SPIRITUALITA' FRANCESCANA
La sua vita
1182 - 1226
Francesco nasce ad Assisi nell'inverno del 1182 da Pietro di Bernardone e Madonna Pica, una delle famiglie più agiate della
città.
Il padre commerciava in spezie e stoffe. La nascita di Francesco lo coglie lontano da Assisi, mentre era in Provenza, occupato nella sua
professione. La madre scelse il nome di Giovanni, nome che fu subito cambiato in Francesco quando tornò il padre. La fanciullezza trascorse serenamente in famiglia e Francesco potè studiare il
latino, il volgare, il provenzale e la musica; le sue note insieme alle sue poesie, furono sempre apprezzate nelle feste della città. Il padre desiderava avviarlo al più presto all'attività del
commercio. Un giorno era intento nel fondaco paterno a riassettare la merce quando alla porta si presentò un mendicante che chiedeva elemosina in nome di Dio. Dapprima Francesco lo scacciò in malo
modo, ma poi pentitosi lo seguì e raggiuntolo vi si intrattenne, scusandosi ed elargendogli dei denari.
All'età di vent'anni partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, e fu fatto prigioniero. La prigionia e gli stenti plasmarono l'animo del
giovane e più il corpo si indeboliva, più cominciava a subentrare in lui il senso della carità e del bene verso gli altri. Tornò a casa gravemente malato e solo le amorevoli cure della madre ed il
tempo lo ristabilirono, ma la vita spensierata, che nel frattempo aveva riassunto, gli sembrò vuota.
Spinto da idee battagliere decise di seguire un condottiero nel sud Italia, ma giunto a Spoleto, ebbe un'apparizione del Signore, che gli
ordinava di tornare indietro, fu questo l'inizio di una graduale conversione.
Durante una breve permanenza a Roma si spogliò dei suoi abiti e dei denari, più tardi in Assisi davanti ad un lebbroso non fuggì come
facevano tutti, ma gli si avvicinò e lo baciò. Gli amici lo schernivano e deridevano, il padre manifestava apertamente la sua delusione, solo la madre lo confortava.
Francesco scelse il silenzio e la meditazione tra le campagne e le colline di Assisi, facendo spesso tappa nella Chiesetta di San Damiano
nei pressi della città, e il crocifisso che era nella cappellina gli parlò: "Va, ripara la mia casa che cade in rovina". Francesco vendette allora le stoffe della bottega paterna e portò i denari al
sacerdote di San Damiano, ma l'ira di Pietro di Bernardone costrinse Francesco a nascondersi. La diatriba col padre fu risolta solo con l'intervento del Vescovo di Assisi, davanti al quale Francesco
rinuncia a tutti i beni paterni.
Cominciò un periodo di spostamenti: di quel periodo è l'episodio del lupo di Gubbio, un animale che incuteva terrore e morte ammansito
dalle parole del santo. Le gesta di Francesco non passarono inosservate e dopo qualche tempo, si affiancarono i primi seguaci: Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, poco dopo Egidio e Filippo
Longo.
Le prime esperienze con i compagni si ebbero nella piana di Assisi, nel Tugurio di Rivotorto e alla Porziuncola, tutti i compagni
vestivano come Francesco di un saio e di stracci. La data ufficiale della nascita dell'Ordine dei Frati Minori è il 1210 quando Francesco ed i compagni vengono ricevuti dal papa Innocenzo III che
verbalmente approva la Regola.
Il Papa, in sogno, ebbe la visione della Basilica Lateranense in rovina ed un uomo che la sorreggeva per evitarne la distruzione,
quell'uomo era Francesco. Iniziano i contatti con Chiara d'Assisi e nasce così l'Ordine delle Povere Dame di San Damiano, chiamate Clarisse dopo la morte di Chiara.
Nel 1213 Francesco riceve dal Conte Orlando di Chiusi il Monte della Verna. Inizia la sua predicazione a più lungo raggio che lo spinge a
recarsi in Marocco, ma una malattia lo ferma in Spagna.
