Conclusioni al V Convegno Ecclesiale delle Chiese Calabresi Sarà il Cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, ad aprire domani il convegno delle Chiese
calabresi - in programma dal 7 a 10 ottobre a Le Castella (Kr) - sul tema "Comunione è speranza. Il dono e gli impegni delle Chiese calabresi per testimoniare il Risorto nel nostro tempo". Tema
della prolusione del porporato sarà: "L’eredità del Convegno ecclesiale di Verona: l’impegno delle Chiese calabresi per testimoniare il Risorto". Si tratta, spiega il presidente dei vescovi
calabresi, mons. Vittorio Mondello, di "recuperare le ricche riflessioni" di Verona "per calarle nella vita pastorale delle Chiese di Calabria". Si vuole - spiega mons. Mondello - "insistere
sulla necessità della comunione, senza la quale nessuna testimonianza è possibile, e sull’urgenza della testimonianza del Risorto per dare nuova speranza all’uomo e alla società di oggi". Quale
messaggio alla Calabria? “Il messaggio - spiega Mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano-Cariati e presidente del Centro ecclesiale regionale - può essere "duplice ed è facilmente
rintracciabile nel titolo che si è inteso dare al convegno: comunione è speranza. Speranza e comunione, dunque. Un messaggio duplice ma anche un messaggio univoco. La Chiesa di Calabria
s’interroga su come testimoniare la speranza attraverso la comunione; su come ribadire che solo nella comunione si trovano i germi di quella speranza cristiana che non è un semplice
incoraggiamento circa l’avvenire, ma rappresenta un impegno, un cammino, un itinerario nel quale muoverci, alla luce e al soffio dello Spirito Santo. Sì, deve essere Lui, lo Spirito, il vero
protagonista del nostro incontro. La Chiesa riflette, ricerca e s’interroga su percorsi concreti, su scelte pastorali, su proposizioni da seguire perché è docile a quello Spirito che le chiede di
discernere al volontà di Dio alla luce dei segni dei tempi. La volontà di Dio è sempre una volontà di bene, un progetto di amore per le sue creature: ecco il fondamento della speranza cristiana;
ed è questa una speranza che non possiamo non ricercare e riversare nel tessuto della vita della nostra gente. Ma il discernimento nello Spirito è un discernimento comunitario: ecco, dunque, la
comunione. In un tempo in cui il soggettivismo e l’individualismo più marcati continuano ad affliggere l’uomo e, a volte, a tentare anche gli uomini di Chiesa - aggiunge mons. Marcianò - le
Chiese calabresi vogliono ribadire che è possibile sperare laddove insieme si pensa, si lavora, si cerca: laddove si cerca di conoscersi e comprendere reciproche ricchezze e difficoltà. In una
parola, laddove si cerca di amarsi con quell’amore che è dono e compito affidato dalla Trinità alla Chiesa. È nella comunione - conclude - che va ricercata e accolta la speranza che illumina il
sì della fede, il grande sì che, secondo la famosa espressione di Benedetto XVI a Verona, Dio ha detto all’uomo. È quanto anche noi vogliamo dire con le riflessioni e i lavori del nostro
convegno; ma è anche quanto ci auguriamo di dire attraverso l’esperienza concreta di comunione che il convegno ci consentirà di fare". Il programma - stilato alla luce degli input dettati dalle
diocesi - prevede in apertura delle giornate una serie di meditazioni dettate dai vescovi di Calabria, e al primo giorno vedranno anche la presenza di una rappresentanza delle comunità ortodossa
e valdese e di autorità civili che formuleranno un saluto a tutti i convenuti. Non è facile trarre le conclusioni di un Convegno così articolato e pieno. Non è facile soprattutto perché bisogna
attendere che i contenuti e, in particolare, le proposizioni offerte, diventino nostro patrimonio e vengano elaborate in modo tale da fornire una pista di lavoro e una chiara prospettiva
pastorale. Non è facile, dunque, concludere. Ma è facile, anzi è doveroso, manifestare la gratitudine del cuore al Signore per quanto in questi giorni ci ha dato di vivere e di sperimentare: quel
