il primo annuncio)

 

2.4. Le espressioni della memoria di Gesù. Le forme del kerigma

 

In realtà non esiste nessun libro del NT in cui troviamo il kerigma allo stato puro. Gli Autori hanno cercato di circoscriverlo nelle tradizioni ecclesiali cosiddette pre-redazionali, a cominciare da Il catechismo della cristianità primitiva di A. Seeberg (1903). La ricerca attuale porta a degli orientamenti significativi, di cui diamo in sintesi i risultati.

a)         Come abbiamo detto, il kerigma rappresenta la “memoria seconda” del contenuto di fede, ossia la memoria di Gesù di Nazaret quale Signore risorto, formulata dalla Chiesa nel vivo della missione. Il kerigma appare dunque - importante rilevarlo - non come ripetizione di qualche verità rivelata, ma come risposta alla memoria di Gesù: una risposta pensata, accuratamente formulata, solennemente proclamata, celebrata devotamente nel culto, vissuta nel quotidiano. Vi è implicito, ma così evidente, il coinvolgimento esistenziale di chi lo annuncia e di chi lo sente.

b)         Per questo carattere responsoriale vitale, il kerigma viene espresso diversamente nelle singole comunità, ricordando in linea generale che nella Chiesa delle origini vige un pluralismo socio-religioso tanto più quanto l’annuncio cristiano si apre alle genti, quindi più marcato nel mondo ellenista (di Paolo) che in quello giudaico. Classica a questo proposito è la ripartizione del kerigma per gli ebrei e per i gentili. Pietro che parla a Gerusalemme e Paolo ad Atene farebbero da icona esemplare. Si tratta di non fare delle separazioni e antagonismi, giacché fa sempre da base comune la visione di un giudaismo ellenista, maturato già nei tempi prima di Gesù (M. Hengel), mentre invece è da ancorare la distinzione del medesimo annuncio alle differenze di situazione.

d)         Segno di questo pluralismo sono le tante forme espressive. Quattro sono le forme principali, che si possono appurare mediante il metodo storico-critico: le forme narrative, le formule brevi, le formule di fede, gli inni. Di ciascuno una parola.

-           La forma narrativa è concentrata nel libro di Atti: pur riconoscendo la profonda elaborazione lucana, si riscontrano in esso tradizioni originarie particolarmente emergenti in tre narrazioni emblematiche: l’evento di Pentecoste con il discorso di Pietro,[12] Pietro in casa di Cornelio (At 10,34-43), Paolo ad Antiochia di Pisidia( At 13,16-41). Si noterà, specie nei primi due casi, il richiamo alla vita di Gesù come fonte di significato salvifico richiedente la decisione della fede. Dove è chiaro che la “memoria seconda” non può che nutrirsi della “memoria prima” del Gesù terreno, il quale perciò viene irresistibilmente attratto nell’orbita del primo annuncio. Non ci potrà essere primo annuncio integrale senza il racconto della storia di Gesù. È quanto faranno per disteso i quattro Vangeli, vero kerigma prolungato fino alle proprie radici. Proprio per questa connessione intrinseca, oggi, riflettendo sull’apparente mancanza nel kerigma originario del motivo del Regno di Dio così caro a Gesù, si cerca di ricuperarne la presenza nel significato da dare alla risurrezione e all’apertura escatologica, segni decisivi per la venuta del Regno.

-           In secondo luogo vengono le formule brevi e le formule di fede. Sono diversamente censite dagli studiosi, ma hanno per contenuto essenziale Gesù  come Signore e la sua missione salvifica, con un implicito invito alla personale partecipazione.

Le formule brevi (o formule kerigmatiche) sintetizzano la fede tradizionale. Si pensa che loro luogo nativo sia stata la celebrazione liturgica, in particolare il Battesimo. Testi ben noti di riferimento sono: 1Cor 15,3-8 (già visto); 1Cor 11,23-25 (a proposito dell’Eucaristia); Rm 1,1-7 (prologo alla lettera); Rm 3,25; 4,25; 1Ts 1,9-10; 1Pt 2,22-24. Attestano la volontà di garantire, rinverdendola, una piena ortodossia delle idee nella condotta di vita.