Nel 1216 ottiene da Onorio III l'indulgenza della Porziuncola, Il Perdono di Assisi, la più importante della cristianità dopo quella di
Terra Santa. Nel 1219 Francesco parte per Acri e Damietta al seguito della crociata e giunge in Egitto alla corte del sultano Melek el-Kamel, per poi raggiungere la Palestina. Nel frattempo l'Ordine
ha i suoi primi martiri, uccisi in Marocco.
Nel 1220 Francesco torna ad Assisi dove i suoi ideali di povertà, di carità, di semplicità hanno fatto presa su molti, inizia così un
nuovo ciclo di predicazioni in tutta Italia. A Fontecolombo, nei pressi di Rieti, redige una nuova Regola, approvata poi da Onorio III.
A Greccio, in dicembre, istituisce il Presepio, una tradizione cara alla cristianità. Nel 1224 sul Monte della Verna riceve le stimmate,
il segno di Cristo e della santità. Francesco è stanco ed ammalato, il peregrinare per le predicazioni l'ha provato fuori misura, viene così curato a San Damiano, ospite di Chiara e delle Sorelle.
Qui compone il Cantico delle Creature opera di alta religiosità e lirismo, che contiene tutti gli ideali dell'umiltà e della grandezza francescana. Sentendo prossima la fine terrena, Francesco si fa
portare alla Porziuncola, in Santa Maria degli Angeli, dove muore al tramonto della giornata del 3 ottobre 1226.
Il 16 luglio di due anni dopo veniva dichiarato Santo dal papa Gregorio IX.
Il popolo ebreo, come molte antiche culture, ha progressivamente elaborato una teologia o una complementare interpretazione spirituale adattata a ogni lettera del proprio alfabeto.
Poiché la scrittura ebraica, e di conseguenza l'alfabeto ebraico, non venne formalmente codificata fino a quasi 200 anni dopo la nascita di Cristo, molte lettere erano talvolta tracciate in forme diverse a seconda delle regioni dove vivevano gli ebrei, sia in Israele sia nella "diaspora" in luoghi al di fuori di Israele, prevalentemente nel mondo di lingua greca.
L'ultima lettera
dell'alfabeto ebraico rappresentava il compimento dell'intera parola rivelata di Dio. Questa lettera era chiamata
TAU (o TAW, pronunciato Tav in ebraico), che poteva essere scritta: /\ X + T. Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall'Antico Testamento; se ne parla già nel libro di
Ezechiele: «Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono...» (EZ. 9,4).
In questo stesso passo il Profeta Ezechiele raccomanda a Israele di restare fedele a Dio fino alla fine, per essere riconosciuto come simbolicamente segnato con il "sigillo" del TAU sulla fronte quale popolo scelto da Dio fino alla fine della vita. Coloro che rimanevano fedeli erano chiamati il resto di Israele; erano spesso gente povera e semplice, che aveva fiducia in Dio anche quando non riusciva a darsi ragione della lotta e della fatica della propria vita.
Sebbene l'ultima lettera dell'alfabreto ebraico non fosse più a forma di croce, come nelle varianti sopra descritte, i primi scrittori cristiani avrebbero utilizzato, nel commentare la Bibbia, la sua versione greca detta dei "Settanta". In questa traduzione delle scritture ebraiche (che i cristiani chiamano Antico Testamento), il TAU veniva scritto T.
Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell'Apocalisse (Apoc. 7, 2-3). Il Tau è perciò segno di redenzione. È segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interiormente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).
Il Tau fu adottato prestissimo dai cristiani per un duplice motivo. Esso, appunto come ultima lettera dell'alfabeto ebraico, era una profezia dell’ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega, come appare ancora dall'Apocalisse: «Io sono l'Alfa e l'omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell'acqua della vita... Io sono l'Alfa e ''Omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine» (Apoc. 21,6; 22,13).