volto della Chiesa-comunione che, prima ancora delle parole, è emerso dai volti e dalle esperienze che ciascuno di noi qui ha portato. Una Chiesa, quella di Calabria, che ha camminato e gioito
insieme in questi giorni, che ha saputo interrogarsi con uno stile di impegno e di costruttività. Una Chiesa che vuole sempre più sentirsi presente nella vita della nostra gente, nei problemi del
territorio, nella quotidianità di percorsi che hanno necessità di essere risvegliati, integrati, riveduti. Una Chiesa che a volte fatica a trovare la coerenza e l’incisività dell’annuncio ma che,
tuttavia, sa di avere la risposta ultima a tutti i travagli e i drammi dell’uomo: Gesù Cristo Signore, morto e risorto e presente nella Sua Chiesa. Una Chiesa che sa di essere “di” Cristo, che sa
di portare Cristo. E che perciò può sperare. Per questo, però, una Chiesa che deve ripartire da un serio esame di se stessa, dalle proprie modalità di accogliere e vivere lo stesso Vangelo di
Cristo. Dunque una Chiesa che sempre deve riconvertirsi alla centralità del Cristo; che sempre deve cercare Lui, in ogni proposta evangelizzatrice, in ogni iniziativa, in ogni programma
pastorale. Sì, la centralità di Cristo! È Lui, sempre, il vero protagonista, guai se non fosse così: ed è stato Lui il vero protagonista del nostro Convegno. Se un’esperienza di comunione e di
speranza è stata possibile in questi giorni è solo Lui che l’ha resa possibile, rimanendo tra noi e con noi. La comunione come stile Abbiamo sentito la presenza del Signore e contemplato l’opera
del Signore: e, questo, non solo in questi giorni ma già dai lavori preparatori del Convegno. Questo nostro Convegno Ecclesiale, infatti, è in realtà iniziata da molto tempo: è iniziato con una
preparazione attenta ed articolata, che ha permesso di giungere a risultati così concreti e profondi. Vorrei qui ricordare tutti gli incontri di lavoro nell’équipe allargata del CER, degli
esperti, dei referenti diocesani… che hanno avuto modo di confrontarsi circa la metodologia di lavoro e la stessa stesura del Programma prima ancora di sottoporre il tutto ai vescovi. Già questi
diversi incontri, se ci pensiamo bene, hanno avuto il significato della condivisione tra Diocesi: ciascuno di noi, infatti, ha portato non solo la propria disponibilità e competenza ma la
consapevolezza di rappresentare una Chiesa particolare. Questa consapevolezza, poi, si è respirata in modo chiaro in questi giorni in cui abbiamo sperimentato che, come vi dicevo, nei nostri
volti è presente il volto delle nostre Chiese. Lo stile della comunione, potremmo dire pertanto, ha caratterizzato il tempo preparatorio, i lavori che qui ci hanno portato; e ha caratterizzato il
nostro stare insieme. Perché la Chiesa è comunione e il nostro Convengo ha voluto sottolineare come – ce lo ricordava Monsignor Mondello nella sua Relazione Introduttiva - «la Chiesa potrà essere
portatrice di speranza a condizione che viva in pienezza la koinonìa, la comunione». Una comunione che – egli specificava – coniuga due termini importantissimi: «unità e pluralità». Termini che,
in Dio, non sono antitetici ma significano l’unica realtà che la Scrittura chiama, appunto, «koinonìa». La comunione come eredità Unità e pluralità. Intesa così, la comunione è stata davvero
l’esperienza principale di questi giorni. E questo ci da una grande speranza. È stato possibile mettere insieme provenienze diverse ma anche convinzioni diverse, competenze diverse, ricerche
pastorali diverse: il tutto nella luce di un’unità sperata e, direi, ottenuta. Così come è iniziato da molto tempo, però, il Convengo sarà chiamato a durare per molto tempo. È più volte emerso
come non si sia trattato di un evento celebrativo ma di un vero e proprio punto di svolta nel cammino delle nostre Chiese. Se la svolta c’è stata, quindi, ora bisogna cominciare a camminare
raccogliendo e proponendo, quasi a mo’ di messaggio, l’insegnamento di questi giorni. Bisogna far tesoro dello stile del Convengo - della koinonìa di cui parlavo – quasi adattarlo, direi, alle
nostre realtà locali, alle nostre comunità, alle parrocchie, alle diverse esperienze dei gruppi e movimenti ecclesiali, alle congregazioni religiose, allo stesso presbiterio… E bisogna, poi, far
