SCUOLA DELLA PAROLA
IL PANE SPEZZATO
VIDEO VANGELO
Messaggio della XII Assemblea generale o
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Michele Mazzeo ,sacerdote cappuccino,ha conseguito il dottorato nel 1994 a Gerusalemme. Insegna spiritualità biblica neotestamentaria al pontificio ateneo Antonianum di Roma ed esegesi dei Vangeli sinottici e degli Atti degli apostoli all ’istituto teologico Pio XI di Reggio Calabria.
di Michele Mazzeo
COME E PERCHE.docx
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Giorgio Zevini, sacerdote salesiano, è docente di Sacra Scrittura (NT) con specializzazione nella letteratura giovannea presso l’Università Pontificia Salesiana, dove è stato Direttore dell’Istituto di Teologia Spirituale. Attualmente è decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Salesiana.
1^ LEZIONE
Introduzione alla Lectio Divina
Con questo programma diamo inizio alla scuola della Parola di Dio, per conoscerla, viverla ed annunziarla ai fratelli.
La Parola di Dio non è una dottrina, è un incontro con una Persona viva, che a sua volta vuole incontrarsi con noi.
Cos’è questa Parola di Dio?
La Parola di Dio non è qualcosa ma è Qualcuno.
Il numero 21 della “Dei Verbum”, Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II, dice : La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli.
È necessario quindi che tutti manteniamo un contatto continuo con la Parola di Dio.
Nella scuola della Parola - Gli ostacoli nell’ascolto della Parola
2^ LEZIONE
Nel nostro cammino con la Parola di Dio, dobbiamo avere presente gli ostacoli che si presentano:
1- L’individualismo: Quando siamo incentrati su noi stessi.
2- L’attivismo – Facciamo tante cose e ci troviamo vuoti. Siamo più incentrati sul fare, che sull’essere.
3- Superficialità spirituale – Ci fermiamo sulle apparenze
4- Razionalismo – Avere come unico punto di riferimento la ragione, tuttavia il cristianesimo non è solo una dottrina, ma un incontro con una Persona: Gesù.
5- Separazione tra fede e vita. Dobbiamo essere persone unificate. Far si che la fede diventi vita e la vita sia illuminata dalla fede.
Nella scuola della Parola - “I due metodi”
3^ LEZIONE
Lectio Divina significa Lettura Sacra. È la lettura di un testo biblico fatta alla luce dello Spirito perché diventi preghiera e vita.
Ci sono due metodi di Lectio Divina:
- Metodo monastico, quello che si faceva nei monasteri e che tuttora si fà.
- Lectio Pastorale, si tratta di leggere la scrittura adattandola alla nostra vita quotidiana. Questa è la più adeguata ai laici.
Ci sono dei presupposti per entrare in questo cammino con la Parola di Dio: Il primo grande presupposto è la FEDE.
Nella scuola della Parola - I presupposti per poter fare un cammino con la Parola di Dio
4^ LEZIONE
I presupposti per poter fare un cammino con la Parola di Dio sono:
1- La fede
2- La conversione del cuore davanti alla Scrittura, fare spazio per la Parola di Dio dentro di noi e lasciarsi illuminare da Essa.
3- Invocazione fiduciosa dello Spirito Santo. È Lui l’esegeta della Sacra Scrittura
San Simone, teologo della chiesa, diceva che l’uomo che entra nella famiglia di Colui che ha ispirato la Sacra Scrittura, cioè lo Spirito, diviene lui stesso per gli altri libro ispirato. Segnato dal dito di Dio, per svelare i misteri antiche e nuovi.
Nella scuola della Parola- Monaco che ha dato inizio alla lectio Divina
5^ LEZIONE
Guigo II Monaco che ha dato inizio alla lectio Divina disse:
“ Un giorno, mentre ero occupato nel lavoro manuale, presi a riflettere sull’attività spirituale dell’uomo. Allora improvvisamente quattro gradini spirituali si offersero all’intima mia riflessione, e cioè la lettura, la meditazione, l’orazione e la contemplazione. Questa è la scala dei monaci, grazie alla quale essi sono elevati dalla terra al cielo” . La lettura indaga sulla dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, l’orazione la chiede, la contemplazione la assapora. La lettura si può dire che porti alla bocca cibo solido, la meditazione lo mastica e lo macina, l’orazione ne sente il sapore, la contemplazione è la dolcezza stessa che dona gioia e ricrea le forze. La lettura rimane sulla scorza, la meditazione penetra nel midollo, l’orazione si spinge alla richiesta suscitata dal desiderio, la contemplazione riposa nel godimento della dolcezza raggiunta.
Nella Scuola della Parola: Altri due presupposti per poter fare un cammino con la Parola di Dio:
6^ LEZIONE
1- La comunione con la Chiesa: la Lectio Divina se giustifica ed esercita solo nella Chiesa, nella Comunità ecclesiale che è il corpo di Cristo. Luogo dove abita lo Spirito Santo e dove la Sacra Scrittura si diffonde.
Il papa Gregorio Magno diceva: “Quando non riuscivo a comprendere, a penetrare nella Parola di Dio, sono riuscito a capirla solo quando mi sono messo davanti ai miei fratelli.”
2- L’unità e la totalità delle Scritture: Le Scritture contengono due grandi parti:
Antico Testamento e Nuovo Testamento. L’Antico ci serve perché illumina il Nuovo e il Nuovo lo si comprende meglio alla luce dell’Antico
Prima tappa del cammino della Lectio- Come leggere la Parola di Dio?
7^ LEZIONE
La Lectio è cercare di comprendere che cosa dice la parola in sè. Che cosa l’autore sacro voglie comunicare. Questa è la lettura, capire il testo in se stesso. Noi credenti cristiani leggiamo per familiarizzare con la bibbia, perché questa diventa la nostra parola. Leggere la Parola di Dio non è un atto superficiale, bensì richiede un’attenzione, ascolto, concentrazione.
Nella Scuola della Parola- Sul tema della meditazione
8^ LEZIONE
Sul tema della meditazione:
Ancora parlando sulla meditazione, lo faremo soffermandoci nell' episodio delle nozze di Canna. Il vino delle Nozze era esaudito. Giovanni non parla tanto di un matrimonio storico, ma pensa ad
altre nozze, le nozze tra Gesù e la Chiesa. Come nell' antico testamento le nozze avevano un mediatore, Mosè, nel nuovo, tra Gesù e il popolo che è la chiesa c’è un altro mediatore: Maria. È lei
che intercede, che da legame tra Gesù e il popolo. Dunque questo tema è un tema teologico, profondo, trattasi di un rapporto tra Dio e il popolo, tra Gesù e la Chiesa. Ancora oggi a volte viene a
mancare nella chiesa, nella nostra comunità, nella nostra vita personale, questo vino che ha portato Gesù, suo Vangelo, suo Spirito, suo Amore, ed ecco: Maria che intercede per noi, che si
interessa per i bisogni della chiesa e della nostra vita e invita Gesù ad operare una vita nuova.
Riflettiamo insieme su tema del sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio
9^ LEZIONE
Riflettiamo insieme su tema del sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio con il Tema: La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Questo sinodo ha proposto due documenti con 55 proposizioni che i padri sinodali hanno consegnato al Santo Padre al termine del sinodo nel quale il papa farà un documento finale che sarà un’esortazione Apostolica sulla Parola di Dio.
Nella scuola della Parola
10^ LEZIONE
Presentiamo oggi i risultati che il sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio ha proposto a tutta la Chiesa. Vorrei condensare le 55 proposizioni in alcuni impegni che i padri sinodali hanno offerto al Santo Padre.
• Riscoprile la parola di Dio nella sua totalità
• Cercare la Parola di Dio come alimento primo e fondamentale della vita cristiana
• Promuovere una pastorale biblica integrale
• Avvicinare la Scrittura a tutti i popoli santi di Dio, la Bibbia è il libro del popolo cristiano
• Promuovere in tutti i membri della Chiesa, una constante permanente formazione biblica, in tutta la comunità
• Divulgare la Scrittura attraverso l’uso dei mezzi moderni della comunicazione, assumendo i loro linguaggi e le tecniche informatiche
• Impiegare le potenze economiche della Parola di Dio per promuovere l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, per la traduzione della Bibbia nella lingua corrente
Nella scuola della Parola- Vangelo di San Giovanni capitoli 3° e 4°
11^ LEZIONE
Vangelo di San Giovanni capitoli terzo e quarto
Nel vangelo di San Giovanni ci fermiamo nel capitolo 3° e 4° che ci parla dell’accezione . In questi due capitoli noi abbiamo gli incontri con alcuni personaggi che rappresentano tutti i popoli.
L’evangelista parla a figure rappresentative, a un gruppo così grande.
• La figura di Nicodemo rappresenta il popolo ebraico
• La figura di San Giovanni Battista rappresenta i discepoli di Gesù che seguono il Signore
• La figura della samaritana rappresenta il popolo samaritano
• La figura di un pagano rappresenta il mondo pagano
Programma Nella Scuola della Parola - Gesù fa una vera catechesi a Nicodemo.