Ecco perché per i cristiani il TAU cominciò a rappresentare la croce di Cristo come compimento delle promesse dell'Antico Testamento. La croce, prefigurata nell'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, rappresentava il mezzo con cui Cristo ha rovesciato la disobbedienza del vecchio Adamo, diventando il nostro Salvatore come "nuovo Adamo".
Durante il Medioevo, la comunità religiosa di S. Antonio Eremita, con la quale S. Francesco era familiare, era molto impegnata nell'assistenza ai lebbrosi. Questi uomini usavano la croce di Cristo, rappresentata come il TAU greco, quale amuleto per difendersi dalle piaghe e da altre malattie della pelle. Nei primi anni della sua conversione, Francesco avrebbe lavorato con questi religiosi nella zona di Assisi e sarebbe stato ospite nel loro ospizio presso S. Giovanni in Laterano a Roma. Francesco parlò spesso dell'incontro con Cristo, nascosto sotto l'aspetto di un lebbroso, come del punto di svolta della sua conversione. È quindi fuor di dubbio che Francesco, in seguito, avrebbe adottato e adattato il TAU quale distintivo o firma, combinando l'antico significato della fedeltà per tutta la vita con il comandamento di servire gli ultimi, i lebbrosi del suo tempo.
La simbologia del TAU acquistò un significato ancora più profondo per S. Francesco, dal momento in cui nel 1215 Innocenzo III promosse una grande riforma della Chiesa Cattolica ed egli ascoltò [1] il sermone del Papa in apertura del Concilio Laterano IV, contenente la stessa esortazione del profeta Ezechiele nell'Antico Testamento: "Siamo chiamati a riformare le nostre vite, a stare alla presenza di DIO come popolo giusto. Dio ci riconoscerà dal segno Tau impresso sulle nostre fronti". L'anziano papa, nel riprendere questo simbolo, avrebbe voluto - diceva - essere lui stesso quell’uomo “vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco” e passare personalmente per tutta la Chiesa a segnare un Tau sulla fronte delle persone che accettavano di entrare in stato di vera conversione [Innocenzo III, Sermo VI (PL 217, 673-678)].
Questa immagine simbolica, usata dallo stesso Papa che solo 5 anni prima aveva approvato la nuova comunità di Francesco, venne immediatamente accolta come invito alla conversione. Per questo, grande fu in Francesco l'amore e la fede in questo segno. «Con tale sigillo, San Francesco si firmava ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera» (FF 980); «Con esso dava inizio alle sue azioni» (Fr 1347).
Se Francesco adottò il TAU come sigillo personale, "segno manuale" come si diceva ai suoi suoi tempi e con esso firmava ogni suo scritto, Tommaso da Celano ce ne tramanda un altro uso da parte sua: egli lo tracciava sui muri, sulle porte, e sugli stipiti delle celle. Come non pensare in questo caso, non più soltanto ad Ezechiele, dove si trattava di segnare le fronti con il segno della salvezza, ma al libro dell'Esodo, in cui il segno della salvezza altro non era che il sangue dell'agnello pasquale sull'architrave delle porte? Il Tau era quindi il segno più caro per Francesco, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.
L'affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall'archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
San Francesco d'Assisi faceva riferimento in tutto al Cristo, all’ultimo; per la somiglianza che il Tau ha con la croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che esso occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era rimarchevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell'opera redentrice di Dio.
Con le braccia aperte, Francesco spesso diceva ai suoi frati che il loro abito religioso aveva lo stesso aspetto del TAU, intendendo che essi erano chiamati a comportarsi come "crocifissi", testimoni di un Dio compassionevole ed esempi di fedeltà fino alla morte.