tesoro dei contenuti del nostro Convegno, ricchi e concreti; delle richieste e delle proposizioni. La comunione come impegno Il Convegno, tuttavia, si è proposto come esperienza di comunione non
solo tra le Chiese Calabresi ma con la Chiesa Italiana: come è stato più volte riaffermato, ha voluto raccogliere l’esperienza di Verona per calarla nella nostra realtà. Ed è interessante, a
questo proposito, quanto il Cardinal Ruini ci faceva notare circa l’importanza del nostro Convegno a tale riguardo. Anche l’esperienza di Verona è stata caratterizzata da un «massiccio e
capillare lavoro di preparazione che ha preceduto il Convegno e ne ha garantito l’atmosfera di comunione e le capacità di approfondimento comunitario delle esigenze della missione, ossia della
nuova evangelizzazione in Italia». Sì, perché di nuova evangelizzazione si tratta. E questa nuova evangelizzazione – questa è la prospettiva autenticamente rivoluzionaria – ha bisogno di una
sorta di “conversione pastorale” che si fondi sulla centralità della persona e sull’unità della stessa persona. Prospettiva non facile, ci ricordava il cardinale, ma necessaria, per costruire la
quale il nostro Convegno potrebbe costituire un importante esperimento, portato avanti dalle Chiese di Calabria e proposto alla Chiesa Italiana. Il Convegno di Verona ci ha lasciato una consegna
concreta, che ha sostenuto i nostri lavori: sono le tre «scelte di fondo» che leggiamo nella Nota dei Vescovi: - «il primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa»; - «la
testimonianza, personale e comunitaria, come forma dell’esistenza cristiana»; - «una pastorale che converge sull’unità della persona»[1]. In questo, direi che dobbiamo sentirci veramente
impegnati. Impegnati a dimostrare, con le scelte che scaturiranno da questo nostro Convegno, che è possibile ricentrare tutta l’iniziativa pastorale e, prima ancora, la preoccupazione
evangelizzatrice sulla persona. Ed è proprio questo “ripartire dalla persona” – direi – che esige e facilita la comunione. Ripartire dall’uomo, dunque! La comunione come contenuto Da una parte,
se la pastorale deve convergere sull’uomo, è necessario, potremmo dire, farla in comunione. Bisogna unirsi, per cercare insieme il bene dell’uomo, della singola persona. Il fatto di voler
ripartire dall’uomo, poi, aiuta a crescere nella comunione perché la vocazione alla comunione è profondamente inscritta nella verità della persona, nella sua identità, nella sua totalità. Da
queste due constatazioni, deriva infine un terzo punto che dovrebbe essere il punto di partenza di tutte le iniziative e progetti pastorali: ricentrare tutta la pastorale sulla persona significa
anche interrogarsi su come salvaguardarne la vocazione alla comunione. Non basta, potremmo dire, servire l’uomo, esserne attenti alle difficoltà e problematiche. Questo è essenziale ma non è
ancora abbastanza. Come Chiesa, siamo chiamati, mantenendo uno stile di comunione, a rieducare l’uomo alla comunione: la comunione con l’altro e la comunione con Dio. Ecco, dunque, lungo quali
linee pensare e collocare le proposte conclusive del Convegno, emerse dai lavori di questi giorni e, in particolare, dalla riflessione sui cinque ambiti nei quali siamo chiamati a testimoniare la
speranza cristiana nella nostra terra. Un percorso, questo è importante, che ci conduce dalla difficoltà, dalla denuncia dei problemi, dalla constatazione di quanto sia urgente intervenire su
alcuni ambiti di evangelizzazione, alla speranza di vedere che proprio questi cammini difficili possono e devono diventare via possibile di santità. La comunione come criterio di discernimento
Ora, tuttavia, si schiude dinanzi a noi il prossimo decennio. E, come tutti sappiamo – più volte è stato ribadito anche in questo giorni –, i Vescovi Italiani hanno pensato di dedicarlo alla
sfida educativa. Credo, pertanto, che la grande sfida del nostro Convegno sia quella di creare un punto di unione tra quanto Verona ci ha consegnato e quanto il prossimo decennio ci chiederà.