12^ Lezione
L’incontro tra Gesù e Nicodemo
Gesù fa una vera catechesi a Nicodemo. Gesù vuol fare conoscere Nicodemo un Dio che è morto per noi, che è crocefisso. E Gesù usa l’immagine del serpente che il popolo di Israele doveva guardare per essere guarito nel antico testamento, per dire che è necessario che ogni uomo guardi Gesù crocefisso per avere la vita, per avere la salvezza. È la fede , è il credere nel veder il segno che opererà in noi la vita.
Programma Nella Scuola della Parola - L’incontro di Gesù con Nicodemo
13^ LEZIONE
Gv 3, 7 -15
Nicodemo và incontro a Gesù di notte, e si instaura un dialogo tra Nicodemo e Gesù, un dialogo fatto a tappe:
- Il primo dialogo viene proprio dalla domanda di Nicodemo, dove Gesù si pone al suo livello. Gesù si pone allo stesso livello della persona, cerca di entrare in dialogo, di scoprire la sua
realtà profonda, ed entra nell’argomento della “vita nuova” che è opera dello Spirito.
- Il Battesimo: la rinascita dell’uomo viene dal battesimo.
Ricevere il dono dello Spirito Santo è possedere dentro di noi la sua azione, è come se dentro di noi coabitasse un’altra realtà, la realtà di Dio..
Nella scuola della Parola- L’incontro di Gesù con la samaritana - parte I
14^ Lezione
Gv 4, 1-8
Vorrei sottolineare alcuni premisi che sono fondamentali per comprendere il testo. La prima premise è che dobbiamo tenere presente che in questi testi ci sono vari livelli di comprensioni. C’è il livello storico, che un giorno Gesù ha incontrato questa donna samaritana nel pozzo, il livello teologico, spirituale, quando l’evangelista scrive all’inizio della Chiesa primitiva, ci offre una grande catechesi. Tra queste due primi c’è un altro livello, che è l’esperienza del proprio Giovanni a evangelizzare la Samaria nell’anno 50 d.c.
Nella Scuola della Parola- L’incontro tra Gesù e la donna samaritana - parte II
15^ Lezione
Vogliamo ancora ascoltare il brano dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana. È un dialogo molto profondo che ci fa toccare come Gesù, da vero Maestro, da vero Pedagogo, entra nel cuore della samaritana, entra nel cuore d’ogni uno di noi. Ma entrare nel cuore di Gesù vuoi dire soprattutto accogliere la sua Parola, l’acqua viva che Lui può dare. Questa Parola che è fonte di vita anche per noi.
Vangelo Gv 4, 8-14
I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».
Nella scuola della Parola - L’incontro di Gesù e la samaritana - parte III
16^ Lezione
Ancora un’altra volta ascoltiamo un altro brano preso dal vangelo di Giovanni dall’incontro di Gesù con la donna samaritana. Questo brano mette in evidenza un aspetto veramente singolare che l’acqua che Gesù dona non devi rimanere esterna all’uomo ma dobbiamo berla, cioè, interiorizzarla, coglierla dentro di noi perché solo così sentiremo questa sorgente dentro di noi che è la potenza del suo Spirito, la sola che ci può condurre alla vita eterna.
Vangelo Gv 4, 15-24
«Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».
Nella scuola della Parola - L’incontro di Gesù e la samaritana - parte IV
17^ Lezione
Continuando la lettura e l’approfondimento di questa bellissima pagina del dialogo tra Gesù e la donna samaritana, quello che capitò, quando la samaritana lasciò ai piedi di Gesù la sua brocca vuota e corse ad annunciare ai fratelli l’evento meraviglioso che aveva scoperto nella sua vita, aveva incontrato il Messia. In questo fra tempo arrivano i discepoli, e vedremmo che anche loro si meraviglieranno che Gesù stessi parlando con una donna, e Gesù prende lo spunto da questo per annunciare una grande catechesi sull’evangelizzazione. Siamo tutti coinvolti in questa evangelizzazione, ascoltiamola è una Parola di Dio per noi.
Vangelo Gv 4, 27-38
Il pensiero dei Padri della Chiesa
A cura di don Maurizio Poletti
docente di patrologia
Seminario teologico di Novara
Didachè I,1; II,1-2; V,1-3 (fine sec.I) = SCh 248,140ss
La composizione della Didachè o Dottrina dei Dodici apostoli va collocata probabilmente nella seconda metà del I sec. d.C. (70-90 circa), quindi contemporanea o addirittura anteriore alla redazione dei vangeli. E’ la prima e la più antica testimonianza cristiana contro l’aborto, fatta all’interno della catechesi morale sulle due vie (la via della vita, percorrendo la quale si aderisce al «Dio vivente», e la via della morte, che da Lui ci allontana), di chiara matrice giudaica. Con tutta probabilità l’autore cristiano sta utilizzando come fonte un catechismo giudaico. Cf ad esempio l’opera giudaica dello Pseudo Focilide, Sentenze 184-185: «La donna non distrugga l’embrione dentro il ventre né, dopo aver generato, getti il bimbo come preda dei cani e degli avvoltoi».
I,1: Vi sono due vie, una della vita e una della morte, ma tra le due c’è una grande differenza….
II,1-2: Secondo precetto della dottrina:
Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai i fanciulli, non fornicherai, non ruberai, non praticherai la magia, non farai incantesimi per mezzo di filtri e veleni, non ucciderai il
concepito (gr. técnon) con l’aborto né lo sopprimerai appena nato , non desidererai la donna del prossimo…(IV,14: Questa è la via della vita.)
V,1-2: La via della morte, invece, è questa […]
Persecutori dei buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non conoscono la ricompensa della giustizia, non si attaccano al bene o alla giusta causa, stanno svegli non per il bene ma per il
male. Da essi è lontana la mitezza e la pazienza, amano le cose futili, inseguono la gratificazione, non hanno compassione del povero, non condividono la pena di chi soffre, non riconoscono il
loro creatore, uccidono i loro nati, sopprimono con l’aborto le creature (plasmatos) di Dio, respingono il bisognoso, opprimono il misero, prendono le parti dei ricchi e sono giudici ingiusti dei
poveri, peccatori incalliti! State lontani, figli, da tutto questo!
Lettera dello PSEUDO-BARNABA (Egitto, 130 d.C. ca), XIX,5; XX,2 = SCh 172,202ss
L’insegnamento dello Pseudo-Barnaba (150 d.C. ca), secondo lo schema delle due vie, ricalca da vicino quello della
Didachè I-V. Probabilmente entrambi attingono a manuali catechetici con passi comuni, utilizzati nelle comunità cristiano-giudaiche per svolgere l’insegnamento morale.
Altre opere catechetiche: Apostolicus ordo ecclesiae (inizi sec. IV); Constitutiones apostolicae (380 ca) ripropongono nei secoli successivi lo stesso insegnamento della Didachè e della Lettera
dello pseudo-Barnaba.
Gli autori cristiani detti “apologeti” (greci prima e poi anche latini) a partire dalla metà del secolo II si incaricano di difendere la religione cristiana dagli attacchi degli intellettuali e
dalle infamanti accuse di cui il clamore del popolino pagano la faceva oggetto: in specie i cristiani erano falsamente accusati di infanticidio (omicidio) e antropofagia (cannibalismo), ma anche
di incesto, accuse tese a ridicolizzare e calunniare i riti dell’Eucarestia (= mangiare il Corpo di Cristo, scambiarsi il bacio della fraternità).
XVIII,1. […] Due sono le vie dell’insegnamento e della libertà; quella della luce e quella delle tenebre.
Grande è la differenza di queste due vie.[…]
XIX,1-5. 1. Questa, pertanto, è la via della luce. Se qualcuno vuole percorrere questa via fino al luogo assegnato, consacri i suoi sforzi alle sue opere. E’ questa dunque la
conoscenza che ci è stata donata per camminare in questa via: [……]
5c-d. Amerai il prossimo tuo più della tua anima. Non ucciderai il bambino con l’aborto e non lo farai morire appena nato. […]
XX,1-2. 1. La via del nero è tortuosa e piena di maledizioni. E’ la via della morte eterna nel castigo, in cui si hanno le cose che rovinano l’anima:……
2a. <Sono> coloro che vessano i buoni,……
2h-i. ingrati verso il loro creatore, uccisori dei figli, distruttori del plasma creato da Dio, ……
ATENAGORA DI ATENE, Supplica per i cristiani, 35, all’imperatore Marco Aurelio (anno 177 ca) = PG 6,970
Facendo l’Apologia dei cristiani presso l’imperatore filosofo Marco Aurelio Antonino intorno all’anno 177 d.C.,
Atenagora entra nel merito dell’accusa popolare di omicidio-infanticidio, ed adduce – a discolpa dei cristiani – la loro convinzione che già sopprimere il feto nel grembo materno con pratiche
abortive sia un vero e proprio omicidio. Fin da allora la coscienza cristiana considerava l’aborto un omicidio.
Ancora si può notare, da una parte, l’affermazione che Dio si prende cura degli embrioni per il semplice fatto che sono esseri viventi e, dall’altra, che il rispetto per la vita del feto è una
garanzia morale del rispetto della vita dell’adulto. Interessante anche la motivazione che fa appello ad un principio di razionalità riconoscibile da tutti (lògos): è la cosiddetta “legge
naturale” (il concetto – a cui si appella oggi anche il Magistero della Chiesa - fu elaborato all’interno della filosofia ellenistica dello stoicismo).
