MEGAFONO (archivio)
MEGAFONO
|
di Gian Paolo Ormezzano
|
LAVORO
GIOVANI "A POSTO"
Una ricerca condotta dallo psicologo
torinese Piero Amerio sfata i luoghi comuni più diffusi: i nostri sono, in fondo, bravi ragazzi. Che amano la famiglia e cercano lavoro. Spesso senza trovarlo.
Piero Amerio ha 75 anni ben vissuti e portati, è professore universitario emerito di Psicologia, ha reputazione internazionale anche se non è uno da televisione, o perché non è uno da televisione. Torinese, coltiva nell’Astigiano le rose antiche e dentro sé stesso le canzoni romantiche.
Con i suoi collaboratori ha dato vita a una ricerca sfociata in un libro che si intitola Giovani al lavoro (ed. Il Mulino, 270 pagine, 24 euro), che potrebbe e magari dovrebbe intitolarsi "Giovani alle prese con il lavoro".
Il libro non ha troppe parole in inglese, dice anche di giubbotti firmati e motociclette e paghetta, insomma è di lettura relativamente facile. Si fruga la realtà di Torino, sempre città (e cintura) laboratorio. Il libro è liofilizzabile in una frase che l’autore rilascia volentieri: «Tutto sommato, questi giovani sono dei bravi ragazzi». Frase bonaria e intanto rivoluzionaria, se si pensa al pessimismo, addirittura alla "rovinologia" di tante ricerche sul nostro mondo giovanile. Frase basata anche, se non soprattutto, sull’atteggiamento di questi giovani quando vengono sollecitati a formare la loro scala di valori.
«La famiglia è molto in alto», dice Amerio, «subito dopo il binomio amicizia e amore, che è una sorta di preludio alla famiglia. E la voglia di famiglia riguarda anche e specialmente quei giovani lavoratori che godono di un primo salario appena appena consistente, sul migliaio di euro, e che dunque avrebbero tutti gli alibi economici per rinviare il progetto, per taluni già avviato, della famiglia stessa».
Ma chi sono questi giovani? «Sono mille lavoratori e milleduecento studenti, individuati e interpellati, in due anni, dentro le aziende o appena fuori dei cancelli, e nelle facoltà universitarie, cercando quelli alla fine dei corsi. Hanno, questi giovani, dai 20 ai 33 anni. Il 72 per cento vive in famiglia, maschi e femmine nella stessa percentuale. Il 15 per cento vive fuori casa da single, il 13 in situazione di coppia. I lavoratori sono di tre categorie: occupati a tempo determinato (30 per cento), precari (40 per cento), disoccupati (30 per cento), l’insieme diviso in "bianchi" e "blu" a seconda della tipologia del loro lavoro (un tempo impiegati e operai, ora la distinzione non è così marcata). Le donne sono il 65 per cento degli studenti e il 45 per cento dei lavoratori. Gli studenti provengono mediamente da famiglie di reddito già più alto, hanno maggiore disponibilità di denaro e, teoricamente, di speranze. Dico teoricamente perché di fronte al futuro, con le sue attrazioni ma anche, e più che mai adesso, con le sue incertezze, si rivelano meno audaci e meno speranzosi dei loro coetanei "bianchi" e "blu"».
Cautela nel frequentare i sogni
Il libro è farcito anche di numeri e di tabelle accurate, che evidenziano ovviamente il persistere di vecchie disuguaglianze, di antiche voglie. E che mettono in cifre, in graduatorie, le eventuali paure del futuro. Ma è una classifica dedicata ai valori esistenziali quella che specialmente interessa Amerio.
Dice lo psicologo: «Nella scala dei valori esistenziali, dopo amicizia e amore c’è appunto la famiglia, che precede il successo. Ma poi ecco il livello culturale, che precede il sesso, ecco il credo religioso che viene prima dell’impegno sociale, ecco la solidarietà» che rimane una scelta forte e interessante. Poco appeal ha invece il credo politico: abbiamo chiesto ai giovani di collocarsi scegliendo uno dei dieci punti che vanno da destra a sinistra, in troppi non hanno risposto». Volontariato batte partito 16 a 2, se si vuol dare i numeri.
Un terzo (troppo) dei giovani non partecipa a gruppi sociali, anche considerando associazioni non fortemente connotate e vincolanti, come ad esempio quella dei fan di una certa musica o dei praticanti un certo sport.
Nelle pieghe della vasta ricerca ci sono anche gli atteggiamenti verso le istituzioni, con stima bassa per tutte, per la magistratura meno bassa che per le istituzioni politiche e più che per le forze dell’ordine, per la scuola.