Credo, cioè, che sia importante fare tesoro di quanto emerso dai nostri lavori e, per così dire, reinterpretarlo in chiave educativa. In definitiva, per rieducarci alla comunione D’altra parte,
mi pare che questa impostazione fosse sottesa in modo particolare al lavoro dei gruppi: la riflessione sui famosi cinque ambiti di Verona, calati nella nostra realtà calabrese, ha fatto emergere
con chiarezza l’importanza dell’educazione quale percorso di attuazione di tali proposte. Un’educazione sulla quale, però, bisogna intendersi. Il concetto di educazione, ad esempio, non va inteso
esclusivamente come un itinerario da proporre alle giovani generazioni… Ripercorrendo le nostre riflessioni di questi giorni, mi pare di poter ritrovare un’idea di educazione, anzi una sorta di
pedagogia, che vorrei brevemente sintetizzare in tre punti, che poi possono essere collegati alle tre «scelte di fondo» di Verona di cui parlavamo e che indicano il cammino della paideia. 1. Il
primato di Dio e la centralità di Cristo: la vita spirituale, la Parola, la preghiera, la vita sacramentale 2. La catechesi e la formazione 3. L’attuazione di servizi concreti che non solo
esprimano la carità della Chiesa ma rappresentino – come sempre è stato per il cammino della Chiesa – un segno e una speranza dinanzi a problematiche che potrebbero apparire insuperabili e, allo
stesso tempo, abbiano anche il vigore di una proposta educativa. Non dimentichiamolo: l’educazione è formazione integrale dell’uomo. E la pedagogia delle opere è un sostanziale aiuto per l’uomo
stesso. «L’uomo ha bisogno di essere generato all’altezza della sua umanità - leggiamo nel testo sulla sfida educativa recentemente pubblicato a cura del Comitato per il Progetto Culturale della
Conferenza Episcopale Italiana -. Al cuore dell’educazione sta dunque la dimensione generativa umana»[2]. La Chiesa compie questo cammino educativo inserendolo dentro la propria vocazione
materna. E, cosa molto interessante, il nostro Convegno ha in più occasioni sottolineato l’importanza della formazione dei formatori. La Chiesa calabrese, come Madre, vuole dunque inserire in
questo cammino educativo tutte le esperienze e proposte di questi giorni, che ora proverò a rileggere con l’aiuto di alcune parole-chiave che ho tratto dalle relazioni, dalle introduzioni agli
ambiti nonché dal lavoro dei gruppi e che vogliono anche costituire una sorta di risposta ai problemi denunciati. Mi scuso in anticipo se tali parole non saranno esaustive, data la grande
ampiezza delle suggestioni offerte, difficile da sintetizzare. 1. L’ADORAZIONE, per contrastare la sfiducia Più volte, in questi giorni, ci siamo sentiti ripetere la celebre espressione della
Novo Millennio Ineunte, che ben si adatta al nostro tema: «prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione». Ma «spiritualità della comunione –
continua Giovanni Paolo II nel Documento citato - significa innanzitutto sguardo del cuore sul mistero della Trinità che abita in noi»[3]. Il nostro Convegno non avrebbe avuto senso se,
all’inizio di ogni giornata, non avessimo volto lo sguardo a Dio, nell’Eucaristia e nella preghiera. I nostri lavori sono stati illuminati da questo sguardo e sorretti da chi ha continuato a
levare con noi e per noi questo sguardo al Signore. Penso al messaggio inviatoci dai monaci, dalle monache e dagli eremiti della nostra terra, la cui preghiera ci ha accompagnati e, allo stesso,
tempo, ci rimanda a casa con questa prima grande consegna: l’adorazione, lo sguardo e l’ascolto attenti al Signore: i gruppi hanno spesso insistito sull’importanza di educare alla preghiera e
alla Parola. Da Dio ogni cosa inizia e in Lui ogni discernimento, non solo personale ma anche comunitario, si può compiere come vera ricerca della sua volontà. È in Lui che potremo trovare tutte