35,6: Come possiamo essere omicidi noi che affermiamo che quante ricorrono a pratiche abortive commettono un omicidio e dell’aborto renderanno conto a Dio? Non è possibile nello stesso tempo ritenere che è vivo l’essere che è nel ventre e che per questo Dio ne ha cura, e ucciderlo nel momento in cui nasce alla vita; né è possibile esporre il neonato – essendo infanticidi coloro che lo espongono – o sopprimerlo quando è allevato. Noi siamo in tutto e per tutto simili ed uguali essendo sottomessi alla ragione (lògos) e non comandando su di essa.
ANONIMO, Lettera a Diogneto V,6 = SCh 33 bis,62s:
Anche nell’anonima e bellissima lettera a Diogneto (composta da un dotto cristiano attorno all’anno 200 d.C.) troviamo accennato l’argomento a fortiori che tanti altri apologisti sviluppano : i cristiani non espongono i loro neonati, a maggior ragione come potranno essere capaci di commettere i crimini rituali di cui li si accusa?
V,1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi
sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti […]. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
TERTULLIANO, Apologeticum 9,2.8. = PL 1,319-320 = CCL 1,p.102s:
Fra i testi più conosciuti in difesa del nascituro sono quelli del famoso avvocato africano, Tertulliano di Cartagine (160-220ca). Tra il 197 e il 206 d.C. almeno in quattro scritti egli si pronuncia apertamente contro infanticidio e aborto (Ad nationes, Apologeticum, De exhortatione castitatis, De virginibus velandis). L’affermazione più famosa si trova nell’Apologeticum: distruggere il concepito è un vero omicidio anticipato, in quanto è già un uomo colui che sta per diventarlo. Nel passo in questione Tertulliano sta contrapponendo la concezione e la condotta dei cristiani rispettosa di ogni vita umana a quella dei pagani, che in varie forme praticano sacrifici di sangue, infanticidio, esposizione degli infanti, cruenti spettacoli, a questo stimolati anche dal cattivo esempio dei loro dei (risulta che l’aborto era, non solo largamente praticato nella società pagana, ma anche più o meno implicitamente ritenuto lecito).
9,2. In Africa venivano immolati pubblicamente dei bambini a Saturno, sino al proconsolato di Tiberio,
che fece appendere vivi gli stessi sacerdoti agli alberi che ricoprivano con l’ombra dei loro delitti il loro tempio, come a croci votive; ne sono testimoni i soldati di mio padre, che aveva
assolto a quest’incarico per lui, durante il suo proconsolato. 3. Ma anche ora perdura, perpetrato in segreto, questo crimine esecrando […]
9,8. A noi invece, proibito una volta per sempre l’omicidio, non è lecito sopprimere neppure il feto concepito (= conceptum) nell’utero, mentre ancora il sangue
(materno) sta formando un essere umano. Impedire la nascita è un omicidio anticipato, e non fa differenza se si strappi al corpo un’anima già nata o si interrompa il suo processo di
formazione. E’ già un uomo colui che lo sarà; anche ogni frutto è già contenuto nel seme.»
Id., De anima 27,3; 36,2; 37,5 = PL 2,735-738
Accanto alla teoria del «traducianesimo» che sarà ripresa da S. Agostino, in questi passi Tertulliano afferma chiaramente la compresenza fin dal primo istante del concepimento dell’anima nella carne dell’embrione umano, che egli chiama animal, cioè essere animato. Perciò l’aborto è illecito in ogni momento della vita del feto. La distinzione introdotta nel passo seguente (de anima 37,2) ancora una volta rispecchia la differente qualità penale prevista dal passo di Esodo 21,22ss (versione LXX). Sulla scia di quello, Tertulliano è indotto ad attribuire al feto formato una qualifica di più piena completezza biologica, per cui la soppressione a quel punto va considerata anche giuridicamente un homicidium.
27,3: In che modo dunque è concepito l’essere animato (=animal)? La
sostanza dell’anima e del corpo è prodotta insieme, oppure l’una precede l’altra? Diciamo senza dubbio che entrambe sono insieme accolte, elaborate, perfezionate […]. Ammettiamo la vita
sin dal concepimento, perché sosteniamo l’esistenza dell’anima sin dal concepimento: c’è infatti vita da quando c’è anima”
36,2: Avevamo posto in chiaro che l’anima nell’uomo e dall’uomo si semina e che sia per essa che per la carne c’è un’inseminazione unica all’inizio.
37,5: Già sostenemmo l’unione di carne e di anima dall’associazione dei loro semi al perfezionamento della loro figura; ed in pari tempo la allontanammo dal momento della nascita,
anzitutto perché crescono insieme, seppure con diverso criterio in rapporto alla loro specifica qualità: la carne in misura, l’anima in intelligenza, la carne in aspetto, l’anima in facoltà
percettive.
Id., De anima 37,2 = PL 2,736-738
Dal momento poi in cui la sua forma è completa, il feto nell’utero è uomo. Infatti anche la legge di Mosè punisce il colpevole d’aborto con la pena del taglione allorquando già si tratta di
un uomo, quando già gli si attribuisce un nuovo stato di vita e di morte, quando già lo si iscrive nel libro del destino, benchè ancor vivendo nel seno della madre con la madre per lo più abbia
in comune la sorte.
Id., De exhortatione castitatis, 12 = PL 2,976 (anno 206 circa)
Anche in questo passo di Tertulliano la condanna dell’aborto è senza condizione e senza mezzi termini.
Io reputo che a noi non sia lecito uccidere il nascituro più che il nato…
MINUCIO FELICE, Octavius 30 = PL 3,333-334:
L’avvocato Minucio Felice verso la fine del II secolo a Roma, affrontando lo stesso problema di Atenagora, difende i cristiani dall’accusa di infanticidio e la ritorce contro certe pratiche dei pagani. A tal proposito, egli parla del feto come futurus homo – secondo la terminologia giuridica – e osserva che i pagani, quando uccidono il nascituro con medicamenti e pozioni imitano il comportamento del loro dio Saturno, che mangiava i propri figli. Opportunamente usa il termine parricidio, che nel diritto romano definisce l’uccisione di un parente prossimo e costituisce una circostanza aggravante. Nel caso dell’aborto infatti vittima e assassino sono legati dal più stretto vincolo di parentela possibile. Tuttavia la concezione dell’aborto come parricidio deriva a Minucio soltanto dal pensiero cristiano e non ha il corrispettivo nella legislazione penale romana allora vigente .
Io vorrei piuttosto parlare con chi afferma o crede che la nostra iniziazione ha luogo con la morte e col sangue di un bambino. Credi tu possibile che un corpo così tenero, così debole possa andare incontro a un tal destino di sangue? Che qualcuno possa uccidere e spargere e bere quel giovane sangue di un neonato, che è appena un uomo? Nessun può credere a simile barbarie, se non chi fosse capace di commetterla. Infatti, siete voi che io vedo esporre alle fiere e agli uccelli di rapina i figli che avete procreato (procreatos filios) oppure eliminarli dopo averli strangolati, con un miserevole genere di morte; vi sono anche donne le quali, bevendo dei medicamenti, distruggono nelle loro viscere l’inizio del futuro uomo (= originem futuri hominis) e commettono parricidio (=parricidium) prima di partorire. E tutto questo certamente proviene dall’esempio dei vostri dei. Saturno infatti non esponeva i suoi figli, ma li divorava. ……A noi invece non è permesso né di assistere a un omicidio, né di sentirne parlare; e ci guardiamo talmente dal versare sangue umano, che non vogliamo neppure prendere nei cibi il sangue degli animali.
IPPOLITO DI ROMA, Confutazione di tutte le eresie IX,12,20ss = ed. WENDLAND (1916), GCS 26,249
In questo testo fortemente polemico Ippolito si scaglia contro il costume lassista che – a suo dire – nei primi decenni del sec.III aveva preso piede in Roma anche a causa delle posizioni dell’influente Callisto (che sarà vescovo della Chiesa di Roma dal 217 al 222). Callisto, con eccessiva indulgenza, avrebbe riammesso più facilmente nella Chiesa i cristiani rei dei più gravi peccati, tra i quali anche l’aborto. Inoltre avrebbe indirettamente favorito l’aborto permettendo il matrimonio religioso tra sposi di diversa condizione sociale, al di fuori delle disposizioni civili. Anche a prescindere dalle ragioni dell’aspro e oscuro contrasto che vide opporsi in Roma i due influenti personaggi, Ippolito testimonia una prassi penitenziale pubblica per chi commetteva aborto, e ancora una volta attesta che l’aborto era dai cristiani ritenuto un peccato grave, anzi un omicidio-assassinio.
20. Quell’incantatore [Callisto] costituì una scuola…insegnando in tal modo, e per primo concepì il progetto di
fare delle concessioni per ciò che concerne le passioni umane, dicendo a tutti che da lui erano rimessi i peccati.……
24. E infatti ha consentito alle donne di elevata condizione sociale, che non hanno marito e per la loro giovane età sono accese dal desiderio, se non vogliono umiliare il loro prestigio
contraendo nozze legittime, di avere quel concubino che si siano scelte, schiavo o libero che sia, e, pur non essendo legittimamente sposate, di tenerlo in luogo di marito.