Bravi ragazzi, però attenti a quasi tutto, e anche critici. Dice Amerio: «Se si indaga la voglia di cambiamenti, il 40 per cento la mette avanti con preoccupazione logica. Il 25 per cento è costituito da quelli che non sanno, il 35 da quelli ai quali le cose stanno bene così. Interessante e intanto logico che a voler cambiare siano più i "blu" che i "bianchi"».
Cambiare lavoro, anche? «Proiettati nei prossimi cinque anni, i "bianchi" per il 57 per cento si vedono impegnati nello stesso lavoro, contro il 47 per cento dei "blu". Mescolando i due gruppi, ecco che lavoro si identifica con denaro, poi con soddisfazione e benessere, quindi con sicurezza e stabilità, successo e carriera, impegno e responsabilità, fatica e stress, disoccupazione e precarietà. Questi giovani rimangono bravi ragazzi, anche se di fronte al futuro in maggioranza sembrano voler rinunciare a pensare, a proiettarsi in qualcosa di meglio del presente».
Chissà se per eccesso di appagamento, paura del futuro, cautela nel frequentare i sogni, chissà.
|
TANTI DISOCCUPATI, SOPRATTUTTO
LAUREATI
In Europa, i giovani tra i 15 e i 24 anni senza occupazione sono 5 milioni. Nel primo trimestre 2009, dopo tre anni di flessione, la disoccupazione giovanile ha ripreso a crescere, raggiungendo il 18,3 per cento nell’Unione europea e il 26,3 per cento in Italia. I dati sulla disoccupazione mostrano come il fenomeno interessi soprattutto i lavoratori atipici. Tra il 2007 e il 2008 è passato dal posto di lavoro alla disoccupazione il 12,1 per cento dei collaboratori e l’11,7 per cento dei dipendenti a termine. È quanto emerge dal Rapporto Isfol 2009, che fotografa un difficile legame tra università e lavoro: «Tra i giovani italiani sono infatti proprio i laureati a far registrare le diminuzioni più significative nei tassi di occupazione». «Che senso ha andare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale»? Se lo chiede, secondo i dati del Censis riportati nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese, circa l’80 per cento dei giovani tra i 15 e 18 anni. Dominano infatti il disincanto e lo scetticismo: il 92,6 per cento dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di secondo grado ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6 per cento pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze. Anche il 63,9 per cento degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro.
E il pessimismo dilaga: il 75 per cento dei laureati e l’85 per cento dei non laureati di 16-35 anni pensano che
in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro grazie alla propria preparazione. |
|
L’ITALIA È PROPRIO UN PAESE PER
VECCHI
L’Italia è lo Stato europeo con meno giovani. È quanto rileva l’Eurostat, l’ufficio di statistica della Ue, in uno studio pubblicato a metà dicembre. I giovani in Europa (tra 15 e 29 anni secondo Eurostat) sono circa 95 milioni, il 19,5 per cento dei cittadini del continente. In Italia sono meno del 18 per cento della popolazione, con regioni dove la percentuale è ancora più bassa (12 per cento in Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana). I Paesi "più giovani" sono Slovacchia, Polonia, Irlanda e Cipro, dove la popolazione tra 15 e 29 anni è sopra il 24 per cento. Inoltre, i giovani d’Italia sono anche tra coloro che lasciano la casa dei genitori più tardi, più o meno verso i 30 anni, quando in Francia e Gran Bretagna "escono di casa" a 24 anni, in Germania a 25, in Belgio a 26, in Finlandia a 23. E non perché non possono permettersi una casa (all’ultimo posto tra le motivazioni fornite), ma per avere "comfort senza alcuna responsabilità", si legge nella statistica Ue. |
Contro la chiusura Rai all'estero
Lanciata il 02 febbraio 2010
Firma l'appello della Tavola della pace, riviste missionarie, sindacati giornalisti. Già 2mila adesioni
Non possiamo immaginare che la Rai, il nostro servizio pubblico radiotelevisivo, decida di chiudere le sedi di corrispondenza di Beirut, il Cairo, Nairobi, Nuova Delhi e Buenos Aires e il canale
Rai Med. Tutti possono ormai scrivere di tutto da ogni dove.
Ma nulla può sostituire la capacità di un giornalista di cercare e raccogliere le notizie sul posto dove si formano. Chiudere questi uffici nel Mediterraneo, in Africa, Asia e America Latina
vorrebbe dire chiudere gli occhi degli italiani sul mondo in un tempo in cui grandi sfide mondiali ci impongono una crescente attenzione e impegno.
Questi uffici sono un elemento indispensabile non solo della Rai ma del nostro sistema democratico. Per questo hanno bisogno di essere potenziati e sostenuti da nuovi spazi nei palinsesti
quotidiani capaci di portare in primo piano la vita delle persone e dei popoli.