le risposte ai dubbi e alle scelte; anche a quelle che, a volte, nella Chiesa, dovessero rimanere per noi oscure. E in Lui, solo in Lui, potremo trovare la forza per attuare, con pazienza ma
anche con tenacia, quanto ci proponiamo. Forse se, a volte, tante parole dette nei Convegni non sono poi diventate realtà – come alcuni hanno lamentato, specie nel tempo di preparazione del
Convegno - è forse anche perché non abbiamo saputo portarle a Dio, per chiedere a lui la forza e la luce per attuarle. 2. La FRATERNITA’, per combattere la frammentazione e l’individualismo
«Spiritualità della comunione – continuiamo a leggere nella Novo Millennio Ineunte - significa inoltre sentire il fratello di fede nell’unità profonda del corpo mistico, dunque come “uno che mi
appartiene”». La seconda parola che ci aiuta a declinare la comunione è “fraternità”. È un termine che ha fatto da sottofondo a tante delle riflessioni e delle proposte concrete. Una fraternità
che, anzitutto, deve riguardare i presbiteri. Nell’Anno Sacerdotale, penso siano risuonate con particolare vigore le parole di Monsignor Staglianò, attento a ricordarci come è la bellezza del
presbiterio rende l’amore credibile. Quel presbiterio che vince sull’individualismo del presbitero e che costituisce – mi sembra una sottolineatura particolarmente bella – una vera e propria
novità pastorale per una nuova missionarietà presbiterale. Potremmo coniare uno slogan come frutto di questo convegno: prima il presbiterio, poi il presbitero! A questo proposito, inoltre, è
interessante quanto emerso dai gruppi che hanno focalizzato, su più versanti, l’importanza della formazione seminaristica in vari settori della pastorale, a partire dalla cura della formazione
umana e affettiva, per la quale si auspica addirittura un progetto condiviso tra i vari Seminari della Calabria. Ai presbiteri delle nostre Chiese, questo Convegno vorrebbe chiedere, come dono
dell’Anno Sacerdotale, di accompagnare la crescita della comunione dei fedeli crescendo nella comunione dentro il presbiterio. Ma, a tutti noi, è giunto l’invito della fraternità, da molte
riflessioni ed anche dalle testimonianze: una fraternità che si presenta come criterio guida, anche per scelte in grado di operare delle vere e proprie inversioni di marcia, nei vari ambiti sui
quali abbiamo riflettuto. 3. La BELLEZZA per suscitare il rispetto A più voci, e in più aspetti, ci si è lamentati di quanto scarso, a volte, sia il rispetto per la vita umana e per l’ambiente,
oggi, nella nostra terra. Anche il Comunicato Stampa della nostra Conferenza Episcopale Calabra ha voluto lanciare grida allarmanti su dei punti che, in questi ultimi giorni, si sono rivelati
critici in Italia ed anche in Calabria: da un lato la violenza sulla vita umana legata, ad esempio, al diffondersi della pillola abortiva RU486; dall’altra, la violenza sull’ambiente delle navi
cariche di rifiuti tossici e di ogni forma di attentato alla vita del pianeta… Per recuperare un rapporto di comunione dell’uomo con se stesso e con il creato, è apparsa necessaria una forma di
educazione – o rieducazione – alla bellezza. La bellezza della creatura umana, creata da Dio a Sua immagine; la bellezza della nostra stessa terra. Sarebbe interessante, a questo riguardo,
coniugare l’educazione alla bellezza con l’educazione della ragione: la ricerca di quel “Logos creatore” di cui ha parlato Benedetto XVI a Verona. È Lui che ci aiuta a capovolgere «la tendenza a
dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità» e «a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà»[4]. 4. La FAMIGLIA per rinsaldare i veri legami Evidentemente,
molte delle problematiche che già stiamo esaminando, portano a galla quella che è una grande fragilità e, assieme, una grande risorsa da custodire, in tutto l’Occidente e dunque anche in
