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“Repertorio Nazionale Canti per la liturgia”
Riceviamo e pubblichiamo integralmente un comunicato stampa inviatoci dalla Conferenza Episcopale Italiana Ufficio nazionale per le comunicazioni
sociali in merito al repertorio di canti per la liturgia.
COMUNICATO STAMPA
La CEI ha pubblicato la nuova edizione del Repertorio nazionale di Canti per la liturgia edito dalla Editrice Elledicì. In conformità con
l’Istruzione Liturgiam authenticam il repertorio è stato sottoposto all’approvazione dell’Assemblea Generale dei Vescovi italiani e ha ottenuto il 20 maggio
2008 la recognitio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Viene ora pubblicato in una nuova edizione
corredata di testi e partiture, quale strumento concreto al quale attingere nella scelta dei canti più appropriati per le diverse celebrazioni. “Per cantare in modo consono alla liturgia della Chiesa
occorrono canti adatti quanto al testo, alla musica e allo stile, canti cioè che incarnino ciò che la liturgia chiede di compiere e che i fedeli possano agevolmente fare propri – spiega nella
presentazione S.E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI -. Fu questa esigenza a motivare la prima edizione del Repertorio nazionale di canti, presentato per l’uso
liturgico alle Chiese che sono in Italia dalla Commissione Episcopale per la liturgia il 6 gennaio 2001. Esso intendeva non solo evidenziare il
significato e il ruolo del canto nella preghiera liturgica, ma anche rispondere alla richiesta di un repertorio nazionale, in grado di suggerire alcuni criteri fondamentali che
orientassero nella scelta dei canti e garantissero la dignità delle celebrazioni”. Il Repertorio oltre la presentazione del Segretario Generale della CEI contiene la premessa in 15 punti della
Commissione Episcopale per la liturgia; la melodia e i testi di 384 canti che seguono l’anno liturgico, un indice alfabetico, un indice per tempi liturgici e i crediti dei
singoli canti. Si presenta in tre modalità: un libro dei fedeli di 663 pagine con le melodie e i testi di tutti i 384 canti; un libro con l’accompagnamento organistico di tutti i canti e un Cd-Rom
con Mp3 di tutti i canti.
“Il Repertorio nazionale ha ripreso in modo efficace la prima
proposta fatta dalla Conferenza Episcopale Italiana, pubblicata nel 1979 e denominata repertorio-base a carattere nazionale – sottolinea Mons. Domenico Falco, Direttore dell’Ufficio
Liturgico Nazionale -. Questo secondo elenco di canti è stato selezionato da un apposito gruppo di lavoro, a ciò incaricato dall’Ufficio liturgico nazionale della CEI ed approvato nel corso della
LVII Assemblea Generale della CEI il 24 maggio 2007”.
Il Repertorio nazionale intende rispondere a una doppia esigenza: segnalare e rendere reperibili canti adatti alle celebrazioni liturgiche, partendo dalla
produzione tradizionale e da
quella degli ultimi decenni; diffondere, mediante scelte operate, alcuni criteri di individuazione e selezione dei canti, che aiutino a scegliere in modo più attento a livello locale. “Si tratta in
massima parte di canti in lingua italiana; alcuni sono in lingua latina con annessa traduzione conoscitiva – aggiunge Mons. Antonio Parisi, consulente dell’Ufficio liturgico
nazionale della CEI -. I canti scelti sono tratti da
pubblicazioni edite in Italia negli ultimi trent’anni; la fonte
viene segnalata. Di ogni canto si indica la forma liturgico-musicale e ne è suggerito l’uso liturgico più appropriato”.
Durante l’Assemblea Generale della CEI, giovedì 28 maggio 2009, nel corso dell’udienza di Benedetto XVI ai vescovi italiani, S.Em.za Card. Angelo Bagnasco, Presidente della
CEI, a conclusione del saluto rivolto al Santo Padre, ha donato al Papa il Repertorio nazionale.
COME INTERPRETARE L'ESPRESSIONE "ETERNO RIPOSO"?
Caro Colibrì,
vorrei che qualcuno mi fornisse una spiegazione plausibile dell’espressione «eterno riposo», contenuta in una delle nostre più popolari preghiere per i defunti.