25. Da allora donne sedicenti cristiane cominciarono a ricorrere a droghe abortive e a fasciarsi strettamente per sopprimere il frutto concepito (nel loro grembo), poiché non
vogliono avere un figlio da uno schiavo o da un uomo di bassa condizione, dato il loro prestigio e la consistenza del loro patrimonio. Guardate a che punto di empietà è giunto quell’uomo senza
legge che insegna l’adulterio e insieme l’assassinio!
CLEMENTE ALESSANDRINO, Pedagogo II,10 (95-96) = SCh 108,184-185:
CLEMENTE (150-215ca), maestro della rinomata scuola cristiana di Alessandria d’Egitto, trattando della contraccezione, parla delle donne che, per nascondere le relazioni al di fuori del matrimonio, assumono abortivi (pharmakois) . Esse insieme al feto (embriô) perdono la loro umanità (philanthrôpìa). Qui in modo esplicito il rispetto dell’embrione risulta essere un atteggiamento fondamentale radicato nella nostra sensibilità umana (è la «legge naturale» che lo esige).
95,3 Unirsi senza cercare la procreazione dei bambini significa oltraggiare la natura ; noi dobbiamo
invece metterci alla scuola di questa natura e osservare i saggi precetti della sua pedagogia circa il tempo opportuno……
96,1 Tutta la nostra vita procederebbe secondo natura, se noi dominassimo i nostri desideri fin dall’inizio e se noi non uccidessimo, con tecniche fraudolente, l’umana
progenie nata secondo i disegni della divina provvidenza ; perché quelle donne che, per nascondere le loro fornicazioni, usano farmaci abortivi che espellono una materia del tutto morta, fanno
abortire insieme con l’embrione anche i loro sentimenti di umanità (gr. philanthropìa)…»
CIPRIANO DI CARTAGINE, Epistola 7,2 a Cornelio = PL 3,729:
In una lettera al papa Cornelio attorno all’anno 250 San Cipriano di Cartagine accusa il prete indegno Novato che, tra
gli altri crimini, ha fatto abortire la moglie. L’episodio può essere stato manipolato dalla polemica: in ogni caso ci testimonia la gravità con cui era considerato l’aborto = parricidio. Novato
è famoso per essersi posto a capo di una setta di rigoristi, che dopo la persecuzione dell’imperatore Decio (250-251) non volevano riammettere alla Chiesa coloro che avevano ceduto al compromesso
(offrendo il sacrificio all’imperatore o agli dei pagani). Cipriano fa notare che i piedi di Novato (che ha ucciso il figlio nel grembo della moglie) hanno commesso un crimine ben più grave delle
mani di chi ha sacrificato per l’imperatore.
Cipriano inoltre attesta per la prima volta l’esistenza di una procedura penale ecclesiastica anche per il delitto di aborto, come per gli altri commessi da Novato; procedura che comportava per
il prete la degradazione dal ministero e la scomunica («sapeva …di essere espulso non solo dal presbiterio, ma anche dalla comunione con la Chiesa…»).
… Non possono restare nella Chiesa di Dio coloro che non hanno conservato la disciplina del Signore e della Chiesa, né nella pratica delle loro azioni né con la moderazione dei loro costumi. [Novato] Ha spogliato gli orfani, ha derubato le vedove, non ha più restituito i fondi alla Chiesa: per questo denaro rubato merita il castigo che noi già vediamo inflitto nella sua insania. Ha lasciato morire di fame anche il padre nel suo quartiere e non gli ha dato sepoltura. Ha preso a calci nel ventre sua moglie, la donna ha abortito e così il parto è diventato un parricidio. E ora osa condannare le mani di quelli che hanno sacrificato, proprio lui che è maggiormente criminale a causa dei suoi piedi, che hanno provocato l’uccisione del figlio che stava per nascere? Già da tempo era tormentato dalla consapevolezza di questi crimini. Per questo sapeva già di essere espulso non solo dal presbiterio, ma anche dalla comunione.[…] Lui sapeva di essere cacciato e privato della comunione con la Chiesa…
EUSEBIO DI CESAREA, Praeparatio evangelica, libro VIII,8 = PG 21,619C
Il passo di Eusebio, che risale agli anni 312-320 d.C., ancora una volta equipara l’aborto ad un vero e proprio infanticidio. Si rifà come fonte ad un testo analogo di GIUSEPPE FLAVIO nell’opera Contro Apione.
La legge mosaica prescrive di allevare tutti i figli e disse alle donne di non far abortire e di non distruggere il prodotto del concepimento; ma se ciò risultasse, [la donna], avendo soppresso un’anima e diminuito la stirpe, sarebbe infanticida.
BASILIO MAGNO, Epistola 188 ad Anfilochio di Iconio, sui Canoni (174 d.C.),§2 = PG 32, 671
Anfilochio, vescovo di Iconio, aveva sottoposto a Basilio una serie di dubbi circa le penitenze da imporre per
determinarti peccati, tra questi l’aborto (canone 2). Voleva sapere come e se applicare nelle penitenze la distinzione contenuta nel testo greco (LXX) di Esodo 21,22-25 tra feto formato e non
formato. Basilio risponde scavalcando le sottili discussioni (gr.:akribologhìa – lat.:subtilius) sull’animazione del feto e invitando a seguire i canoni approvati ad Ancira nel 314: l’aborto, a
prescindere dalla fase di gestazione in cui avvenga, è comunque omicidio, e come tale va punito. La qualifica di omicida riguarda anche la donna che propone e quella che accetta i farmaci
abortivi (canone 8). Quanto alla pena è sufficiente la scomunica per 10 anni (non per tutta la vita), anche se l’effetto salutare non si misura tanto in base al tempo, ma dall’intensità del
pentimento. A partire dal secolo IV, nelle omelie e negli scritti dei Padri si trovano vari
riferimenti all’aborto, considerato come uno dei problemi della pastorale penitenziale. Tra le cause principali erano le relazioni sessuali illecite (fornicazione, adulterio), la violazione del
voto di verginità, una concezione del matrimonio che anteponeva la soddisfazione personale alla procreazione dei figli, e l’avarizia che portava a vedere i figli soltanto come un onere economico.
San Girolamo, ad esempio, ha parole infuocate contro le vergini cadute.
Canone 2.
Colei che uccide con artificio il feto è colpevole di omicidio. Presso di noi, infatti, non si fa la sottile distinzione (greco: akribologhìa) tra un essere formato e uno
informe. In questo modo si vuole tutelare con la giustizia non solo il nascituro, ma anche la madre stessa che si è procurata un danno, poiché, per lo più, le donne muoiono in seguito a tali
pratiche. Si aggiunge a questo anche l’uccisione del feto, da considerarsi omicidio, almeno nell’intenzione di coloro che hanno avuto tale audacia. Bisogna dunque che la loro espiazione si
prolunghi non fino alla morte, ma che sia limitata a dieci anni. Non sul tempo, ma sull’intensità del pentimento si misura se un’anima è sanata.
Canone 8: …Ancora, se uno ha preparato una pozione atta a ottenere qualche altro scopo, ma poi essa ha ucciso, noi costui lo poniamo tra gli omicidi volontari. […]
Quindi anche quelle donne che procurano farmaci capaci di fare abortire sono omicide pure loro, così come quelle che accettano tali farmaci.
GIROLAMO, Epistola 22,13 ad Eustochio = PL 22,401-402
Fa pena doverlo confessare: quante vergini cadono ogni giorno! Quante la Chiesa, loro madre, ne vede staccarsi dal suo grembo! ……Ne puoi vedere parecchie, già vedove ancor prima di essere sposate, le quali vorrebbero nascondere, sotto mentite spoglie, lo stato miserabile della propria coscienza: incedono a testa alta e con passo baldanzoso, finchè non le smaschera l’ingrossamento del ventre o il vagito dei bimbi. Altre poi pregustano i vantaggi della sterilità e provocano la morte di un essere umano, prima ancora del suo concepimento. Talune, appena s’accorgono d’aver concepito nella colpa, ricorrono ai farmaci capaci di provocare l’aborto. Non di rado anch’esse ci perdono la vita, e così discendono all’inferno sotto il peso d’un triplice delitto: suicidio, adulterio nei confronti di Cristo e parricidio d’un figlio non ancora venuto alla luce.
AMBROGIO DI MILANO, Esamerone: Quinta giornata (VIII discorso) 5,18,58 = SAEMO I,310s
Il grande pastore di Milano, Sant’Ambrogio (330ca-397), all’interno della sua predicazione quaresimale sui sei giorni della Creazione, pronunciata probabilmente nell’anno 387, al quinto giorno (VIII discorso) descrive con alto lirismo le varie specie di uccelli del cielo e le loro virtù (che costituiscono esempi morali per gli uomini). Dopo aver decantato la sollecitudine della rondine per i suoi piccoli, trae un analogo esempio dal comportamento della cornacchia , e lo contrappone ai deprecabili costumi di certi settori della società umana del suo tempo (non dissimili da quelli odierni). Analoghe considerazioni si trovano anche nella Sesta Giornata (IX discorso) a proposito dell’istinto naturale che hanno gli animali nell’accudire e proteggere i propri piccoli.