Calabria: la famiglia. Luogo di fragilità, abbiamo detto: i dati che sono stati portati in questi giorni documentano, in modo preoccupante, l’aumento di separazioni e divorzi, la diminuzione di
matrimoni, il calo delle nascite e la crescita del tasso di invecchiamento della popolazione. Occorre riscoprire, in questa luce, la bellezza dei legami e degli affetti: non in modo semplicemente
emotivo ma, come è stato detto, gridandone forte la sacralità. Per facilitare questo percorso, va decisamente promosso il protagonismo familiare, in ambito sociale ed ecclesiale, ma anche la
comunione tra famiglie che, condividendo difficoltà e cammini, desiderano accogliere situazioni difficili e percorrere insieme la strada della santità. È centrale, come è stato detto, la
valorizzazione della parrocchia come punto di riferimento, anche nella preparazione ai Sacramenti; ma è anche importante promuovere nuove iniziative quali osservatori familiari e servizi in rete.
La nostra Chiesa non potrà percorrere sentieri autentici di comunione se non aiuta le famiglie a vivere il valore e la stabilità dell’amore coniugale, il senso di responsabilità nella
procreazione, la capacità di affrontare l’emergenza educativa, la spiritualità familiare. A questo fine, è essenziale promuovere i percorsi di formazione all’amore per ragazzi e giovani, nonché
valorizzare la Scuola Regionale di Formazione per Educatori alla sessualità e all’amore e insegnanti del Metodo Billings, che verrà inaugurata nel dicembre prossimo in collaborazione con la
Conferenza Episcopale Calabra, allo scopo di assicurare ad ogni Diocesi questo prezioso servizio di educazione alla pedagogia dell’amore coniugale e all’accoglienza del disegno di Dio sulla
trasmissione della vita. 5. La COMPASSIONE per vincere l’indifferenza Assieme alla crisi, tuttavia, si assiste ad una tenuta dell’idea di famiglia in Calabria, dalla quale si può ripartire per
contrastare un diffuso clima di indifferenza che si rivela piuttosto pericoloso ai nostri giorni. Un clima che, amplificato, raggiunge poi quei preoccupanti livelli di ingiustizia che si
traducono, ad esempio, nei gravi problemi legati al mondo della sanità. Le scelte di questi ultimi tempi, motivate certamente da importanti criteri di ordine economico e politico, non sempre,
tuttavia, si sono rivelate vantaggiose, soprattutto per le fasce più deboli e disagiate della popolazione. Dinanzi a tale stato di cose, la Chiesa sente suo il compito della compassione, prima e
al di là dell’istituzionalizzazione. È importante, pertanto, che venga riconosciuto il valore pastorale di opere di sostegno alla vita in tutte le sue fasi (dal concepimento alla morte naturale),
di situazioni di sofferenza, disabilità, disagio; di persone straniere o emarginate, di accoglienza di bambini e giovani, ai quali offrire alternative di gioco o di impegno a contrasto della
cultura dello “sballo” e dell’alta velocità, dell’alcol e della droga, del bullismo e del vuoto valoriale, del guadagno facile e del successo fatuo: esempi emersi dalle belle testimonianze e
dalle proposte di questi giorni. 6. La LEGALITA’ per affiancare la denuncia Esempi che, tuttavia, devono accompagnarsi all’educazione alla legalità, alla cittadinanza, al senso del lavoro e della
festa, alla dimensione politica della carità. Questa proposta educativa si è presentata come il criterio fondamentale da associare alla denuncia, per contrastare le piaghe storiche e concrete che
attanagliano la nostra terra: il clientelismo, il lavoro nero, il disimpegno, il guadagno illecito, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata, la diffusione della droga… Accanto a tale
educazione, è necessaria una rieducazione civica più ampia e, in particolare, un’educazione al senso del dovere. Occorre chiedersi se non sia a volte da attribuirsi a questa mancanza nel compiere