Per l'uomo biblico il «riposo eterno» è il sommo bene desiderabile, che si identifica con quella che i teologi sogliono chiamare «visione beatifica». Per i cristiani praticanti e per gli addetti
ai lavori questo termine significa il paradiso. Agli altri comuni mortali che entrano in chiesa soltanto per i funerali, ed eventualmente anche la notte di Natale, e che pure si vogliono far
chiamare cristiani, cosa dice l’espressione «riposo eterno»?
Non ho fatto un’indagine scientifica con gli strumenti che attualmente sono a disposizione. Mi augurerei che qualcuno lo facesse, se pur non l'ha già fatto. Ho soltanto chiesto alla gente comune
e ho scoperto quello che sospettavo.
Potrei citare un campionario di risposte, talune anche scontate, altre crudamente sconvolgenti: «Dormire per sempre è il destino che ci attende», «Un sonno eterno da cui non ci si sveglia più»,
«Una specie di coma totale in cui cessa ogni forma di vita attiva», «Un’ibernazione perpetua, quasi una conservazione sotto vuoto, a bassissime temperature», «Si cade in letargo, come certe
specie di viventi», «È come il Nirvana che i buddisti predicano».
Per finire: cosa significa per te: «Ripòsino in pace»? Risposta: «Che non bisogna disturbarli», «Che si devono lasciar tranquilli», «La quiete sovrana in cui sono immersi va rispettata».
C'è da riflettere, ma anche da fare qualcosa. Due millenni ci separano dalla cultura in cui è nata la Bibbia, duemila chilometri ci dividono dal mondo semita, anni luce si frappongono fra quella
mentalità e l'uomo televisivo di oggi. Senza discutere – e ce ne sarebbe all'infinito –, io comincio la liturgia funebre, specialmente quando ci sono in chiesa quei tali cristiani di cui si
diceva prima, e sono la maggioranza, così: «Accogli Signore nella tua casa il nostro fratello… Donagli la gioia eterna, perché possa godere con te nella felicità che dura sempre».
don Pietro Mozzato (VE)
pmozzato@libero.it
Non c’è dubbio che il termine “riposo” nell’eucologia cristiana sia oggi a rischio di grossolani fraintendimenti, soprattutto in un contesto sociale dove il riposo si identifica sovente con il
semplice far niente o dormire dopo una fatica o, paradossalmente, dopo una movimentata “festa” dove la notte è stata scambiata con il giorno.
Il rischio di malinteso ha, tuttavia, radici ben più gravi e profonde. In particolare, l’affievolimento della fede nella vita eterna con la conseguente ricaduta in concezioni pagane dell’aldilà:
l’ade dei greci, gli inferi dei latini o lo sheòl immaginato dal popolo del Primo Testamento nel suo lento cammino verso la piena rivelazione. Cioè, un mondo di profonda oscurità (Sal 88,7.13)
dove i morti sopravvivono come ombre in un’esistenza senza valore e senza gioia, «terra di caligine e di disordine dove la luce è come le tenebre» (Gb 10,22).
Familiarità con il linguaggio biblico. I malintesi odierni sul «riposo eterno» sono causati soprattutto da una lacunosa formazione biblica. «Massima è l’importanza della sacra Scrittura nel
celebrare la liturgia. Da essa, infatti, vengono tratte le letture da spiegare nell’omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni
liturgici e da essa prendono significato le azioni e i segni» (SC 24). Non ci può essere, pertanto, alcuna autentica intelligenza delle realtà cristiane se non a partire dalla Bibbia e dalla
liturgia, che s. Agostino definiva «tamquam visibile verbum», cioè una parola, un messaggio che si fa immagine (In Joh. Ev. Tract. LXXX, 3, CCL 36, 529).
Per questa ragione, lo stesso numero della costituzione conciliare sulla liturgia continua: «Perciò, allo scopo di favorire la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è
necessario che venga promossa quella soave e viva conoscenza della sacra Scrittura che è attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali».
Ora, la Scrittura – come la liturgia – non possono presentare l’aldilà, le realtà soprannaturali se non con immagini umane, a partire dall’esperienza umana, per quanto inadeguata ad esprimere la
realtà di Dio e della vita oltre la morte.