-           Le formule di fede (o formule di confessione) coinvolgono direttamente la persona che le pronuncia. La più breve ed antica è «Gesù, Signore (Kyrios)» (1Cor 12,3) con una densa risonanza biblica (Dio come Signore nell’AT) e testimoniale (solo Gesù è il Signore, e non l’imperatore di Roma).[13]

-           Finalmente vengono gli inni cristologici . I tre maggiori sono: Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Gv 1,1-18. Inni brevi (dossologie) o tracce di essi sono visti in 1Tm 3,16; Eb 1,3; 1Pt 1,18; 3,18.22. Oggi sono ritenuti la “memoria seconda” più innovativa rispetto alla “memoria prima” di Gesù. Sono la forma più elevata e coinvolgente nel celebrare la memoria di Gesù, in quanto la esprimono non tanto come cronaca di dati, ma, percorrendo le meravigliose opere di Cristo, lo «cantano intensissimamente» come «evento inaugurale», con la potenza dello stato nascente. In quanto inni, con canto inglobato, da esprimere in assemblea, diventano trascinatori, performativi. Rappresentano la prima risposta celebrativa unitaria alla narrazione e proclamazione della memoria di Gesù. In certo senso qui il kerigma trova il suo respiro migliore, fa avvertire meglio la sua natura di riflessione entusiasta della fede e provoca ancora di più il coinvolgimento dei partecipanti.[14]

 

2.5. Il kerigma nel suo contenuto. Sintesi finale

 

Per ragioni di completezza, intendiamo radunare semplicemente i contenuti materiali che emergono dalla molteplice forma del kerigma o (prima) evangelizzazione. In verità è un’operazione alquanto artificiosa, perché proprio nella fase kerigmatica dell’annuncio il medium (come contesto e come modalità espressiva) entra a far parte essenziale del messaggio, per cui rimandiamo al punto successivo una più elaborata sistemazione.[15]

-           Fa da porta di entrata il dato di fatto di un annuncio che comunica qualcosa a qualcuno.

-           Tale annuncio avviene per testimonianza personale diretta o trasmessa all’interno di una comunità di persone vive, con molteplicità di forme narrative, dottrinali (formule brevi) e inniche, in aderenza alle differenti situazioni religiose e culturali.

-           Al centro sta la persona di Gesù Cristo come risorto dai morti (Gesù il Signore) ad opera di Dio (il Padre), nell’azione decisiva dello Spirito Santo.

-           Rappresenta l’atto finale di una storia di vita a partire dal Battesimo di Giovanni.

-           Con l’apertura ad un futuro di compimento definitivo od escatologico della salvezza.

-           Secondo una progettualità intesa da Dio («secondo le Scritture») che ingloba come profezia permanente la storia di Israele.

-           L’effetto è la liberazione dalla condanna e il dono della salvezza della persona, nella sua nuova situazione di figlio di Dio, in cammino verso la vita eterna.

-           Chi riceve l’annuncio è chiamato ad una decisione che assume il profilo serio di una conversione (metanoia) da ciò che non è Gesù il Signore, per essere di Gesù il Signore, tramite il sacramento del Battesimo, l’appartenenza alla comunità e l’assunzione di uno stile di vita cristiana con un continuità di approfondimento catechistico, sacramentale (Eucaristia) e di fraternità. Nell’influsso permanente dello Spirito Santo.

 

3. LE QUALITÀ DEL KERIGMA NEL NT. UN CAMMINO VERSO L’IDENTITA’

 

3.1. Primo annuncio

 

“Primo annuncio” è un termine dei moderni che - nel NT - ha il suo aggancio sostanziale nel kerigma. Questo ha le sue radici nella predicazione apostolica a seguito della risurrezione di Gesù dai morti, per trovare poi codificazione diversificata in tutti i libri del NT. Per il cristiano delle origini senza il kerigma o primo annuncio sarebbero mancati il fondamento dell’edificio della fede, la chiave della sua comprensione, cioè il perché essere credenti; ma senza la totalità dell’edificio espresso dai 27 libri del NT, lo stesso kerigma sarebbe rimasto frammentato e parziale, inadatto a dirci come essere credenti.

In effetti, il kerigma che ha per centro la morte e risurrezione di Gesù, conosce due espansioni interpretative e quindi del tutto pertinenti.