il proprio dovere anche la causa di disservizi e ritardi che noi stessi condanniamo… È interessante la richiesta di promuovere luoghi di formazione a livello regionale (e/o interdiocesano) per lo
sviluppo, ad esempio, di competenze operative e professionali. Come Chiesa, ci sentiamo interpellati ad incoraggiare le forme di impegno lavorativo e professionale di chi non vuole scendere a
compromessi e rifiuta scorciatoie facili e guadagni disonesti. E, allo stesso tempo, ci siamo sentiti sollecitati ad appoggiare chi ha il coraggio di rifiutare il ricatto e l’ingiustizia, facendo
sua una denuncia che paga a livello personale e familiare. 7. La SOBRIETA’ per aiutare lo sviluppo Allo stesso tempo, dobbiamo sentirci sollecitati a trovare forme concrete di comunione con chi
vive il grosso dramma della diminuzione delle risorse economiche, della difficoltà lavorativa, dello stesso precariato, scaturito in particolare dalla crisi economica degli ultimi anni. La prima
risposta da dare a questo serio dramma è la scelta della sobrietà. È una sottolineatura emersa da più parti, che obbliga ciascuno di noi ad una sorta di revisione di vita, necessaria ad accostare
e promuovere le scelte che si possono e si devono compiere a livello comunitario. La sobrietà che aiuta anche lo sviluppo integrale dell’uomo: non solo delle sue capacità economiche e tecniche ma
della sua capacità di condivisione e amore. Solo nella luce di tale sobrietà personale, infatti, acquistano senso ed incisività parole quali SOLIDARIETA’, SUSSIDIARIETA’, BENE COMUNE e
scaturiscono iniziative, quali da una parte il Progetto Policoro (o altri simili) che nasce come progetto di comunione tra i tre uffici diocesani di pastorale giovanile, Caritas e lavoro,
offrendo percorsi di accompagnamento al senso cristiano del lavoro ed alle opportunità presenti sul territorio; e che cerca di avviare percorsi quali cooperative di lavoro o anche fondi di
rotazione o microcredito. Assieme alle iniziative varie, emergono proposte a carattere più formativo, quali la creazione di un Istituto regionale per lo studio della dottrina sociale che possa
promuovere profonde e significative riflessioni in ordine a quale possa essere il valore aggiunto della dottrina sociale della Chiesa per gli uomini del nostro tempo. 8. La PARTECIPAZIONE per
contrastare la deresponsabilizzazione Tale opera formativa dovrebbe anche promuovere il senso della partecipazione, importantissimo, soprattutto nella nostra cultura, per contrastare la
tentazione della deresponsabilizzazione. Una partecipazione che va incoraggiata a livello socio-politico e che – purtroppo è emersa ancora come necessità e non come dato acquisito – va promossa a
livello ecclesiale. La professoressa Intrieri sollecitava anche i presbiteri a promuovere la corresponsabilità dei laici, attraverso la pedagogia della fiducia nei carismi di ciascuno. In questa
prospettiva di partecipazione, è stata interessante la proposta dell’istituzione di un forum dei cattolici calabresi, come spazio non politico ma “profetico” di discernimento dei problemi e delle
situazioni socio politiche ed ecclesiali, per verificarle alla luce del Vangelo e creare cultura. 9. La CULTURA per imparare il dialogo E proprio la crescita culturale cristiana si dimostra
importante tanto nel settore della tradizione quanto in tutti gli altri ambiti. Cultura come attenzione all’ampio retroterra carico di valori cristiani di cui sono impregnate le nostre stesse
culture locali, come attenzione e cura della dimensione ecumenica che è così “di casa” in Calabria. Cultura come tentativo di creare sinergia tra forme della pietà popolare e il messaggio
evangelico, soprattutto nella centralità della celebrazione eucaristica, come preparazione ad utilizzare con maggiore competenza ed equilibrio i mass media, come attenzione al mondo della scuola