Il riposo è il momento in cui l’essere umano non solo rigenera le forze consumate durante il lavoro, ma è anche, e soprattutto, il momento in cui egli trova la gioia profonda di quelle relazioni
umane che danno pienezza di senso alla vita. Il riposo non è pertanto un semplice far niente. Anzi, il restare del tutto inattivi e soli stanca e distrugge più del lavoro.
La vita eterna non ha niente da spartire con la “casa di riposo”. Già nel Primo Testamento essa è adombrata come il pieno raggiungimento di tutte le umane aspirazioni; piena comunione del giusto
con Dio, partecipazione alla vita stessa di Dio, un Dio che «opera sempre» (Gv 5,17). «Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio per narrare tutte le sue opere
presso le porte della città di Sion» (Sal 73,28). Per questo la Bibbia fa del riposo l’immagine del traguardo ultimo della nostra esistenza.
Il riposo come compimento della storia della salvezza. È soprattutto il riposo sabbatico che ci permette di interpretare correttamente la preghiera che eleviamo a Dio perché conceda il riposo
eterno ai defunti. Il riposo sabbatico, infatti, è presentato dalla Scrittura come un dono di Dio (cf. Es 16,29), perché gli uomini possano sperimentare la libertà dalla fatica, dalla schiavitù
(cf. Es 23,12), da ogni sopruso di un uomo sull’altro (cf. Gs 1,13-15). Il riposo è l’immagine con la quale la Scrittura esprime il raggiungimento della terra promessa dopo il lungo e faticoso
esodo dalla schiavitù dell’Egitto (cf. Dt 5,15).
Il profeta Ezechiele riprende la stessa immagine per descrivere il secondo esodo, il ritorno a Gerusalemme dopo la schiavitù babilonese: «Vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il
Signore» (37,14). Il salmo 23 canta: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare...». La lettera agli Ebrei, commentando il salmo 95, riprende questa
immagine del riposo per esprimere il compimento del disegno divino di salvezza (cf. 4,1-3).
Il riposo di cui parla la Scrittura, e quindi anche la preghiera cristiana, non è il silenzio della morte, ma il possesso di tutte le benedizioni di Dio. Infatti, nella spiritualità biblica
riposare significa partecipare a quel riposo di Dio che celebra il compimento della creazione, anzi, di tutto il suo progetto di salvezza (cf. Gn 2,3). In altre parole, riposare significa
prendere parte alla vita gloriosa di Dio. «Beati fin da questo momento i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono» (Ap
14,13). In contrapposizione, «non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome» (Ap 14,11).
Il raggiungimento del riposo pieno e gioioso è appannaggio di quanti non hanno abbandonato la fiducia in Dio e, avendo creduto alla parola del suo Figlio Gesù, non hanno piantato definitivamente
le loro tende per adorare quel vitello d’oro che è simbolo di tutte le nostre idolatrie (cf. Eb 3,7-19).
Alle origini della nostra preghiera per i defunti. Alla luce della Scrittura, la tradizionale preghiera che la pietà cristiana rivolge al Signore per i defunti non dovrebbe dare adito né ad
ambiguità né a banalizzazioni.
Il breve testo si concentra su due eloquenti immagini bibliche che, ovviamente, si radicano su due forti esperienze umane: il riposo (requies) e la luce (lux). Parole chiarissime e familiari per
i cristiani dei primi secoli. Esse, infatti, si trovano ricorrenti nelle più antiche iscrizioni funerarie cristiane (cf. Requies in DACL, t. XIV, II).
In una necropoli cristiana risalente al V secolo e scoperta nel 1911 ad Ain Zara, 14 km a Sud-est di Tripoli, per ben 26 volte si trova scritta sulle tombe questa formula di preghiera: «Requiem
aeternam det tibi Dominus et lux perpetua luceat tibi». Formula che è mutuata dall’apocrifo IV Libro di Esdra (III sec.).