Fu per questo che Francesco fu talvolta chiamato “l’angelo del sesto sigillo”: l’angelo che reca, lui stesso, il sigillo del Dio vivente e lo segna sulla fronte degli eletti (cf. Ap 7, 2 s.) e San Bonaventura poté dire dopo la sua morte: "Egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi... e di imprimere il Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono" [S. Bonaventura, Legenda maior, 2 (FF, 1022)].
Non possiamo non ricordare la Benedizione per frate Leone, custodita nella sacrestia del Sacro Convento di Assisi. Il
ramo verticale del Tau tracciato dalla mano di Francesco, attraversa il nome del frate; e questo è un fatto intenzionale. Ci ricorda l'uso tradizionale all'epoca delle catacombe, in cui spesso appare
il Tau un grande evidenza in un nome proprio delle cui lettere non fa nemmeno parte.
Oggi i seguaci di Francesco, laici e religiosi, portano il TAU come segno esterno, come "sigillo" del proprio impegno, come ricordo della vittoria di Cristo sul demonio attraverso il quotidiano amore
oblativo. Si tratta del segno distintivo del riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana. Il Tau non è un feticcio, né tanto meno un ninnolo: esso, segno
concreto di una devozione cristiana, è soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.
Il segno di contraddizione è diventato segno di speranza, testimonianza di fedeltà fino al termine della nostra esistenza terrena.
[1]
La partecipazione di Francesco al Concilio Lateranense come leader di un movimento spirituale
(la sua era tra le nuove fondazioni di cui si è trattato nel Concilio) è attestata da diverse fonti.
Una delle più antiche ed autorevoli: Angelo Clareno, Esposizione della Regola (redatta tra il 1321
e il 1323)
Non è facile sintetizzare in poche battute tutta la ricchezza e la profondità di un'esperienza di santità, tra le più grandi di tutti i tempi. Francesco ha avuto una personalità talmente ricca, che è difficile riassumere la sua spiritualità in una pagina web. Per questo rimandiamo agli innumerevoli studi e siti storici e religiosi dedicati al Poverello di Assisi. Nato ad Assisi in pieno Medio evo (1181 - 1226) da una famiglia di facoltosi commercianti, fece l'esperienza dolorosa della guerra. Questa vicenda lo spinse verso una clamorosa conversione pubblica, con la rinuncia ai beni paterni. Oggetto di una visione mistica presso la Porziuncola, a S. Maria degli Angeli, sposo di Madonna Povertà, si fece povero mendicante. La sua vita estremamente austera e la sua ricerca di conformità alla passione di Cristo attirarono numerosi discepoli. In pochi anni l'ordine contava migliaia di adepti, in tutta l'Europa. La regola francescana fu approvata da Innocenzo III . Fu l'inizio dell'ascesa quasi inarrestabile dell'ordine . L'intuizione fondamentale di questo santo, che sperimentò l'agio della ricchezza mercantile, fu quella di non chiudersi dentro un monastero, ma di portare il Vangelo e la predicazione nelle strade e nelle piazze della città. Perciò il messaggio francescano accoglie le esigenze dei movimenti pauperistici ritenuti eretici, inserendole però nella struttura della Chiesa. Egli è anche capace di rispondere alle rapide trasformazioni sociali comunali, che creano nuove ricchezze, ma anche nuove povertà. S. Francesco ha una visione nuova del creato, considerato non solo come simbolo fuggevole, ma come positiva realtà, manifestazione dell'amore del Creatore, e fonte di lode e di preghiera. Citiamo per esempio il famoso episodio della predica agli uccelli, nella campagna di Bevano.