Con questo stesso spirito chiediamo il rilancio di Rai Med che deve diventare il nostro principale strumento d’incontro, conoscenza e dialogo con i popoli, le culture e le religioni che con noi
si specchiano nel Mediterraneo.
|
di Renata Maderna e Orsola Vetri
|
SONDAGGIO
E ADESSO PARLIAMO DI SESSO
I genitori, che contano sulla confidenza
con i figli, vorrebbero educare all’affettività. Ma lamentano l’ostilità della società, volgare e senza valori.
Raccontava spesso una mamma che oggi è nonna di tanti nipoti grazie ai suoi quattro figli: «Ho provato e riprovato: teneri coniglietti e operose api, sognanti cicogne e simpatici cavoli, asettici libri scientifici... Con il tempo sono passata alle regole, ai divieti e anche a qualche spiatina fino ad arrivare alla patetica richiesta di parlarne "da amici". Ma alla fine ho capito: è impossibile parlare di sesso con i figli. A parte tutte le difficoltà che si accavallano c’è quell’imbarazzo molto simile al turbamento che tu, da bambina, hai provato comprendendo come i tuoi stessi genitori ti abbiano dato la vita...».
Raccontano oggi quei figli, ormai adulti e genitori, che quella mamma in realtà ha comunicato molto di più quando non pensava di farlo, con gli sguardi, i gesti, le attenzioni, testimoniando e quindi insegnando un rapporto speciale con il marito il quale, nonostante non ci sia più, continua a essere «maestro silenzioso d’amore».
Il racconto, nella sua semplicità, dovrebbe servire da incoraggiante viatico per inoltrarsi in un tema che non è certo facile (e verrebbe la voglia di scappare), ma proprio per questo è urgente e non eludibile in un discorso educativo più globale. Per questa ragione Famiglia Cristiana, che dedicherà, a cominciare dalla prossima settimana, una serie di allegati all’Arte di educare, ha voluto sondare proprio su questo tema il pensiero dei genitori italiani.
I dati forniti dall’Istituto Coesis che presentiamo in queste pagine confermano che mamme e papà dei ragazzi tra gli 8 e i 15 anni sentono la necessità di affrontare i temi dei sentimenti e della sessualità, anche se non nascondono l’imbarazzo e la difficoltà di farlo. I due terzi degli intervistati ha affrontato almeno una volta questo tema. Un genitore su cinque, tuttavia, ha dichiarato di essersi sentito "abbastanza imbarazzato", mentre quelli che non l’hanno ancora fatto si ripromettono di farlo in futuro. Che l’argomento sia ben presente è confermato anche dal fatto che 7 su 10 raccontano di aver parlato tra di loro di come sia giusto affrontarlo con i figli.
Il quadro positivo viene confermato dalle risposte che gli intervistati hanno dato alla domanda «Secondo lei con chi suo figlio si confida maggiormente riguardo alle questioni affettive e sessuali?» Il 56% ha indicato i "genitori", un dato superiore a gli "amici" (46%) e a "fratelli e sorelle" (15%) con cui si immaginerebbe la confidenza più prevedibile. Seguono a grande distanza gli "insegnanti" con il 3%, gli "educatori" con il 2% e i "sacerdoti-catechisti" con l’1%.
Sarà interessante ascoltare nelle prossime settimane, nelle inchieste che di volta in volta dedicheremo ai temi educativi, che cosa hanno da dire i ragazzi per scoprire se, anche in questo caso, quel che i genitori immaginano dei propri figli (e una certa fiducia nella centralità nelle loro vite) si riveleranno diverse dalla realtà. In ogni caso l’errore più grave sarebbe quello di ritirarsi di fronte alle difficoltà e lasciarsi andare alla rinuncia al dialogo o, peggio ancora, all’abbandono alla delega ad ipotetici altri «più bravi e preparati».
Ma alcuni tacciono
In questo senso potrebbe preoccupare una lettura complementare dei risultati del sondaggio che i ricercatori Coesis invitano a fare quando sottolineano che «esiste comunque una nicchia per così dire di "renitenti all’educazione sessuale dei figli", perché un genitore su dieci si mostra refrattario al tema» e che in una famiglia su quattro i coniugi non parlano tra loro su come affrontare la questione.
I nonni da una parte, ma anche molti educatori potrebbero dichiarare qualche preoccupazione anche sul fatto che non sia più considerato necessario che certi discorsi vengano fatti tra madre e figlie da una parte e padri e figli dall’altra. La netta maggioranza del campione (71%) sostiene infatti che non debba essere il genitore dello stesso sesso del figlio a dover affrontare le questioni legate all’affettività e alla sessualità. Mentre sull’opportunità che la questione affettiva e sessuale vada affrontata in modo diverso a seconda del sesso del figlio, il campione si spacca a metà: il 45% sostiene di sì, il 55% di no.