Questa invocazione, opportunamente adattata al plurale, entrò nel Graduale Romano in epoca gregoriana (VI sec.) come canto d’introito per la messa funebre e di lì passò nella prassi della
preghiera popolare con l’aggiunta del «requiescant in pace». Quest’ultimo augurio è desunto dalla memoria quotidiana dei defunti che, a partire dal breviario francescano (XIII sec.), concludeva
le diverse ore dell’ufficiatura monastica (= Fidelium animae per misericordiam Dei requiescant in pace. Amen) e, poco tempo dopo, anche la messa per i defunti (cf. M. Righetti, Storia liturgica,
II 377; 628-629; J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia, II 325, 333).
Ora, qualsiasi espressione che, in una monizione introduttiva, evochi con termini più immediati la fede e la speranza nella vita eterna è più che lecita, purché non si rinunci nell’eucologia
liturgica e privata ad una formula che ci ricollega alle immagini della Scrittura e a quasi venti secoli di tradizione, anche se ciò richiede una previa catechesi biblica.
Silvano Sirboni
COME SI REAGISCE DI FRONTE ALLE CADUTE DI UN PRETE
Caro Colibrì,
permettermi di fare ad alta voce queste riflessioni che volentieri sottopongo al giudizio di altri.
Se un uomo cade per terra, i vicini passanti si danno da fare per aiutarlo a rialzarsi, gli domandano se si è fatto male e, se resta azzoppato, telefonano all’autoambulanza perché egli raggiunga
un pronto soccorso o un ospedale.
Questo gesto esprime il senso della fraternità e della carità: ed è meraviglioso. La gente non lo valuta come straordinario, ma normale. In caso diverso ci vergogneremmo di chiamarci
uomini.
Se cade per terra una foglia d'albero nessuno si preoccupa, ma se casca un campanile tutta la popolazione ne resta profondamente addolorata tanto che si dà da fare per ricostruirlo, anche se ci
vorrà parecchio sacrificio.
Se un uomo tradisce o abbandona la moglie si resta afflitti, ma non più di tanto perché oggi è quasi normale che accada. Tanto è vero che farisaicamente si è legalizzato anche il divorzio.
Ma se cade per terra un prete, che è pur sempre un uomo e come tale soggetto a sbagliare, sembra che frani il mondo.
Si hanno sempre a disposizione due pesi e due misure: una permissiva e una condannatoria.
Per qualcuno che generosamente ha giurato e si è impegnato a spendere tutte le sue energie per volare in alto, se si prende qualche "capogiro" e casca per terra in qualche possibile 30 febbraio
di questo mondo c'è solo la condanna assoluta con tanto di ghigliottina.
Certo, se questo qualcuno è un prete nessuno ha il dovere di dirgli che, cadendo, è stato bravo, ma se mai quello di curargli le ferite che lo hanno lacerato. Nessuno ha il diritto di condannarlo
e di pesticciarlo, cosa che può fare solo chi è “senza peccato”. Ma questo lo può fare solo Cristo, tanto più che è venuto sulla terra “non a condannare, ma a perdonare”.
Perché un prete, sempre pronto a perdonare chi si riconosce “fuori strada”, non ha diritto di essere anche lui perdonato se, a qualche curva della vita, prende una sbandata? Non è anche lui un
uomo che merita misericordia?
Certi fariseismi in chiesa ci stanno sullo stomaco, ma fanno lo stesso effetto anche quelli che se ne stanno al di fuori.
A parlare e a scrivere sui giornali di qualche "scivolata" di un prete sembra che si provi una grande soddisfazione. È un modo "nobile e furbesco" tante volte per giustificare le proprie
"sbandate" così da sentirsi in pace.
Tutti i vestiti possono e devono essere lavati, ma la tonaca, se si sporca, ha da essere buttata in Arno. Chiamatela giustizia, se vi riesce!
Perché i pantaloni e le sottane si possono lavare e stirare così da poterli indossare di nuovo e far bella figura, mentre la tonaca ha da essere gettata sul rogo?
Nani Dido
Caro Nani, i preti cadono perché sono uomini, il che significa anzitutto che tra le loro file vi sono persone con difficoltà psicologiche in ugual proporzione che nel resto della
popolazione.
Circa la loro moralità, non è possibile fare altro che lasciare a Dio il giudizio, ma almeno dal punto di vista umano possiamo mettere qualche punto fermo. La grazia non può far da supplente alla
natura e sul piano naturale vi sono uomini che presentano serie carenze che portano ad errori a volte molto gravi. Davanti all’errore di un prete certamente una parte (prevalente?) di opinione
pubblica si scatena: forse, come lei nota, non solo allo scopo di aiutare il peccatore, ma di puntare il dito contro altri e distrarre l’attenzione dal proprio peccato.