E passando oltre…vide alquanti arbori allato alla via, in su quali era quasi infinita moltitudine d’uccelli; di che santo Francesco si maravigliò e disse a’ compagni: “ Voi m’aspetterete qui nella via, e io andrò a predicare alle mie sirocchie uccelli”. E entrò nel campo e cominciò a predicare alli uccelli che erano in terra; e subitamente quelli che erano in su gli arbori se ne vennono a lui insieme tutti quanti, e stettero fermi, mentre che santo Francesco compiè di predicare; e poi anche non si partivano infino a tanto ch’egli diè loro la benedizione sua. …La sustanza della predica di santo Francesco fu questa: “Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a Dio vostro creatore, e sempre e in ogni luogo il dovete laudare, imperò che v’ha dato la libertà di volare in ogni luogo; anche v’ha dato il vestimento duplicato e triplicato… Oltre a questo, voi non seminate e non mietete, e Iddio vi pasce e davvi li fiumi e le fonti per il vostro bere, e davvi li monti e le valli per vostro rifugio, e gli alberi alti per fare li vostri nidi…” Dicendo loro santo Francesco queste parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi e distendere i colli e aprire l’alie e riverentemente inchinare li capi infino in terra, e con atti e con canti dimostrare che ‘l padre santo dava loro grandissimo diletto…Finalmente compiuta la predicazione, santo Francesco fece loro il segno della Croce e diè loro licenza di partirsi; e allora tutti quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la Croce ch’avea fatta loro santo Francesco, si divisono in quattro parti… (Fioretti, c. 16)
Egli vive la sofferenza e la povertà non come un mezzo per acquisire meriti presso Dio, ma come condivisione con il Cristo e con ogni uomo, che è sua immagine. Perciò tutto acquista valore positivo, anche la morte, la sofferenza, la povertà, in quanto vissute da Gesù e da lui trasformate in ricchezza spirituale, in gioia, in vita. La sua spiritualità risulta non solo dalla regola da lui dettata, ma anche dal suo stesso stile di vita quotidiano, mirabilmente tramandato dai "Fioretti", capolavoro di agiografia, spiritualità e letteratura allo stesso tempo, segno dell'onnicomprensiva esperienza francescana. Tale esperienza vuol coinvolgere tutti gli uomini, e non solo coloro che hanno la vocazione alla vita religiosa. Perciò S. Francesco fonda anche il Terzo ordine, spiritualizzando anche la vita laicale. L'esperienza francescana portò anche ad un rinnovamento della teologia, con la costituzione della cattedra universitaria francescana presso la Sorbona a Parigi, di cui il più famoso rappresentante fu S. Bonaventura da Bagnoregio. Altro teologo francescano famoso è Giovanni Duns Scoto, difensore del dogma dell'Immacolata Concezione. L'esperienza della mistica unione di Francesco a Cristo Crocifisso e della povertà assoluta, per essergli in tutto simile, influenzò anche l'universo femminile della spiritualità. Figura fondamentale è per questo Santa Chiara d'Assisi (1193 - 1253) giovane ragazza di buona famiglia che a 18 anni, dopo aver ascoltato la predicazione di S. Francesco, fuggì di casa, rifugiandosi nel monastero benedettino di Bastia. Poi con la sorella Agnese ed altre ragazze si trasferì presso il piccolo monastero di S. Damiano, dove visse fino alla morte. Qui fondò il Secondo Ordine Francescano delle Povere Dame (detto delle Clarisse), nella clausura e nella povertà più assoluta. Essa realizzò nella sua vita spirituale il significato del suo nome, con la limpidezza della sua fede e della sua spiritualità. Fu legata a S. Francesco non da interessi umani o sentimentali, ma dalla stessa intuizione spirituale Questa fu vissuta però non nelle strade come l'ordine maschile, ma nel silenzio della preghiera e dell'ascolto di Dio, nella povertà interiore ed esteriore, nella sopportazione della sofferenza e nella solitudine della clausura. Un'altra figura femminile che si collega nella sua esperienza mistica a S. Francesco fu la beata Angela da Foligno. E' comunque praticamente impossibile citare tutti i santi, i beati, i religiosi, i terziari, i laici che hanno legato la loro vita spirituale a S. Francesco e S. Chiara.