Gli uomini imparino altresì ad amare i figli dalle affettuose consuetudini delle cornacchie: queste, anche mentre i loro piccoli sono in volo, tengono loro dietro con premurosa vigilanza, e, preoccupandosi che non vengano meno per la loro debolezza, premurose li imboccano, e per moltissimo tempo non trascurano di nutrirli. Al contrario le madri di questa nostra specie umana fanno presto a svezzare anche i figli che amano, e, se poi sono benestanti, non hanno nemmeno voglia di allattarli; le più povere se ne disfano, li abbandonano, e, se vengono ritrovati, li disconoscono. Anche i ricchi, per non dividere il loro patrimonio tra più eredi, rinnegano i propri feti nell’utero, e con veleni parricidi estinguono i frutti del loro ventre, quando ancora sono nell’alvo che li ha generati: e così la vita viene tolta prima ancora di essere trasmessa. Chi, se non l’uomo, ha insegnato a ripudiare i propri figli? Chi ha inventato diritti paterni tanto crudeli?
Id., Esamerone: Sesta giornata (IX discorso) 6,4,22 = SAEMO I,362ss:
…E’ la natura che ha impresso nelle bestie l’istinto di amare i propri piccoli, di accudire ai propri figli.… Quale belva non sarebbe pronta ad offrirsi spontaneamente per i suoi piccoli? Quale fiera, sebbene circondata da innumerevoli schiere di cacciatori armati, non saprebbe proteggere i suoi figli con le sue stesse viscere? Le piombi pure addosso una densa moltitudine di dardi, essa preserva dal pericolo la loro incolumità, facendo riparo ai suoi piccolini col muro del proprio corpo. Che cosa ha l’uomo da dire a questo proposito, egli che trascura il comandamento, e dimentica la natura? Il figlio disprezza il padre, il padre ripudia il figlio; e per di più pensano di esercitare un diritto, quando condannano la propria fecondità. Ma è piuttosto il padre a condannare se stesso, quando riduce al nulla l’essere a cui ha dato la vita: e questo si ritiene un segno di autorità, punire con la sterilità la natura.
GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento alla lettera ai Romani, omelia 24,4 = PG 60,426-427:
San Giovanni Crisostomo (350ca - 407 d.C.) parla di aborto in un’omelia esegetica (di commento alla lettera paolina ai Romani), a proposito delle conseguenze della ubriachezza:
Perché semini dove il campo si affretta a guastare il frutto? Dove sono molti gli anticoncettivi (tà atokìa), dove l’uccisione precede la procreazione? Ed invero la prostituta non solo la lasci rimanere prostituta, ma la rendi omicida. Vedi? Dall’ubriachezza la fornicazione, dalla fornicazione l’adulterio, dall’adulterio l’uccisione. Anzi, anche peggio della uccisione. Non so infatti come la chiamerò: invero non elimina dei nati, ma addirittura impedisce la nascita. E che dunque? Anche il dono di Dio offendi e contro le sue leggi combatti e quello che è maledizione come benedizione persegui, e la sede della generazione rendi sede di uccisione, e la donna data per mettere al mondo dei figli, induci all’uccisione?
TEODORETO DI CIRO, Terapia delle malattie elleniche (Graecarum affectionum curatio), libro IX 51-52 = SCh 57/b, 351-352
Teodoreto (393-466 ca), teologo ed ultimo grande esegeta della scuola antiochena, vescovo della cittadina di Ciro
presso Antiochia di Siria, nel primo periodo della sua produzione (anni 420-430 ca) compose l’ultima delle grandi apologie cristiane antipagane, che abbiamo interamente conservata, La terapia
delle malattie elleniche. Il paganesimo allora conosceva un certo «revival» grazie alla propaganda di intellettuali che divulgavano gli scritti di Plotino, Porfirio, Filostrato, Ierocle,
Giamblico. In questo contesto Teodoreto con la sua opera intende offrire ai greci pagani gli strumenti per guarire dalla malattia procurata loro dall’ignoranza della verità; dall’altra si tratta
di rilevare le incoerenze dei filosofi greci, ma anche i punti di contatto tra le loro dottrine e le Scritture dei cristiani. In 12 discorsi vengono messe a fronte le risposte pagane e quelle
cristiane alle fondamentali questioni filosofiche.
Nel libro IX, che si occupa delle leggi civili, Teodoreto non poteva trascurare la posizione di alcuni tra i maggiori filosofi greci, che avevano ammesso o addirittura prescritto in alcuni casi
l’aborto. Qui viene chiamato in causa soprattutto PLATONE (427-347 a.C.), che nel brano citato della Repubblica V, 460-461, ma anche nel libro delle Leggi, propone l’utopia della generazione
umana nell’esclusivo interesse dello Stato, il quale avrebbe competenza di regolamentarla anche col controllo delle nascite. Ma si potrebbe citare anche l’opinione di ARISTOTELE (384-322 a.C.)
che, nella sua Politica VII,14.10, accetta a certe condizioni l’aborto in luogo della “esposizione” dei figli indesiderati. E’ noto che il mondo greco – anche nella sua legislazione - espresse
per lo più una mentalità permissiva nei confronti dell’aborto procurato. Tuttavia sembra che fosse almeno materia di discussione davanti ai tribunali di Atene, secondo le testimonianze di STOBEO,
Flor. 74,61 e 75,15. Anche la tradizione giuridica e legislativa dell’impero romano inizialmente non poneva impedimenti all’aborto. Occorrerà attendere il regno dell’imperatore Settimio Severo
(193-211 d.C.) e del figlio Caracalla (211-217 d.C.) per riscontrare una legge penale contro l’aborto. Poi dal secolo IV d.C. i concili della Chiesa cominceranno a fissare le pene canoniche
contro le donne colpevoli di aborto, nella convinzione che provocare un aborto comunque significa uccidere un uomo.
Ma occorre tener conto anche di altre leggi del Filosofo (Platone). Sono sue infatti anche queste: «La donna comincerà a dare figli allo Stato a partire da vent’anni [fino a quaranta]. E l’uomo, dopo che avrà superato il tempo della corsa più ardente, procreerà per lo Stato fino a cinquantacinque anni». Queste cose in apparenza non hanno nulla di dannoso, ma le loro conseguenze sono meritevoli non di risa, ma di lamenti e di un fuoco che distrugga queste leggi meravigliose: dice infatti così (Platone): «Quando invece le donne e gli uomini avranno passato l’età di procreare, li lasceremo – io credo – liberi di unirsi a chi vogliano …… , raccomandando loro di prendere le più grandi precauzioni per non portare alla luce neanche un figlio [anche quando l’abbiano concepito], e se dovesse nascere per forza, di trattarlo come se non potesse essere allevato» . Quale Echeto o quale Falaride ha stabilito simili leggi? E chi ha mai avuto tanta audacia da far passare tali propositi sanguinari per delle azioni legittime? Infatti raccomandando di non portarli alla luce, non c’è dubbio che egli inciti a distruggere i feti con farmaci abortivi, e comunque quelli che sopravvivono all’effetto del farmaco e vengono partoriti, sono esposti in modo tale che non ricevono le minime cure, ma muoiono di fame o di freddo o diventano preda delle bestie. Quale eccesso di crudeltà sorpassa queste cose?
AGOSTINO DI IPPONA, De nuptiis et
concupiscentia, 1, c.15, 17 = PL 44,423-424 = CSEL 42,230:
A motivo delle sue idee sul matrimonio Sant’Agostino (354-430) fu ripetutamente attaccato dal pelagiano Giuliano
d’Eclano e fu accusato di essere rimasto legato ad una visione manichea. In risposta Agostino scrisse il De nuptiis et concupiscentia (nel 419-420 circa), dove ripropone la celebre dottrina sui
beni del matrimonio. Qui per la prima volta si parla dell’interdipendenza tra il peccato di aborto e la contraccezione, che sono gravissimi attentati non solo contro l’aspetto procreativo del
matrimonio, ma anche contro quello unitivo per la coppia. I beni del matrimonio infatti costituiscono una totalità unica: per cui se si esclude o si corrompe uno solo di essi, anche gli altri
sono guastati. Le affermazioni sono di grande vigore. Il passo fu ripetutamente citato da teologi e canonisti medievali ed è passato alla storia come l’argomento Aliquando (dall’incipit del testo
in latino).
Tra gli altri numerosi interventi di Agostino sulla tematica, vengono riportati di seguito i passi più salienti ed espliciti.
Talora questa dissoluta crudeltà, o dissolutezza crudele, arriva al punto di procurare anche i veleni della sterilità; e, se a nulla sia servito, ad annullare e dissolvere in qualche modo nell’utero i feti concepiti, volendo piuttosto che la su prole si estingua anziché viva, o, se già nell’utero viveva, sia uccisa prima di nascere. Certo, se sian così entrambi, non sono coniugi; e se così furono dall’inizio, non in matrimonio (connubium) si congiunsero, ma piuttosto in adulterio (stuprum). Se invece non sono così entrambi, oso affermare che: o lei in un certo modo è prostituta del marito o lui adultero della moglie.