-           La prima è data dalla vita terrena di Gesù con la sua missione del Regno, sempre più riconosciuto come la “causa” di Gesù che risorge con Lui e con Lui continua. 

-           La seconda espansione va oltre, comprende la storia di Gesù come profezia, mentre il futuro è avvio dei tempi escatologico-messianici che assicurano la sua venuta.

«Secondo le Scritture» è il logo ufficiale di questo tragitto storico-teologico da ieri a domani entro cui si capisce l’oggi.

Si terrà presente che la conclusione contenutistica ed espressiva della traiettoria del kerigma è il Simbolo degli apostoli.[16]

Il ruolo attribuito al dinamismo della “memoria” nell’elaborazione dei contenuti del NT pare spiegare meglio il processo complesso e manifestarne l’incidenza esistenziale.

 

3.2. Identità e caratteristiche del kerigma

 

Il kerigma è più che un dato fermo, bloccato, una constatazione di verità dottrinale; è invece un annuncio solenne (kerigma!) del Vangelo di Dio che è Gesù Cristo (“Vangelo”, “evangelizzare” sono i termini predominanti), annuncio, cioè, di un inaudito “Evento inaugurale”. Pertanto esso è carico di una potenza dinamica, come un big bang da cui scaturiscono la missione e la vita della comunità cristiana. Ciò porta ad alcune annotazioni:

a)         Nel cuore della confessione di fede, «Gesù il Signore», risuona un che di vittorioso, di vibrante, di entusiasta, perché, come nel canto di Maria in Es 14, si proclama il superamento di ostacoli gravissimi quali sono il peccato e la morte come alienazioni da Dio, e l’asserzione di Gesù come assoluto protagonista per la salvezza di ogni uomo.

Vi è anche una risonanza polemica per chi ha tentato di ostacolarlo fino ad ucciderlo: il Signore è un risorto dai morti. A sua volta questa morte, espressa di preferenza nel NT (Paolo) con la figura della croce, va compresa non come handicap terribile ed orribile da dimenticare in fretta come un incubo, bensì come prova di amore totale, da cui proviene la risurrezione. Perché è potente nell’amore dell’uomo fino a dare la vita, Gesù è il Signore della vita. La croce è il fondamento essenziale della risurrezione. La risurrezione è l’ermeneutica autentica e compiuta della croce. 

b)         Per la promessa di salvezza che porta in sé, il kerigma è per sua natura un annuncio appellante e quindi richiede una scelta di libertà che va dalla conversione, alla progressiva identificazione con il mistero del Signore Gesù grazie al Battesimo e all’Eucaristia, mediante l’adesione alla Chiesa. Il primo annuncio si radica dentro la vita di una comunità, ad essa porta e in essa, come evento tra persone, si configura e si vive. Nel nome del Padre, del Figlio Gesù Cristo, dello Spirito Santo. In clima di fervore, di gioia come l’Exultet pasquale.

c)         Il kerigma e la missione della Chiesa sono indissolubilmente uniti: la Chiesa esiste per l’annuncio e l’annuncio dona il profilo genuino della Chiesa di Gesù Cristo. Le diverse localizzazioni dell’annuncio attestate dal NT, da Gerusalemme, alla Samaria ai confini del mondo (Roma), dicono la verità storica di questo kerigma per natura missionario. Lo Spirito di Gesù o Spirito Santo diventa il regista del kerigma e della sua opera.

 

3.3. Kerigma e ambiente di composizione

 

Il kerigma rispecchia l’ambiente di composizione senza del quale la comprensione resta astratta e fatalmente manipolabile. Questo è posto in rilievo dalla pluralità delle forme espressive, dalle connotazioni diversificate dell’annuncio (mondo ebraico e mondo pagano), dalla progressività nello stesso processo di annuncio (cf 1Cor 3, 1-3; Eb 6,1-3).

I 27 libri del NT altro non sono che codificazioni ampliate del kerigma (Marco con una connotazione speciale, qualificato da certuni come il “Vangelo del catecumeno”), ma sempre in una circolarità per cui si passa dal Gesù come Signore del primo annuncio al Signore come Gesù dei Vangeli.