Ricordo che a tutt'oggi i francescani costituiscono uno dei più importanti e numerosi ordini religiosi, segno della vitalità del messaggio di fede cristiana lasciato da S. Francesco. In effetti, di fronte alla nostra spesso smodata ricerca di ricchezza materiale e di benessere, la capacità di S. Francesco di accogliere con gioia la povertà, la sofferenza e persino la morte per amore di Cristo è di grande attualità.
“Se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia….Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, sì è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo : Che hai tu , che non abbi da Dio? E se tu l’ hai avuto da lui, perché te ne glori, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo” (Fioretti, c. 8).
La figura di S. Francesco si pone quindi come punto di svolta della spiritualità medievale, segno dei profondi cambiamenti della società, dell'economia, della politica, della storia della Chiesa. S. Francesco seppe parlare alle nuove classi emergenti della borghesia mercantile, delle corporazioni, dei giovani assetati di nuova autenticità evangelica. La sua non è più la solitaria spiritualità monacale, che risuona nel silenzio della vita claustrale, ma è rivolta ai cittadini, al popolo spesso illetterato, al quale si rivolge non più nel latino dei teologi e dei maestri benedettini ma nel volgare del dolce stil novo, nella grazia letteraria della letteratura cortese. Si può dire che con lui il cristianesimo assume un carattere più concreto, più umano. L'umanità di Cristo e la sua divinità incarnata è al centro della sua spiritualità. L'uomo diventa quindi l'oggetto privilegiato della Rivelazione di Dio. Anche la creatura più piccola, anche la più povera e malata porta in sé il volto dolcissimo di Dio. Umiltà e perfetta letizia diventano quindi per S. Francesco il mezzo per riconoscere il volto di Cristo nel volto di ogni uomo. Per questo S. Francesco è indicato come uno degli uomini che anticipa, con la sua spiritualità, la svolta antropocentrica del Rinascimento. L'attenzione di S. Francesco per la predicazione verso tutti, e non solo verso gli intellettuali ed i nobili, si tradusse anche nella drammatizzazione della storia di Gesù: la più famosa di tali scene da lui inventate ed allestite è il Presepe, la cui tradizione è ormai a diffusione planetaria. Per concludere non possiamo non citare l'ultima delle ispirazioni che S. Francesco ebbe, proprio in punto di morte, a La Verna, quando dettò il celeberrimo "Cantico delle creature".
- prof. Paolo Giavarini
- data di nascita 08/03/1963
- nazione Italia
- stato religioso
- appartenenza O.F.M.Cap.
- titolo licenziato
- disciplina scienze dell'educazione
- qualifica invitato
- facoltà teologia
- istituto laurentianum
- cattedra pedagogia
Hanno bussato al cuore di Francesco
Per servire Dio basta aprire la mente alla sua Parola, il cuore al suo volere, le mani al suo amore che si dona e ci chiede di donarci: la famiglia, il lavoro, la fraternità, il monastero, la via stessa sono i luoghi privilegiati dove Dio può abitare con gli uomini.
Sulla fattoria si va stendendo la sera. Lampade e candele si sono spente un po’ ovunque: buie le camere dove già dormono i più piccoli, buie le stalle in cui gli animali accuditi, mangiano lentamente. Solo nel granaio la luce delle grandi occasioni: tutto è pronto per la preghiera. Uomini, vecchi e giovani da una parte, donne, fanciulle e anziane dall’altra; con quest’ultime, i bambini non ancora a letto. Un’assemblea di sorrisi accoglie i due frati Minori. Dicono gli occhi: “Siete dei nostri. Avete condiviso con noi la fatica e il cibo. Ora possiamo condividere la fede”.
Frate Massimo, davanti a una grossa croce – bellissima: due rami rozzi, legati con della rafia – si concentra e sul granaio discende il silenzio. “Nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo… Il Signore sia con voi… Vogliamo concludere questa giornata ringraziando Dio per la vita, il tempo, il lavoro”. Il latino non lo usa mai. Col popolo – spiega sempre a Leinad, ai suoi novizi – si parla la lingua del popolo: come Gesù, come Francesco.