Id., Sermones de Vetere Testamento 10,5 = CCL (1961), 41,157
Se però alla nutrice faccia piacere il figlio che ha concepito, e quel che ha concepito non espella dalle sue viscere con pozione abortiva, spinta dalla dissolutezza o dall’avidità di una turpe mercede, affinché la fecondità non la ostacoli nel peccare.
Id., Enarrationes in Psalmos 57,5 (del 415 circa) = PL 36,678 = CCL 39,713
Agostino - sulla scorta dell’espressione evangelica di Mt 1,20 (quod in ea natum est, de Spiritu Sancto est) - significativamente parla di 2 nascite dell’uomo: dapprima si nasce già nelle viscere materne (col concepimento) e poi dalle viscere materne (nascita). L’uso agostiniano del verbo nasci al posto di concipi è estremamente indicativo della considerazione che egli riserva alla vita prenatale: l’uomo concepito è già nato!
…per una specie di sacramento sei nato nelle viscere materne. L’uomo, infatti, non solo nasce dalle viscere, ma anche nelle viscere. Prima si nasce nelle viscere, perché si possa nascere dalle viscere. Per questo fu detto anche di Maria: «quello che è nato in lei, viene dallo Spirito Santo» (). Non era ancora nato da lei, ma era già nato in lei.
Id., Contra Iulianum, IV (421 d.C.) = PL 44,847
Agostino argomenta a partire dal caso del battesimo della gestante in pericolo di morte. La prassi liturgica cristiana, codificata nel can. VI del Sinodo di Neocesarea, ha sempre ritenuto che il battesimo non si trasmetta anche al feto, non ritenendolo «pars viscerum» (= parte delle viscere materne), come spesso era definito dagli scrittori pagani. Tale opinione, diffusa soprattutto tra gli stoici, trovò espressione nel principio del giureconsulto Ulpiano: «partus antequam edatur mulieris portio est». Invece non fu e non è così nella prassi liturgica e nel pensiero della Chiesa, dove il feto è considerato un essere distinto e a sé stante, benché momentaneamente dipendente dal corpo della madre.
…se quel che in essa è concepito appartenesse al corpo della madre, sì da reputarsi parte di lei, non si battezzerebbe l’infante la cui madre, per qualche imminente pericolo di morte, fu battezzata quando lo portava in seno. Ora certo, quando anche lui viene battezzato, non lo si riterrà assolutamente battezzato due volte. Non apparteneva infatti, allorché era nell’utero, al corpo materno.
Id., Enchiridion 85 = PL 40,272 = CCL 46
Al numero 85 dell’Enchiridion ad Laurentium de fide et spe et caritate (anno 421) Agostino si pone la questione circa
la sorte futura dei feti abortivi e ipotizza – sia pure in forma dubitativa – che anche per i feti informi la resurrezione sia un completamento ad opera del Creatore di ciò che rimase in essi
incompiuto. Lo stesso pensiero di lì a pochi anni viene ripreso e più ampiamente sviluppato nell’ultimo libro (XXII) del grande trattato Sulla città di Dio (anni 425-427 circa)
Fin dal §4 del libro XXII Agostino dedica un’ampia trattazione alla dottrina della resurrezione dei corpi, rispondendo alle più diffuse obiezioni che circolavano in ambienti popolari come pure in
ambienti colti. “Uomini dotti e sapienti” ricaverebbero un argomento contrario alla resurrezione dei corpi dal passo in cui Cicerone, dopo aver affermato che Ercole e Romolo da uomini
furono fatti dèi, aggiunge: «I loro corpi non furono sollevati al cielo; la natura non lascerebbe che quel che proviene dalla terra non dimori nella terra» . Dopo aver risposto all’obiezione
generale, Agostino nel §12 procede a smontare altre sottigliezze con le quali i “ragionatori” metterebbero in ridicolo la dottrina della risurrezione dei corpi (si tratta di argumenta per
absurdum). La prima di esse è proprio l’argomento circa il corpo risorto dei feti abortiti (affrontato al §13). La seconda pone le stesse obiezioni circa il corpo risorto dei bambini morti in
tenera età (§14). Seguono altre di quelle “sottili obiezioni” che qui non prendiamo in considerazione.
85: Onde anzitutto si presenta il problema dei feti abortiti, già nati bensì nell’utero materno, ma non ancora in modo da poter poi riconoscere. Se avremo detto che risorgeranno, si può comunque accettare l’affermazione per i già formati; ma per gli abortiti informi, chi non riterrebbe più facilmente che periscano al par dei semi non concepiti? Ma chi oserebbe negare, anche se affermare non oserebbe, che la resurrezione operi nel senso di completare ciò che nella forma mancò?
Id., De civitate Dei XXII, 12,1; 13-14; 21 = CSEL 40 = CCL 48
L’argomentazione agostiniana è indubbiamente rilevante, soprattutto perché muove dall’esigenza di affermare integralmente e universalmente una verità centrale e irrinunciabile per la nostra fede: quella della resurrezione dei corpi, e fa questo ancorandosi alla verità della Parola del Signore, in particolare del versetto di Luca 21,18: Nemmeno un capello del vostro capo perirà. L’argomento agostiniano rimane oggi prezioso sia in ordine alla fede escatologica nella resurrezione dei corpi (alla quale i feti abortiti non faranno eccezione), sia in ordine al culto di onore e agli atti propri della pietà umana e cristiana da riservarsi anche ai resti corporali dei feti abortiti (in particolare con l’opera di misericordia corporale della sepoltura).
XXII,12 [Obiezioni contro la risurrezione dei corpi] Costoro però vanno in cerca di
sottigliezze e di solito, beffandosi della nostra fede nella resurrezione della carne, la mettono alla prova domandando se risorgeranno anche i feti abortiti. E poiché il Signore ha detto:
«Nemmeno un capello del vostro capo perirà» , domandano ancora se la statura e la forza saranno uguali in tutti o se nei corpi ci saranno differenze di grandezza. Se infatti tutti i corpi saranno
uguali, i feti abortiti donde riceveranno quella mole fisica che non ebbero, se anch’essi risorgeranno? Se invece non risorgeranno, poiché la loro più che una nascita è stata un’espulsione,
costoro rivolgono lo stesso interrogativo per i bambini, domandando come potranno raggiungere quelle dimensioni fisiche di cui sono privi ora, se muoiono in questa età. Certo noi non diremo che
saranno esclusi dalla risurrezione quelli che non solo sono in grado di nascere, ma anche di rinascere. […]
XXII,13. Con la misericordia di Dio, che sostiene i miei sforzi, cercherò quindi di rispondere a tali obiezioni che mi sembrano provenire, secondo l’elenco che ne ho fatto,
dai nostri avversari.
Riguardo ai feti abortiti, che sono morti nel seno della madre dopo esser vissuti per un certo periodo, io non mi azzardo né ad affermare né a negare la loro risurrezione; tuttavia non vedo come
sia possibile escludere anche loro dalla risurrezione dei morti, se non vengono cancellati dal novero dei morti. Infatti o non tutti i morti risorgeranno e alcune anime umane rimarranno in eterno
senza i corpi, pur avendo avuto corpi umani, anche se nelle viscere materne; oppure se tutte le anime umane riceveranno i rispettivi corpi nell’atto di risorgere, indipendentemente dal luogo in
cui vissero e da quello in cui morendo sono stati lasciati, non vedo come si possano escludere dalla risurrezione dei morti tutti coloro che sono morti anche nel seno materno. In ogni caso, quale
che sia l’ipotesi prescelta, ciò che diremo riguardo alla risurrezione dei neonati si deve intendere come riferito anche a quelli.
XXII,14. Riguardo ai neonati noi non diremo altro che questo: essi non risorgeranno con le stesse piccole dimensioni fisiche con cui sono morti, poiché per l’intervento
mirabile e prontissimo di Dio riceveranno ciò che avrebbero avuto più tardi con il trascorrere del tempo. Infatti quel pensiero del Signore, che dice: «Nemmeno un capello del vostro capo perirà»
, afferma che non mancherà ciò che ci fu, ma non nega che ci sarà ciò che mancò. Ora, ad un neonato morto è mancata la perfezione del corpo come quantità; anche un neonato perfetto infatti non è
perfetto nella grandezza fisica, che avrà raggiunto quando la sua statura non potrà aumentare ulteriormente. Sin dal concepimento e dalla nascita tutti possiedono la misura di questa perfezione,
ma la possiedono come principio, non materialmente, così come tutte le membra sono latenti nel seme, anche se dopo la nascita qualcuna non è ancora presente, come per il caso dei denti, e via
dicendo… In questo principio, in certo senso riposto nella materia corporale di ciascuno, sembra per così dire che già sia stato ordito ciò che ancora non esiste, o piuttosto ciò che è nascosto,
ma che con il passare del tempo esisterà o piuttosto apparirà.
In questo principio dunque il neonato possiede già quella statura bassa o alta che avrà in futuro. Tenendo conto di ciò, quindi, noi non dobbiamo assolutamente temere nella resurrezione del corpo
una perdita per il corpo stesso, poiché anche se tutti saranno uguali in modo da raggiungere la grandezza dei giganti, perché i più alti non perdano parte della loro statura, secondo il pensiero
di Cristo che nemmeno un capello del capo perirà, come potrà mancare al Creatore, che ha creato tutto dal nulla, il modo di aggiungere ciò che Egli, da artefice mirabile, ritiene necessario
aggiungere?