Tutta questa varietà espressiva indica contemporaneamente il “grande mistero” annunciato dal kerigma, la cui accoglienza avviene compiutamente per iniziazione, ed insieme la necessità di adattamento creativo (inculturazione) nei tempi, luoghi, persone. A Gesù si può pervenire per una via sola, ma non può essere detto in una maniera sola.

 

4. RIFLESSI PASTORALI

 

a)         Abbiamo iniziato riconoscendo il disagio di essere obbligati ad affrontare temi dettati dall’agenda della modernità, per il timore di sottostare alla pressione di dover ricavare dalle origini cristiane un quadro sistematico ben definito che risponda alla nostra domanda di primo annuncio, quasi una sorta di password ad effetto garantito.

In realtà ciò non è materialmente possibile a livello di ricerca critica, stante la differenza di ottica culturale e pastorale, ma anche per una intrinseca esigenza dogmatica e pedagogica di lasciare alla Chiesa una sana creatività nel trovare le vie più adatte. Il pluralismo delle origini ne è un indicatore prezioso. Si può rischiare di essere materialmente fedeli al NT, ma di non esserlo esistenzialmente. La componente contestuale rende reale il primo annuncio. Il primo annuncio è ciò che è risuonato come tale per quanti l’hanno ricevuto e lo si vede da come l’hanno ricevuto. Qui sarebbe prezioso un confronto sulle forme di primo annuncio operanti nelle comunità cristiane oggi.

b)         D’altra parte - osserva saggiamente il Dodd, - va superato il pericolo di «stralciare dal NT alcuni brani che sembrano avere un tono “moderno” e proclamare che essi ne sono l’“elemento perenne” per la loro apparente congenialità alla nostra mentalità. L’impegno di perseguire sistematicamente il confronto con l’evangelo della prima comunità cristiana, anche nelle forme e nelle posizioni che sono meno congeniali alla mentalità moderna, porta inevitabilmente a ripensare non solo l’evangelo, ma anche le nostre posizioni preconcette».[17]

c)         Nella situazione attuale della comunicazione della fede, il primo annuncio riceve dalle origini un input prezioso: la genesi della fede si manifesta grazie ad un rapporto interpersonale intenso, tra Gesù e i discepoli, tra gli apostoli (Pietro, Paolo) e i primi cristiani. Ciò sottolinea nell’annuncio il primato non dell’informazione, ma di un rapporto vitale radicale che si può ben dire “generazione”. In tale processo occorre riconoscere che è già effetto di primo annuncio ciò che apre l’attenzione verso di esso. [18] 

d)         In sede di comunicazione catechistica, il kerigma va proposto non come una formula chiusa in sé, ma come una finestra aperta sulla totalità del Vangelo, che fornisce un principio gerarchico e articolato, alla cui luce comprendere tutto: il Signore è Risorto, perché è morto in quel modo…, perché è vissuto in quel modo…, secondo il grande piano di Dio, secondo le Scritture. Ciò richiede il coinvolgimento personale con un’esperienza plurima: annuncio, liturgia, vita di comunità nel segno della comunione e del servizio, adattamento culturale.

Si potrà così passare utilmente dall’esplorazione del primo annuncio nella Bibbia a come presentare la Bibbia al servizio del primo annuncio.[19]

 

 

 



[1] Biblista e catecheta, docente nell’Università Pontificia Salesiana (Roma).

[2] Cf J. Gevaert, Prima evangelizzazione. Aspetti catechetici, Torino-Leumann, Elledici 1990, pp. 34-37.

[3] In verità, oggi l’approccio alla Bibbia è diverso dall’ottica della catechesi kerigmatica. Oggi non si tratta di annunciare il kerigma a dei credenti quali sono i destinatari della catechesi, ma di annunciarlo a dei non credenti, come passo decisivo per diventarlo avanti ogni approfondimento catechistico.

[4] Oggi nelle teologie del NT, due sono le posizioni prevalenti sulla collocazione e lo sviluppo della predicazione apostolica: vi è chi riconosce, nella Chiesa delle origini, un certo profilo organico di primo annuncio (C.H, Dodd, L. Goppelt, P. Stuhlmacher); altri non lo vedono così chiaro, perciò si limitano ad esporre unitariamente la predicazione postpasquale di Gesù, esaminandola sia nella  testimonianza dei Vangeli che nel corpo delle Lettere, di Paolo in particolare  (J. Gnilka, H. Hübner, G. Strecker): cf. G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento, Torino-Leumann, Elledici 2006, pp. 220-221.