Mi pare che nella sua lettera sia ben raccontato l’atteggiamento “condannatorio”, ma ne citava un altro che ha a che fare con il permissivismo. Ritengo che in molti casi si voglia dare una
condanna “esemplare” dopo anni di permissivismo verso gravi scandali ad opera di preti; come se la condanna esemplare potesse annullare retroattivamente una serie di omissioni.
Gesù ha detto in maniera esplicita che lo scandalo è pericoloso all’interno della comunione ecclesiale. È vero che a volte i media cavalcano lo scandalistico, ma non possiamo come chiesa ignorare
che certi comportamenti generano scandalo perché sono a danno dei piccoli. Essere permissivi di fronte a certi fatti non è un bene né per chi li subisce né per chi li compie.
La misericordia porta un frutto pieno e genera un radicale cambiamento nelle persone quando sopraggiunge la percezione della gravità di quanto compiuto: a volte la domanda è se la chiesa sia
attrezzata e pronta ad accogliere un presbitero che abbia commesso un fatto grave. Esistono luoghi nei quali poter compiere un cammino di riparazione: vi sono comunità in cui si opera per
restituire una dignità perduta nel corso del ministero; ma a volte sembra che le chiese locali non ne siano a conoscenza o oscillino tra i citati rigorismo e permissivismo, invece di preoccuparsi
ai primi segnali di ricondurre in carreggiata chi devia dal sentiero.
Caro Nani, amo ascoltare le critiche, anche di chi ci vede dall’esterno: non penso che siano sempre vere, anzi sono convinto che il vangelo abbia una intrinseca radicalità, un “ma io vi dico” che
raramente ci sentiremo rimproverato all’esterno. Ma l’attenzione dobbiamo porla al nostro interno, per domandarci che succede e che stiamo facendo, come esercitiamo la vigilanza e la correzione
fraterna, come salvaguardare il peccatore e il piccolo che ha subito lo scandalo. “Beati voi quando… mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. Il problema non è quando
dicono male, ma quando purtroppo non mentono.
don Luca Balugani
SULLE COPPIE DI FATTO
Per le coppie di fatto
una sensibilità solidarista
Caro Colibrì,
sono convinto che, in uno stato laico, dove si incontrano culture diverse, nel rispetto delle identità di ciascuna, credenti e non credenti devono cercare piste concrete per realizzare il maggior
bene comune possibile, consapevoli delle necessarie mediazioni da compiere. Pertanto, la collaborazione politica dei cattolici con «partner» di diverso orientamento culturale nella vita politica
va impostata laicamente e nel rispetto delle regole democratiche, senza compromettere, certo, la propria identità e in coerenza con i valori ispiratori. Sono perciò convinto che i cattolici non
tradiscano tali valori se, servendosi delle situazioni storiche, dei «segni dei tempi» e del dialogo interculturale, affrontano anche questioni molto delicate che vanno regolamentate.
Una di queste, che oggi va affrontata con molta intelligenza e con le necessarie mediazioni, è quella delle coppie di fatto: sono infatti maturi i tempi, anche perché, secondo indagini non
sospette, una percentuale abbastanza ampia del mondo cattolico è di quest’avviso. Perciò una legge sui diritti – e anche i doveri – delle persone che formano coppie di fatto è necessaria.
So bene che molti altri cattolici, soprattutto nel clero, quando si fanno questi discorsi, si allarmano perché un tale provvedimento sarebbe un attentato alla famiglia fondata sul matrimonio
(art. 29 della Costituzione). Ma non è così.
Se, infatti, diamo un’occhiata al nostro ordinamento giuridico, troviamo che la convivenza di fatto, qua e là, viene già riconosciuta. L’articolo 572 del Codice penale, per esempio, considera il
convivente una persona della famiglia e lo tutela in caso di maltrattamenti fisici o morali; l’articolo 30 dell’Ordinamento penitenziario (L. 354/1975) ammette la possibilità per il detenuto di
avere permessi che gli consentano di fare visita non solo al familiare, ma anche al convivente in caso di pericolo di vita; l’articolo 199 del Codice di procedura penale, poi, prevede la facoltà
di non testimoniare per chi «pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso»; infine, la legge sull’adozione prevede l’affidamento del minore,
«temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, ad un’altra famiglia sia legittima sia naturale».