XXII,21. Verrà quindi restituito tutto ciò che era andato perduto dei corpi vivi o dei cadaveri dopo la morte e risorgerà, rivestito d’incorruttibilità e d’immortalità,
assieme a quel ch’è rimasto nel sepolcro, trasformato dalla vetustà di un corpo animale alla novità di un corpo spirituale . Ed anche se, per qualche grave incidente o per la
crudeltà dei nemici, il corpo intero è stato completamente polverizzato e disperso nell’aria e nell’acqua, senza che ne
possano restare tracce, per quel che è possibile, non potrà assolutamente esser sottratto all’onnipotenza del Creatore e non perirà un capello del suo capo.
CESARIO DI ARLES, Sermone 1,12 = CCL 103
San Cesario (470-542), vescovo di Arles (Francia meridionale) agli inizi del secolo VI, a più riprese nei suoi sermoni al popolo si occupa del problema, lasciandoci chiare e vigorose testimonianze di condanna dell’aborto.
Chi c’è (dei predicatori) che non possa dire… nessuna donna prenda delle pozioni per l’aborto perché, quanti già nati o ancora in gestazione abbia uccisi, di tanti stia pur sicura che dovrà rispondere davanti al tribunale di Cristo? Chi c’è che non possa dar l’ammonimento che nessuna donna deve prendere una pozione per cui non possa poi concepire, e condannare in sé una natura che Dio volle che fosse feconda: perché, per quanti avrebbe potuto concepire o partorire, di altrettanti omicidi sarà ritenuta in colpa, e, salvo il soccorso di una adeguata penitenza, sarà condannata a morte eterna all’inferno; e la moglie che ormai non vuole aver figli faccia un patto sacro con il marito, così che la sterilità della donna cristiana non sia data che dalla castità?
Id., Sermone 19 = CCL 103,91
…a tutte le figlie vostre rivolgo con paterna sollecitudine l’ammonimento che nessuna donna prenda delle pozioni per l’aborto, né uccida i figli suoi concepiti o nati; ma quanti abbia concepito o li allevi essa stessa o li dia da allevare ad altri: perché quanti ne abbia uccisi, per altrettanti rea di omicidio risulterà nel giorno del giudizio.
Id., Sermone 52,4 = CCL 103
Non forse, carissimi, il diavolo manifestamente opera i suoi inganni, quando convince certe donne, dopo che hanno messo al
mondo due o tre figli, per gli altri successivi o ad ucciderli già nati, o a prendere una pozione abortiva, nel timore di non poter eventualmente, se avessero un maggiore numero di figli, essere
ricche?… Prendono perciò con uso sacrilego e parricida, velenose pozioni, per colpire d’immatura morte nelle viscere materne la non ancora perfetta vita dei figli.
SAN MASSIMO IL CONFESSORE, Ambiguorum liber. Contra eos qui corpora ante animas existere affirmant = PG 91,1338
San Massimo fa propria la distinzione aristotelica di una triplice anima: vegetativa, sensitiva, intellettiva. Le tre sono compresenti nell’essere umano fin dal primo istante del concepimento, anche se non tutte pienamente sviluppate: ciò costituisce da subito l’assoluta novità dell’essere umano rispetto al vegetale e all’animale.
In appendice a questo itinerario patristico, nel quale si è cercato di mantenere l’ordine cronologico, accostiamo
anche la preziosa testimonianza di alcuni scritti cristiani detti “apocrifi”, in quanto le Chiese della Cristianità antica normalmente non li accolsero nel Canone delle Scritture ispirate (pur
trattandosi di Vangeli, Epistole, Apocalissi, tutti generi letterari del nostro Nuovo Testamento). Benché alcuni apocrifi, o alcune parti di questi scritti, furono apertamente respinti come
inautentici, falsi, o addirittura eterodossi, tuttavia altre parti o altri scritti furono letti, conosciuti, apprezzati, raccontati e meditati, venendo a rappresentare sia l’espressione che
l’alimento della spiritualità dei cristiani. In tal modo, senza ottenere il valore autoritativo degli scritti propriamente “canonici” o “patristici”, costituiscono comunque una preziosa
testimonianza circa la fede e il costume della Chiesa antica.
Tra questi sicuramente vanno collocate le visioni di tipo apocalittico nelle quali l’autore descrive la pena più o meno dolorosa dei dannati nell’inferno, rivelandoci così il giudizio circa la
gravità morale del peccato che hanno commesso. In tre di queste fonti apocalittiche “apocrife” (Apocalisse di Pietro, Apocalisse di Paolo, Oracoli sibillini cristiani) si descrive espressamente
la dannazione e la pena di donne che hanno procurato l’aborto.
Se affermate che [l’embrione] abbia solo un’anima deputata al nutrimento e alla crescita, secondo questo ragionamento quel corpo che secondo voi si nutre e cresce, sarà senza dubbio di una pianta, non di un uomo. E in che modo l’uomo possa essere padre di una pianta, per quanto cerchi di sforzarmi, non riesco a capirlo, in quanto evidentemente non possiede la natura umana. Se, al contrario, affermate che nell’embrione vi sia solo un’anima sensitiva chiaramente sia l’embrione dell’asino o del bue o di un altro animale terrestre o di un uccello al momento del concepimento, avrebbero la stessa anima e, per natura, l’uomo non sarebbe padre di un uomo nella prima unione , ma di una pianta o di un animale. E non è assurdo o irrazionale questo?
Apocalisse di Pietro (135 d.C. ca) = ERBETTA vol.III,209ss
E’ la più importante apocalisse apocrifa, composta tra il 125 e il 150; godette di grande stima tra gli antichi autori, alcuni – come CLEMENTE ALESSANDRINO - la considerarono addirittura canonica. Nel 1910 è stato trovato il testo completo in una traduzione etiopica. Contiene soprattutto visioni che descrivono la bellezza del premio celeste e l’orrore dell’inferno con le sue pene: è il primo tentativo cristiano di fare luce sulle sorti dei singoli dopo la fine. Viene qui riportato il passo che ci interessa nelle due versioni (la greca, frammentaria e l’etiopica, più completa).
Dal frammento greco scoperto ad Akhmim nel 1886-87 = ERBETTA III,217-218
21. Quindi io vidi un altro luogo, al di là di quello, completamente immerso nelle tenebre. Era il luogo
della punizione. […]
26. Vicino a quel posto ne vidi un altro angusto, dove confluiva il fetido marciume di quelli che erano puniti e vi formava una specie di lago. Là eran poste donne, immerse
fino al collo nella marcia. Di fronte a loro sedevan piangendo molti bambini, nati prima del termine. Da questi partivano getti di fuoco che percuotevano le donne negli occhi. Erano quelle che
avevano concepito fuori del matrimonio ed avevano abortito.
Dalla versione etiopica – testo completo (scoperta nel 1910) – probabilmente più vicina all’originale = ERBETTA III,221-222
La convinzione che i bimbi abortiti non fossero trascurati da Dio, ma venissero da Lui affidati ad un Angelo curatore (o custode) – contenuta nella versione etiopica dell’Apocalisse di Pietro – viene più volte richiamata da altri autori d’età patristica, come CLEMENTE ALESSANDRINO († 210 ca.) e METODIO DI OLIMPO († 311 ca.). Evidentemente rispondeva alla comune credenza dei cristiani e alla spontanea domanda circa la sorte di questi piccoli innocenti.
8. Accanto alla fiamma suddetta c’è una fossa, grande e molto profonda, dove fluisce ogni cosa da ogni
dove: sterco, cose abominevoli e rifiuti. Delle donne vi sono immerse fino al collo e sono tormentate con grandi pene. Sono quelle che causano l’aborto dei loro figli, rovinando così l’opera di
Dio che l’ha creata. Di fronte c’è un altro luogo, dove dimorano i loro figli vivi, i quali gridano alla volta di Dio. Lampi si sprigionano da questi bambini e penetrano negli occhi di chi,
fornicando, ha procurato la loro rovina.
Altri, uomini e donne, si trovano sopra di loro, nudi, mentre i loro figli si trovano di fronte, in un luogo di felicità. Questi gemono e gridano alla volta di Dio per i loro genitori, dicendo:
“Sono loro che hanno negletto, maledetto e trasgredito i tuoi comandamenti e ci hanno consegnati alla morte! Hanno maledetto l’angelo che ci ha formati, ci hanno impiccati e ci hanno sottratto la
luce, che tu hai stabilita per ogni creatura”. Intanto il latte delle loro madri si coagula, mentre fluisce dalle loro mammelle. Di lì nascono bestie, che divoran la carne. Queste, uscite fuori,
si rivolgono a tormentar le donne, insieme ai loro mariti, in eterno, per aver dimenticato i comandamenti di Dio ed aver ucciso i loro figli. Costoro però vengono consegnati all’angelo curatore
(=Temlakos), mentre quelli che li uccisero saranno tormentati per sempre, essendo tale il volere divino.