[5] P. Benoit, Le origini del simbolo degli apostoli nel Nuovo Testamento, in Id. Esegesi e teologia, Roma, Paoline 1964, p. 476. Vedi pure C.H. Dodd, La predicazione apostolica e il suo sviluppo, Brescia, Paideia 1973.

[6] È la formulazione di G. Segalla, di cui seguiamo qui le linee di pensiero nella sua recente ed eccellente Teologia biblica del Nuovo Testamento, cit., pp. 222-270, qui p. 222.

[7] Ibidem, p. 224.

[8] Resta ancora fondamentale l’articolo di P.-A. Liégé, Évangélisation, in Catholicisme, IV, coll. 755-764.

[9] G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento, p. 238.

[10]  Ibidem, pp. 73-85.

[11] Ibidem, pp. 215 e 217.

[12] Cf quanto detto sopra, al punto 2.2.

[13] Altri testi: At 8,37; 1Ts 4,14; 1Cor 8,4-6; 16,22; Rm 10,9-11; 1Gv 2,22 e 4,15; Eb 13,21; 2Pt 3,18; Ef 4,4-5.

 

[14] Oggi si riconosce a questi inni la qualità di «modulo generativo intratestamentario» in quanto configurano nel loro orizzonte contenutistico e poetico (celebrazione di Cristo come evento inaugurale) la struttura interiore dei 27 libri del NT. Come a dire che senza gli inni la comprensione del kerigma e dei libri successivi più che erronea, appare fredda, smorta, estrinseca.  Cf E. Haulotte, Formation du corpus du Nouveau Testament. Recherche d’un "module" génératif intratextuel, in C.Theobald (ed.), Le canon des Écritures. Études historiques, exégétiques et systématiques, Paris, Cerf 1990, pp. 225-439. Si veda pure G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento, pp. 251; 266-268.

[15] Gli studiosi di catechetica hanno cercato di ritagliare per filo e per segno il profilo del primo annuncio o prima evangelizzazione rifacendosi a citazioni del NT stimate paradigmatiche come 1Ts 1,9-10, considerata la forma testuale più antica, At 14,15-17 e 17,16-34; Eb 6,1-2: cf J. Gevaert, Prima evangelizzazione, pp. 63-71.

[16] È la tesi di P. Benoit, Le origini del simbolo degli apostoli nel Nuovo Testamento, pp. 486-487.

[17] H.C. Dodd, La predicazione apostolica e il suo sviluppo, p. 88.

[18] Cf C. Theobald, C’est aujourd’hui le "moment favorable”. Pour un diagnostic théologique du temps present, in Une nouvelle chance pour l’Évangile. Vers une pastorale d’engendrement, Lumen Vitae -Novalis, Bruxelles 2004, pp. 47-72.

[19] Cf C. Bissoli, La Bibbia nella prima evangelizzazione, in Catechesi 71(2002) 4, 16-23.

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lun

23

nov

2009

Cos'è la Parusìa

Roberto mi ha chiesto di spiegargli cosa sia la Parusìa. Del resto, molti cristiani ignorano del tutto il suo significato.

Nella lingua greca, Parusìa sta a significare “essere presente”;

indica la presenza attiva e, in un secondo momento, l’arrivo, la visita – non il ritorno.

Nella cultura greca, alcune volte, segnava l’inizio di un’epoca nuova.

Parusia è una parola greca quindi, usata già da Platone, che ritorna e diventa poi fondamentale nella teologia cristiana.

Parusia indica infatti il ritorno glorioso di Cristo, alla fine dei tempi. 

E' Gesù Cristo, stesso a parlare spesso, nei suoi discorsi riferiti dagli Evangelisti, di un suo ritorno sulla Terra, alla fine dei tempi. Il ritorno per il Giudizio Finale.

Citiamo qui alcuni passi molto suggestivi:

Come in Mt 24,64, quando viene interrogato da CaifaAllora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio". 64 "Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete 'il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo'".

E ancora più esplicitamente in Mt. 16,27 rispondendo agli Apostoli: 27 Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 28 In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno".