e come valorizzazione del tempo libero. Cultura, infine, come preparazione a quel dialogo interreligioso ed interculturale che si rivela di valore imprescindibile nel nostro tempo e al quale noi
cristiani siamo chiamati a dare un apporto sostanziale. La figura dell’animatore della cultura potrebbe, in questo senso, essere di grande aiuto, unitamente ad una sempre maggiore promozione di
Scuole teologico-pastorali per i laici. 10. La SANTITA’ per vivere la comunione come speranza Prima di tutto, però, dobbiamo essere sempre più coerenti nella nostra vita di fede. Una coerenza
che, silenziosamente, ci conduce al cammino più importante, che è poi l’ultima parola che decliniamo: la santità. Sì, la santità, nella luce di quanto abbiamo detto, prende la via della coerenza
di vita, illuminata e sostenuta dalla fede e dall’amore di Cristo. E’, anzitutto, una coerenza umana: una fedeltà alla nostra realtà di creature che obbediscono al progetto d’amore di Dio
creatore sull’umanità. Un progetto che è progetto di comunione e, senza il quale, tutto il cammino di questi giorni non troverebbe senso. Una coerenza che è coerenza civile: impegno nella vita
semplice di ogni giorno, nelle scelte che ci accomunano a tanti nostri fratelli nella città dell’uomo e che, prima ancora che chiederci il “di più”, ci chiedono l’ordinarietà della giustizia, la
ricerca del bene comune, la costruzione della pace sociale. Una coerenza cristiana: quella di una vita che si spende nell’obbedienza e nell’amore per la Chiesa, dalla quale accettiamo percorsi e
indicazioni, alla quale offriamo il nostro servizio in maniera umile e, soprattutto, nella profonda comunione. Per questo, tutto il lavoro di questi giorni ci riconsegna, anzitutto, alla
necessità della conversione personale e comunitaria. E ci consegna a quella luminosa testimonianza d’amore che – lo abbiamo ascoltato da alcuni nostri testimoni e lo abbiamo ricordato pensando ai
nostri Santi - si fa forte fino al martirio. È il martirio della persecuzione, delle scelte difficili; ma è anche il martirio dell’ordinario nel quale tutti, e soprattutto i laici, sono chiamati
a consumarsi. Così, la consegna finale del nostro Convegno è quella della santità. Lo è per voi laici, dunque. Lo è per voi giovani che, giustamente, chiedete alla Chiesa e alla società la
coerenza e la vicinanza e che, nella coerenza, siete chiamati a crescere e a compiere le vostre scelte più radicali. Lo è per noi vescovi e presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, nella luce
di questo Anno Sacerdotale che è da poco iniziato e che vuole essere proprio un percorso di santità. È nella comunione che questa santità si può realizzare: e senza la comunione – questo è
fondamentale – non si può realizzare. Una comunione sperata, certamente. Sperata perché sempre possibile. Sperata perché attesa e invocata da Dio. Sperata perché non fatta una volta per tutte, ma
affidata alla nostra forza e creatività. Sperata perché, fino alla fine, è comunione che cresce, mentre cresciamo come Chiesa: Chiesa di Calabria che, puntando sull’uomo, ha scelto di puntare
sulla comunione. Perché l’uomo è fatto per la comunione. E perché il nostro Dio è comunione e, anche oggi, continua a donarsi come mistero di comunione a chi, come noi, è riunito nel Suo nome e
nella speranza del Suo Amore che non delude. E così sia! Le Castella (KR), 10 ottobre 2009 X Santo MarcianòArcivescovo di Rossano-Cariati [1] Rigenerati per una speranza viva (1 Pt 1,3):
testimoni del grande sì di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’Episcopato Italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale, n. 4 [2] Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale
Italiana, La sfida educativa. Laterza, Bari 2009, p. 12 [3] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, n. 43 [4] Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale Nazionale.
Verona, 19 ottobre 2006