La differenza tra maschi e femmine, del resto, torna pronunciata se si prendono in considerazione le paure. Si preoccupano maggiormente di una malattia a trasmissione sessuale i genitori dei maschi; mentre prendono di più in considerazione una possibile esperienza traumatica o comunque negativa i genitori delle femmine. E anche nel caso di una gravidanza le reazioni sarebbero ben diverse a seconda che si sia i genitori della ragazza o del ragazzo.
Una grande preoccupazione
Sembra che si oscilli tra la consapevolezza dei passi in avanti compiuti (ben il 73% degli intervistati ritiene di comportarsi in questo campo in maniera diversa rispetto ai propri genitori) unita a un atteggiamento positivo (il 78% dei genitori pensa che dalla propria relazione di coppia venga trasmesso ai figli un messaggio positivo di serenità e di gioia) e, dall’altra parte, la grande preoccupazione per una società che propone modelli affettivi e sessuali (nella cultura, nel costume, nei media e nella comunicazione, nello spettacolo, nella politica) valutati negativamente dal 68% di chi ha espresso il suo parere.
Che i genitori non rifiutino la responsabilità di questo compito è dunque fuor di dubbio (l’87 %indica la famiglia come prima educatrice, seguita a distanza dalla scuola), ma anche che continuino a sperare di essere aiutati. O almeno non ostacolati.
|
TORNA IL BISOGNO DI SENSO E VALORI
Leggendo attentamente fra le pieghe dei dati del nostro sondaggio si colgono degli spunti decisamente interessanti. Ne emerge, infatti, il ritratto di una popolazione di genitori con figli tra gli 8 e i 15 anni che sta cercando di sviluppare un modello di educazione affettiva e sessuale più evoluto e moderno rispetto a quello praticato dalle generazioni precedenti, ma tutt’altro che coincidente con una visione libertaria o edonistica dell’argomento. Laici o credenti che siano, i genitori in questione si rendono conto che l’argomento è importante, delicato, soggetto al rischio di influenze negative da parte di una società i cui modelli di trasmissione dei valori sono percepiti, in materia, come troppo espliciti e superficiali. Meno del 10% dei genitori interpellati valuta favorevolmente il modo in cui si parla di affetti e di sessualità nei sistemi di rappresentazione collettiva (cultura, costume, media, politica). Anche in questo ambito c’è un crescente bisogno di ritornare ai "fondamentali", a contenuti e valori che, sia da una prospettiva laica che da una cristiana, ridiano centralità e valore autentico alla persona. Purtroppo però, in questa loro ricerca di un nuovo "senso delle cose" (equidistante tanto dall’edonismo iperlibertario quanto dal conservatorismo bigotto), i genitori italiani si sentono abbastanza soli. I temi della contraccezione, della masturbazione, dell’omosessualità, dei rapporti prematrimoniali, del rischio di malattie a trasmissione sessuale, dei possibili traumi psicologici associati ai rapporti sessuali, sono complessi ed estremamente delicati. I genitori fanno quello che possono, ma si rendono conto che non basta un’informazione "tecnica". Bisogna dare un’anima a questa informazione, darle appunto un senso innanzitutto umano e sociale, e possibilmente anche esistenziale e spirituale.
Alessandro Amadori |
ALLA CHIESA CHIEDONO AIUTO
Il sondaggio Coesis ha tenuto conto anche delle convinzioni religiose degli intervistati, rilevando le differenze di risposta tra fedeli praticanti con diverse frequenze alla Messa. Tra tutti emerge una diffusa richiesta di aiuto e di sostegno riguardo al compito educativo. Spiega il direttore della Coesis Alessandro Amadori: «La Chiesa viene percepita come "sfasata" rispetto alla domanda di senso per la sessualità e l’affettività che i genitori segnalano: non già perché le manchino i valori, ma perché sembra non avere ancora pienamente compreso che nel vuoto di senso che pare caratterizzare l’epoca contemporanea, c’è concreto spazio per nuove forme di offerta formativa».
Quando si è chiesto ai genitori chi dovrebbe affrontare principalmente l’educazione affettiva, l’11% dei genitori ha indicato le parrocchie: «Da questo si evince che la necessità che la Chiesa faccia di più per stare vicino alle famiglie nel non facile compito di favorire una serena maturazione affettiva e sessuale dei bambini e dei ragazzi di oggi , immersi in un sistema di comunicazione dove dominano segni e messaggi frettolosi, superficiali, fuorvianti.
r.m.


















