E poi nel famoso passo Mt. 24,27: Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 28 Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi. 29 Subito dopo la tribolazione di quei giorni, 'il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno' dal cielo 'e le potenze dei cieli' saranno sconvolte. 30 Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e 'allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra', e vedranno 'il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo' con grande potenza e gloria. 31 Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.

Queste parole terribili  e potenti dovettero provocare negli Apostoli un comprensibile smarrimento.

Dobbiamo metterci nei loro panni. Nei panni della cerchia stretta di Gesù.  Hanno di fronte quest'uomo che sembra vaneggiare, che "sembra" ai loro occhi un pazzo esaltato.  Ma poi questo pazzo comincia anche a fare dei 'segni', e gli Apostoli si rendono conto che quel che dice - anzi pre-dice - puntualmente si avvera.      E si avvera a tal punto che egli muore e risorge, come aveva promesso.

Ora quindi non c'è motivo di dubitare, per gli Apostoli, che la predizione di Gesù sul suo ritorno solenne e terribile, insieme agli angeli con le trombe per il Giudizio Finale, si avvererà.

Essi - i primi testimoni oculari delle gesta di Gesù - custodiscono e diffondono questo (quasi) inconfessabile segreto.   Con timore e tremore si mettono in attesa.

Ma c'è un piccolo particolare:   Gesù non ha detto loro  QUANDO ciò avverrà.

"Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete", dice Gesù agli Apostoli in Gv.16.16.

Ma quanto dura quel po' ?

I primi Cristiani sono convinti che vedranno prima di morire, il ritorno di Cristo. Che non servirà aspettare molto.   E' anche per questo che le prime comunità cristiane non sentono la necessità di mettere per iscritto quel che hanno visto.   Pensano - in maniera comprensibile - che il ritorno di Gesù Cristo sia imminente.    Lo hanno visto risorto in mezzo a loro, pensano che tornerà presto, per giudicare il mondo.

Leggendo le lettere di Paolo Apostolo, infatti (che sono i primi documenti cristiani scritti ), ci si rende conto che la preoccupazione maggiore di Paolo era per l'appunto quella di pacificare gli animi, di tranquillizzare, di consolare tutti coloro - i primi cristiani - che attendono la Parusia come evento imminente, e invece non la vedono arrivare.

Paolo scrive ai fratelli (1Ts,2,3): 3 Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima (della parusia) infatti dovrà avvenire l'apostasia e dovrà esser rivelato l'uomo iniquo, il figlio della perdizione, 4 colui che si contrappone 'e s'innalza sopra ogni' essere che viene detto 'Dio' o è oggetto di culto, 'fino a sedere' nel tempio di 'Dio', additando se stesso come 'Dio'.

Insomma, dice Paolo, prima che avvenga la Parusia, il Signore ci ha detto che verranno altri segni: deve avvenire l'apostasia, e dovrà essere rivelato l'uomo iniquo, il figlio della perdizione...

Quindi... bisogna aspettare.

D'altronde, è la conclusione di Pietro, nella seconda lettera, i tempi del Signore, non sono quelli degli uomini: 

Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. 9 Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. 10 Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta. (2Pt 3,8-10)

 

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mar

13

ott

2009

TAVOLA ROTONDA Nr, 9

Che differenza esiste tra l’Antico e il Nuovo Popolo di Dio?

Riassunto:

 

 

 

ESERCIZIO PERSONALE

Scrivi il nome degli ultimi cinque papi:

 

 

ESAME

Come si entrava a far parte del popolo di Dio nell’Antico Testamento?

 

Oggi come si entra a far parte del Nuovo Popolo di Dio?

 

Scrivi una citazione biblica in cui si dice che Pietro fu incaricato di pascere tutto il gregge di Cristo:

 

 

RIFLESSIONE PERSONALE

 

 

 

 

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dom

09

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 8

Nel nostro tempo chi prepara il cammino per accettare Cristo?

 

Riassunto:

 

 

 

 

ESERCIZIO PERSONALE

Quale beatitudine ti fa riflettere di più?

 

Perché?