Ma c’è ben altro, e i politici lo sanno. Da decenni, una vigente normativa inerente al sistema pensionistico permette, oltre che ai conviventi dei giornalisti, anche a quelli dei parlamentari,
benefici assistenziali – tipo una cassa mutua – che derivano dal contratto di lavoro, e ne traggono vantaggio pure quelli che si oppongono alle coppie di fatto. Ne usufruisce un deputato su
quattro. Di tali diritti i parlamentari godono senza che siano mai state sollevate obiezioni, a parte Pier Ferdinando Casini, un cattolico che, a suo tempo, annunciò che avrebbe rinunciato.
Quello che è siginificativo è che nessuno mai ha posto il problema di eliminare questi diritti, neppure chi, come Casini, è stato presidente della Camera.
E allora perché questa schizofrenia legislativa? Una legge che disciplini le coppie di fatto non vuole sradicare la famiglia; e non è un capriccio del centrosinistra, tanto è vero che anche il
centrodestra presta molta attenzione. Lo stesso Berlusconi ha dichiarato che, nel caso una tale legge venisse proposta in Parlamento, lascerà ai suoi deputati libertà di votare secondo
coscienza.
A nostro giudizio, perciò, una normativa che vada su questa direzione è una necessità, perché non si può ignorare che oggi in Italia, nonostante le leggi che difendono la famiglia fondata sul
matrimonio, le convivenze libere aumentano. E, se è giusto salvaguardare la famiglia ontologicamente diversa da tali unioni, nemmeno si può discriminare queste ultime.
Il card. Carlo Maria Martini, nel discorso pronunciato alla vigilia di Sant’Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto «l’autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e deve
testimoniare una sensibilità solidarista». E concludeva: «Al vertice delle nostre preoccupazioni non deve essere il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso
proprio».
Ed è seguendo questi dettami del card. Martini, che si muove il testo preparato dal professor Stefano Ceccanti, cattolico ed ex presidente della Fuci, su incarico del ministro delle Pari
Opportunità Barbara Pollastrini: esso «non prefigura un simil-matrimonio come i Pacs», ma «pragmaticamente tutela persone legate nelle unioni di fatto». Per cui, se è vero che la Costituzione
riconosce un plusvalore alla famiglia fondata sul matrimonio (art. 29), è pur vero che essa «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2).
Le coppie di cui si parla non hanno quindi nulla a che vedere con la famiglia fondata sui matrimonio, di cui all’articolo 29 della Costituzione: perché, come dichiara il prof. Ceccanti, nel testo
proposto «non è prevista una “celebrazione” dell’unione di fatto. Nel matrimonio diritti e doveri nascono nel momento stesso che si celebra quel rito». Nel testo, invece, si propone «un registro
comunale nel quale si va a certificare non qualcosa che nasce in quel momento, ma qualcosa che già esiste. I soggetti si registrano con una dichiarazione congiunta che attesta l’esistenza di tale
unione. Il diritto nasce dal fatto precedente non dalla celebrazione». Non solo: ma nel testo è previsto «un equilibrio tra diritti e doveri». Su questioni come la reversibilità delle pensioni,
per esempio, si apre un diverso capitolo, quello degli obblighi pubblici, che va regolamentato a parte, presto e con precisione, perché altrimenti esisterebbero «situazioni di fatto per cui è più
conveniente essere conviventi che essere sposati».