CLEMENTE ALESSANDRINO, eclogae propheticae 41,1-2 = ed. STÄHLIN 149 = ERBETTA III,215
La Scrittura dice che i bambini esposti sono consegnati ad un angelo curatore, da cui sono educati e così crescono. Essi diverranno – dice – come i fedeli di cent’anni in questa vita. Perciò anche Pietro nell’Apocalisse afferma: E una folgore di fuoco, sprigionandosi da quei bambini e colpendo gli occhi delle donne…
Ibid., 48-49 = ed. STÄHLIN 150 = ERBETTA III,215
La divina Provvidenza non scende solo su quelli che sono nella carne. Pietro, per es., nell’Apocalisse dice: i bambini,
nati fuori tempo, ma destinati a sorte migliore, sono consegnati a un angelo curatore. Divenuti così partecipi della conoscenza, avranno la dimora migliore, dopo aver esperimentato ciò che
avrebbero provato pur rimanendo nel corpo. Gli altri invece (privi di tale predestinazione) raggiungeranno unicamente la salvezza, al pari di individui fatti oggetto di compassione per
l’ingiustizia sofferta. Loro premio sarà di vivere senza dolori.
Ma il latte delle madri che scorre dai petti e che si coagula – dice Pietro nell’Apocalisse – genererà delle bestioline che consuman le carni. Queste, correndo verso di loro, le divorano: e così
insegna che i peccati sono la causa dei tormenti (=corrispondono ai tormenti).
METODIO DI OLIMPO, Il Simposio II, 6 = ed. BONWETSCH 23s = ERBETTA III,215
Di METODIO, vescovo di Olimpo nella Licia, morto martire in Eubea nel 311 circa, ci è rimasta nell’originale questa sola opera, il Simposio (o Sulla verginità), in forma dialogica. Dieci vergini intervengono successivamente sul tema della verginità: un po’ tutto il secondo discorso, messo sulla bocca della vergine Teofila, concerne il bene della fecondità e della procreazione. In II,2 la fecondità della coppia umana è contemplata quale strumento della perenne fecondità di Dio (Dio continua a plasmare l’uomo). In una visione così positiva viene posta l’obiezione circa i figli concepiti o nati da rapporti illegittimi (adulterio), figli che spesso – in quella cultura - venivano abortiti o esposti. L’autore è molto sicuro nel distinguere tra la condanna del rapporto adultero e la sorte riservata a questi piccoli innocenti concepiti comunque per l’intervento meraviglioso di Dio Creatore. E a questo proposito richiama il passo dell’Apocalisse di Pietro.
…la natura non avrebbe potuto compiere così grande opera in poco tempo senza l’intervento di Dio. Chi ha composto la
fragile sostanza delle ossa? Chi legò insieme le membra ai muscoli perché si tendessero e si rilassassero piegandosi alle articolazioni? E qual dio fece lievitare il succo impregnandolo col
sangue e trasse la carne molliccia dalla terra, se non un unico ottimo artefice , che creando l’immagine di sé razionale e l’uomo vitale, che siamo noi, plasma nel grembo partendo da pochissime e
umide gocce di seme? Chi è colui che si prende cura perché il feto non sia soffocato dagli umori e dallo stretto ambito in cui è racchiuso? Chi, dopo il parto e l’uscita alla luce, conferisce
grandezza, bellezza e vigore a ciò che è piccolo e debole, se non proprio quell’ottimo artefice, come ho detto, cioè Dio che con la sua potenza creatrice mette in atto le sue idee confermandole a
Cristo?
Ne consegue che, secondo ciò che abbiamo appreso nelle Scritture ispirate, quanti nascono [= gli abortivi?], benché frutto dell’adulterio, sono consegnati a degli angeli curatori . Se
venissero al mondo contrariamente al volere e alla disposizione di quella natura beata di Dio, come potrebbero costoro venire consegnati a degli angeli per essere nutriti in molta pace e
tranquillità? E come potrebbero convocare con ogni franchezza al tribunale di Cristo i loro stessi genitori per accusarli, dicendo: Tu, o Signore, non ci privasti della tua luce che è per tutti.
Sono loro che ci esposero alla morte disprezzando il tuo comandamento? E’ scritto infatti: “I figli nati da illegittime unioni accuseranno di malvagità i loro genitori quando, interrogati,
dovranno dire il vero”(Sap 4,6).
Apocalisse di Paolo o Visio Pauli (prima del 250 d.C.), 40 = ERBETTA III,374-375
Si tratta di un’altra Apocalisse apocrifa, attribuita all’apostolo Paolo in base a 2 Corinti 12,1-4 (…verrò alle
visioni e alle rivelazioni del Signore…), ma composta da autore ignoto prima dell’anno 250 (ORIGENE DI ALESSANDRIA è il primo che ne attesta l’esistenza), probabilmente in area egiziana. Fu
scritta in greco, anche se – per la sua fama - ci è giunta in numerosi codici di varie lingue (armeno, copto, greco, siriaco, latino, arabo, antico italiano, francese, inglese , danese, serbo e
russo……).
Lo scritto contiene visioni dell’al di là: alterna visioni felici del Paradiso alla visione orripilante dei supplizi infernali. Al n.40 si descrive la pena di chi ha procurato l’aborto o gettato
gli infanti. Dal confronto con le pene più lievi attribuite ad altri peccati si vede come l’autore rimarchi alla coscienza dei cristiani la particolare gravità dell’aborto e
dell’infanticidio.
Guardai e vidi altri uomini e donne, su un obelisco di fuoco. Delle bestie li laceravano e non potevano neppure dire: «Signore, abbi pietà di noi!». Vidi l’angelo dei tormenti infierire crudelissimamente contro di loro e dire: «Riconoscete il Figlio di Dio! Già lo si era detto a voi! Quando però le scritture vi eran lette dinanzi, non vi ponevate attenzione. Perciò il giudizio di Dio è giusto: i vostri misfatti vi hanno afferrati e condotti a questi tormenti». Io scoppiai in singhiozzi e piansi. Domandai: «Chi sono questi uomini e donne che sono soffocati nel fuoco e scontano la pena?». Rispose: «Sono le donne che profanarono la creatura di Dio, quando diedero alla luce dei bimbi dai loro seni; e questi sono gli uomini che giacquero con loro. Ma i loro bambini fanno appello al Signore Dio ed agli angeli incaricati ai tormenti, dicendo: “Vendicaci dei nostri genitori , perché essi hanno profanato la creatura di Dio. Benché fossero possessori del nome di Dio, non osservarono i suoi comandamenti, ma ci diedero in pasto ai cani e ci fecero pestare dai porci. Altri furon gettati nel fiume”. Questi bimbi però furon consegnati agli angeli del tartaro per essere trasportati in un luogo spazioso di misericordia. I loro padri e le loro madri invece sono soffocati in preda ad un tormento eterno».
Oracula Sibyllina (Oracoli Sibillini cristiani, 150 d.C. circa), libro II, vv. 281s = ERBETTA III,502-503
Un altro scritto di genere apocalittico (anch’esso un apocrifo) ci offre la visione delle abortiste punite nell’inferno. L’autore cristiano del libro II degli Oracoli Sibillini descrive vivacemente la fine del mondo presente e il giorno della resurrezione e del giudizio universale: davanti a Dio Onnipotente che siede in giudizio con Cristo sfilano tutti i giusti e tutti gli empi. Passando attraverso la fiamma inestinguibile e il fiume di fuoco (giudizio divino) questi son salvati, mentre quelli son per sempre perduti. Segue il minuzioso elenco degli empi dannati (vv.255-283). Tra questi, verso la fine dell’elenco, vede anche le donne che hanno procurato l’aborto o esposto i loro bambini (vv.281s). Segue la descrizione della pena eterna di tutti i dannati (inferno).
[238] Risuscitati i morti e sciolto il destino,
Sabaoth Adonai, nell’alto tonante, sul trono celeste
[240] si asside e una grande colonna è da lui innalzata.
Quivi, sulla nube, l’Eterno raggiunge, eterno lui pure,
Cristo, in tutto il suo splendore con i suoi angeli puri.
Alla destra del Grande si asside e dal trono giudica
la vita dei pii e parimenti la condotta degli empi.
[252] Quindi insieme il fiume di fuoco attraverseranno
e la fiamma inestinguibile. I giusti
sono tutti salvati; perduti per sempre son gli empi:
[255] quanti dianzi il male han consumato………
[279] quelli inoltre che la propria carne con la lussuria imbrattarono;
[280] quanti il cingolo verginale hanno sciolto,
unendosi di nascosto; donne, che il frutto nel ventre fanno abortire
o che i figli scelleratamente gettano via.
[285]………, là dove tutto all’intorno
un torrente di fuoco inestinguibile scorre. Costoro quindi insieme
gli angeli incorruttibili del Dio immortale ed eterno,
con fruste infocate e catene ignite,
terribilmente dall’alto puniranno,
[290] dopo averli legati con legami che non si spezzano. E quelli nella buia oscurità della notte
saranno gettati, laggiù, tra le molte e terribili fiere della geenna,
dove tenebra impenetrabile regna.


















