 

 

ESAME

  1. Il battesimo di Giovanni era segno di:

 

     2.  L’acqua o il fuoco sono simboli dello Spirito Santo. Scrivi una citazione biblica con il suo contenuto per:

 

  • L’acqua

 

  • Fuoco

 

  • L’albero si conosce dai frutti. Scrivi una delle citazioni bibliche:

 

RIFLESSIONE PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 7

TAVOLA ROTONDA:

Chi sono oggi i poveri di Yahvè?

 

Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE:

leggi il salmo 22 e cerca almeno un aspetto che si può  applicare a Gesù nella sua passione.

 

ESAME:

1            – Scrivi il nome di tre libri sapienziali:

 

2            –Perché sorse la guerra dei Maccabei:

3                – Quale generale occupò Gerusalemme, imponendole il dominio romano?

 

RIFLESSIONE PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 6

TAVOLA ROTONDA:

Come vedete il problema delle guerre, i terremoti e l’Aids?

 

Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE:

leggi qualche Lamentazione di Geremia e scrivi alcuni versetti che più ti piacciono:

 

ESAME:

1            – Scrivi un versetto del profeta Daniele, in cui si vede che il popolo di Dio si pente dei uoi peccati:

 

2            - Scrivi la citazione del libro di Neemia, dove è presente un riassunto della Storia della Salvezza:

 

3                – Scrivi almeno il nome di due persone, che guidarono il popolo d’Israele dall’esilio a Gerusalemme:

RIFLESSIONE PERSONALE:
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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 5

 

TAVOLA ROTONDA:

Quali forme di ingiustizia trovi nella società in cui viviamo?

 

Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE:

Leggi un profeta e scrivi una lista di argomenti che tratta (almeno 5)

 

ESAME:

1        - Che cosa vuol dire essere “profeta”?

 

2        - Scrivi una citazione biblica, in cui si parla contro una forma di ingiustizia:

 

3        - Qual’è il profeta che parla abbastanza chiaramente della passione di Cristo?

 

RIFLESSIONE PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 4

TAVOLA ROTONDA:

Esaminate la vita di un giudice o di un re d’Israele e fate alcune riflessioni.

Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE:

 

Offri alcune riflessioni riguardo il problema della divisione al tempo dei re e nel tempo attuale:

 

ESAME:

1        - Quali furono i due grandi peccati che commise il re Davide?

  

2        - Quale fu la causa per cui Salomone si allontanò da Dio?


3        - Scrivi la citazione in cui Dio promette un regno eterno:

 

RIFLESSIONE PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 3

TAVOLA ROTONDA:

Quale tipo di schiavitù individui in te stesso, nella tua famiglia, nella società e nella comunità cristiana.

Riassunto:

ESERCIZIO PERSONALE:

Enumera le piaghe d’Egitto.

ESAME:

 

  • Perché il Faraone cercò di eliminare gli ebrei?

 

  • Cosa vuol dire Yahvé? Leggi Es 3,14

 

  • Come doveva essere l’agnello pasquale? Leggi Es 12

 

RIFLESSIONE PERSONALE

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr. 2

 

TAVOLA ROTONDA:

Parlate di alcune prove che avete avuto per la vostra fede.

Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE:

Presenta alcuni momenti molto difficili della vita di Abramo, quando gli è stata necessaria molta fede per superarli.

 

 

ESAME:

 

  •    Quale fu il sacrificio più grande che Dio chiese ad Abramo?

 

 

  •     Scrivi la citazione biblica, in cui si dice che Dio mutò il nome a Giacobbe chiamandolo Israele:

 

  • Scrivi la citazione biblica con il suo contenuto, in cui si presenta un sogno di Giuseppe, uno dei figli di Giacobbe o Israele:

 

RIFLESSIONE PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr.1

TAVOLA ROTONDA:

Parlare di qualche fenomeno sociale, in cui si nota la forza distruttrice del male, che avanza ogni giorno di più (droga,tangenti,delitti,inquinamento ecc.)    Riassunto:

 

ESERCIZIO PERSONALE

Esamina la tentazione di Adamo ed Eva ed appuntane le fasi più importanti:

 

ESAME:

1)      In che consiste il peccato?

2)      Cosa si sente dopo aver commesso un peccato? Scrivi la citazione biblica:

3)      Scrivi la citazione biblica, in cui si presenta la promessa del salvatore:

 

RIFLESSIONE  PERSONALE:

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mar

04

ago

2009

TAVOLA ROTONDA nr.0

E S E R CI Z I :

Tavola Rotonda

Parlare della magia, come si presenta nel vostro ambiente.