Concludendo, diciamo che, appunto perché si tratta di una questione molto delicata, che appartiene alla coscienza, alla sensibilità delle persone, al costume, essa va affrontata coinvolgendo
maggioranza e opposizione per avere, tramite un confronto serrato e leale, una buona legge votata da una larga maggioranza trasversale in parlamento. Che duri nel tempo. Evitando cosi di
dividerci in guelfi e ghibellini, con polemiche di carattere ideologico, per “sentito dire” più che in punta di fatto.
don Salvatore Bussu
Padre Amorth conferma l’anticipazione di ‘Petrus’: “Dal Papa una nota per obbligare i Vescovi a nominare gli esorcisti”. Poi la denuncia: “Persino alcuni Cardinali non credono nel demonio” di Gianluca Barile
CITTA’ DEL VATICANO - E’ al vaglio della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il documento, la cui redazione era stata preannunciata all’inizio dell’anno dal nostro quotidiano, con cui il la Santa Sede, per volere di Benedetto XVI, intimerà ai Vescovi di nominare un numero stabile di esorcisti nelle proprie Diocesi. Lo stesso Benedetto XVI, incontrando in Udienza il nostro collaboratore Monsignor Andrea Gemma, l’unico Vescovo a praticare il ministero della liberazione dagli spiriti infernali, aveva assicurato, lo scorso mese di Luglio, che stava per provvedere alla carenza sempre più cronica di esorcisti in Italia e nel mondo. Un impegno che, come conferma in esclusiva a ‘Petrus’ Padre Gabriele Amorth (nella foto), uno che di esorcismi se ne intende, il Pontefice ha mantenuto.
Dunque, Padre Amorth, che Lei sappia, come stanno le cose?
“A buon punto. La nota del Papa c’è ed io la conosco perfettamente a memoria. Grazie a Dio, quanto prima, i Vescovi saranno ‘costretti’ a nominare degli esorcisti malgrado il loro scetticismo…”.
Questa nota cosa stabilisce esattamente?
“Con questo documento, il Papa ordinerà ai Vescovi di nominare il numero necessario di esorcisti per liberare le persone possedute dal demonio nella propria Diocesi. Finalmente, dopo anni di battaglia da parte di noi esorcisti, i Vescovi non potranno più rifiutarsi di delegare dei sacerdoti per scacciare il diavolo”.
Lei non ha mai lesinato critiche a quei Vescovi che non praticano esorcismi e non nominano esorcisti…
“E ci mancherebbe altro! Come esorcista, ma prima ancora come sacerdote, ho il dovere tuttora di denunciare il colpevole immobilismo di tutti quei Vescovi - purtroppo, la maggior parte - che non formano e nominano esorcisti perché non credono nel demonio, non lo hanno mai studiato, non se ne sono mai occupati e di cui hanno solo una vaga credenza!”.
In effetti, per intervenire personalmente il Papa, la situazione sarà davvero critica…
“Critica è dir poco! La situazione è tragica! Pensi che persino dei Cardinali di Santa Romana Chiesa chiamati a guidare delle importantissime Diocesi non hanno mai delegato un esorcista perché non credono nel demonio!”.
Padre Amorth, la Sua accusa è molto grave: a chi si riferisce con esattezza?
“A chi mi riferisco?!? Basta guardarsi un po’ in giro! Tanto per restare in Italia, a Bologna non ci sono esorcisti, a Firenze si fatica a trovarne uno, a Napoli è un disastro. E sono tutte sedi cardinalizie! Vuole che continui?”.
Diciamo che, purtroppo, può bastare…
“Ecco. Allora, come vede, l’intervento del Santo Padre Benedetto XVI è a dir poco provvidenziale: al contrario di tanti Vescovi e Cardinali, lui crede, eccome, nell’esistenza del maligno”.
Sappiamo che Lei e Benedetto XVI avete avuto anche modo di approfondire la questione di persona…
“Esatto. L’ho incontrato tre volte quand’era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, insieme ai confratelli esorcisti, quando è stato eletto Papa, e ci ha sempre incoraggiato ad andare avanti nel nostro ministero”.
Veniamo ora al ruolo dei laici nel ministero della liberazione: essi possono scacciare i demoni?
“Certo che sì! E se non lo fanno, cadono in peccato mortale!”.
Eppure c’è chi sostiene che la facoltà di esorcizzare sia riservata solo ai sacerdoti con regolare mandato del Vescovo…
“Dunque, il malinteso riguarda il termine esorcizzare. L’esorcismo è un sacramentale, una preghiera pubblica che può essere recitata solo ed esclusivamente da un sacerdote con l’autorità della Chiesa per scacciare il demonio. Bene. Le preghiere di liberazione hanno lo stesso scopo e la stessa efficacia dell’esorcismo, con la differenza che possono essere recitate anche da laici. La soluzione sta quindi nel mezzo: i laici ordinino in nome di Cristo al maligno di abbandonare il corpo dei posseduti, mostrino immagini e reliquie di Santi a cui sono molto devoti, invochino l’aiuto dei Santi, l’intercessione della Madonna, impongano il Crocifisso sulla testa dell’ammalato ma mai le mani; si guardino solo dal pronunciare la frase: ‘Io ti esorcizzo’. E dicano sempre, in continuazione: ‘Nel nome di Cristo, vattene, ritirati all’inferno, io ti scaccio spirito immondo! Sono a conoscenza di innumerevoli casi di posseduti liberati da laici e non da esorcisti, perché gli esorcisti, colpevolmente, agivano senza credere nel demonio e senza confidare in Dio. Poi, come esempio, c’è la vita di molti Santi: penso a Santa Caterina da Siena, che non era né sacerdote né suora, eppure scacciava il diavolo dai posseduti. Anzi, erano gli esorcisti stessi a chiedere il suo aiuto perché loro, pur essendo preti, non ci riuscivano”.
Una differenza ‘sottile’…
“Una differenza che serve esclusivamente a distinguere i ruoli tra sacerdoti e laici. Anche perché, lo ripeto, esorcismi e preghiere di liberazione hanno la stessa efficacia e, in fondo, possono essere considerati una cosa solo. Personalmente, ritengo determinante l’ausilio dei laici e il loro impegno nel ministero della liberazione. Visto l’esiguo numero di esorcisti, senza di loro ci sarebbero migliaia e migliaia di posseduti in più in giro per il mondo”.
Padre Amorth, da 13 anni, chi La intervista, si occupa del ministero della liberazione: perché tanto scetticismo verso i laici?
“Per ignoranza! I laici sono una risorsa fondamentale nella lotta agli inferi. Perché è vero che il sacerdote esorcista ha il mandato del Vescovo, ma i laici hanno già da 2000 anni il mandato di Cristo, che prima ai 12 Apostoli, poi ai 72 discepoli e infine a tutti gli uomini ha assicurato: ‘Nel nome mio scaccerete i demoni’. Ma cosa vuole, se non si crede nell’esistenza del diavolo, non si può credere nemmeno nel potere dei laici di scacciarlo. A tal proposito mi consenta di benedire dalle colonne del suo giornale tutti quei laici impegnati nel ministero della liberazione e, in particolare, i fratelli del Rinnovamento Carismatico che operano con grandissimi risultati nel mondo intero”.
Molti Santi, in vita,
A proposito di Gesù: molti teologi e biblisti, come dire, ‘progressisti’, si dicono certi che quelli narrati nel Vangelo ad opera del Signore non siano veri e propri esorcismi ma guarigioni da malattie mentali…
“E’ una falsità enorme! E la risposta la fornisce lo stesso Gesù, quando libera quel giovane ai piedi del Monte Tabor e dice: ‘Per scacciare questo tipo di demonio c’è bisogno di preghiera e digiuno’. E’ lui stesso a parlare di demonio. Che questi teologi e biblisti ne sappiano più del Signore e intendano smentirlo?”.
ei è esorcista ormai da tantissimi anni: trova che il fenomeno delle possessioni sia aumentato o diminuito?
“Non ho dubbi: è notevolmente aumentato. Basta guardare le Chiese semi-vuote per rendersene conto. Tutta colpa del sesso, della droga, della ricerca del potere, del denaro, del successo, del benessere ad ogni costo. Il mio primo pensiero va ai giovani: ormai si sono deliberatamente consegnati nelle mani di Satana. Alla Chiesa preferiscono le discoteche, a Cristo preferiscono Marilyn Manson, alla Celebrazione Eucaristica prediligono le messe nere, le sedute dai maghi e l’invocazione dei defunti. Tutte queste azioni distorte ed occulte prima li fanno cadere in peccato mortale e poi li fa andare incontro alla possessione diabolica, con conseguenze fisiche e psicologiche destinate a durare anni interi”.
Gruppo "Maria" di Padre Matteo La Grua
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