Riassunto:

 

Esercizio Personale

Indica nel primo capitolo della Genesi tutte le volte dove si dice: “E’ Dio vide che era buono”

Esame

1 – Come Dio ha fatto tutte le cose?

 

 

2 – Fra tutte le creature di Dio, qual è la più importante?

Perché?

 

3 – Presenta una citazione biblica, in cui si parla del matrimonio:

 

Riflessione Personale:

 

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sab

01

ago

2009

* * * * LA PAROLA DI DIO FORMA E CEMENTA LA COMUNITA’ CRISTIANA

In un Notiziario di Spiritualità Comunitaria come il Colibrì, ho voluto iniziare col dare il giusto spazio alla "Parola del Signore". La formazione, il cementarsi di una comunità, inizia dal "Verbo", dalla familiarità, dalla pratica quotidiana di esso.

La Parola di Dio, dopo un esilio secolare ha ritrovato la sua centralità nella vita della Chiesa latina: questo è un fatto incontestabile. Sono ormai molti coloro che testificano come la riscoperta della Parola di Dio sia l’evento più fecondo nel processo di recezione del Concilio Vaticano II, evento vissuto da parte dei credenti che da secoli non praticavano più il contatto diretto con le Scritture essendo scomparsa anche l’occasione liturgica come luogo eminente di accoglienza della Parola di Dio per la loro vi­ta di fede nella Chiesa e nel mondo.

 A trent’anni dall’inizio vero e proprio della riforma liturgica, della liberazione delle Sacre Scritture, della restituzione della Parola al popolo di Dio, non si possono tacere le inadempienze, le insufficienze e le inadeguatezze riguardanti la centralità della Parola stessa.

Le inadeguatezze da vincere in ordine all’accoglienza della Parola di Dio nelle   nostre comunità sono sostanzialmente tre:

 

q   Emarginazione: Quella della Parola   di   Dio nelle comunità è una “presenza”     

      E’ una presenza ritualizzata e non incarnata   nella vita;

      E’ una presenza dovuta e non sentita;

      E’ una presenza obbligata e non desiderata;

      E’ una presenza subita e non vivificata.

 

q   Occasionalità:  Non sempre il testo biblico si respira nel suo con testo celebrativo ed esistenziale;

      Spesso una lettura vale l’altra;

      Sovente il brano è accostato come un frammento non rapportato al tutto.

 

q   Separatezza:

       la Parola spesso è staccata dalla vita e dalla comunità.

      Infatti: Non sempre c’è osmosi tra Catechesi,   Liturgia e Carità; 

      on sempre emerge l’ecclesialità della Parola, la   comunità parrocchiale è chiamata a diventare sempre più l’ambiente della Parola;

     Non sempre appare la teologalità della Parola non si deve mai dimenticare che è Parola di  Dio; che va letta nello Spirito di Dio; che è Parola di Salvezza.

La Parola di Dio richiede, per essere feconda, un impegno convinto, costante, totale;

infatti la pagina biblica quanto più diventa bella tanto più sembra essere difficile. E’ l’esperienza, ad es., del Card. Martini che della Bibbia ha fatto il centro della sua vita. Annota al riguardo: “Col tempo, quanto più la Scrittura mi si rivela nei suoi aspetti capaci di far risplendere la luce di Cristo in mezzo a noi, tanto più mi pesano le sue durezze, le sue pagine faticose da leggere e da accettare e soprattutto difficili da inquadrare nell’orizzonte del Cristo umile e misericordioso”.

Va da sé che le cinque forme privilegiate di incontro con la Bibbia nella liturgia, nel cammino di iniziazione, nella catechesi, nell’insegnamento della religione, nella lectio fatta in gruppo richiedono da parte di coloro che proclamano e coloro che ascoltano quella disponibilità interiore docile e umile senza la quale tutto è vanificato.

Una pastorale biblica che vuole penetrare negli ambiti dei lontani, della catechesi degli adulti, delle famiglie, dei cammini vocazionali e dei giovani, deve trovare servitori premurosi, annunciatori competenti, testimoni appassionati.

 

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