Pausa di silenzio. Frate Leinad interviene: “Fratelli, ripetiamo insieme: il Signore è il mio pastore, con Lui non manco di nulla”. E la gente risponde. Poi via con il salmo. “Se dovessi camminare in una valle tenebrosa, non temerei alcun male perché Tu sei con me…”. E mariti e mogli, papà e mamme, figli e figlie rispondono. Poi i due frati cantano una lode alla Vergine Maria. “Tu sei la porta, tu sei la radice, tu sei la fonte della luce…”. Quindi Massimo racconta una pagina del Vangelo: “Mentre camminava in riva del lago, Gesù vide dei pescatori che riassettavano le reti… Seguitemi!... Lasciato tutto, lo seguirono…”. Ancora una pausa. Frate Massimo è ora in mezzo allo stanzone. Guarda gli uomini, poi le donne. Fra Leinad è l’unico a vederlo di spalle, e scorge i visi rivolti al suo maestro, che ora brevemente parlerà loro della Parola di Dio.
“Cari fratelli e care sorelle, avete sentito: il Signore Gesù non era nel deserto quando ha chiamato i suoi discepoli. No, era su una spiaggia, tra le barche e le reti, in mezzo a gente che – come voi – lavorava per vivere. E chi lo ha seguito, non era gente speciale, era semplicemente… gente, persone… come me, come voi. Anche oggi il Signore ci chiama: anche a noi vuole portare la sua parola di salvezza. E non dovete pensare che Gesù voglia che tutti diventiamo Frati minori o preti o monaci. No. Ogni vita per lui è preziosa per costruire il suo Regno, già qui sulla terra: anche la vostra”. Leinad guarda i volti dei contadini, delle loro donne: occhi, orecchi si sono fatti ancora più attenti. “Questo – Massimo riprende – Frate Francesco d’Assisi, il nostro fondatore, l’aveva capito bene: la fede per lui non fu mai un ragionamento campato per aria, ma nella sua vita concreta si è lasciato guidare dal Signore e ha individuato dei segnali che gli dicessero la sua volontà. Francesco non aveva deciso di fondare l’Ordine dei Frati Minori, ma alcuni suoi amici seguirono il suo esempio e si trovò con dei seguaci. Lo dice lui stesso nel suo Testamento: il Signore mi donò dei fratelli e mi indicò che dovevo vivere secondo il Vangelo. Lo stesso avvenne con sorella Chiara: determinatissima fuggì da casa – ben viva, per la porta dei Morti – e si rivolse a Francesco: «Voglio vivere come te, seguire Dio e il Vangelo come te, essere povera come te…». Che avreste fatto voi, di fronte a un segno così… chiaro? Per questo nacque l’Ordine delle Povere dame, anche se tanti, all’inizio, erano contrari. E dopo poco, ancora: due persone sposate bussano al cuore del Poverello. «Vogliamo seguirti, Francesco, amare Gesù con il tuo spirito, secondo le tue indicazioni…». Anche per loro, che avevano famiglia, e case e lavoro, Francesco trovò la via: fu il Terzo Ordine francescano. Capite, fratelli? Persone diverse, condizioni diverse, ognuno ebbe il suo cammino di santità. Tutti verso la stessa meta: la bontà, il bene, la salvezza… il cielo. Per servire Dio non è necessario chiudersi in convento: basta aprire la mente alla sua Parola, il proprio cuore al suo volere, le proprie mani al suo amore che si dona e ci chiede di donarci. Allora la famiglia, il lavoro, la fraternità, il monastero, la via stessa – polverosa e rumorosa, come le strade della Palestina – diventano luoghi privilegiati dove Dio può abitare con gli uomini. Viviamo bene la nostra vita, fratelli e sorelle. Questo è seguire Gesù. Il Signore vi doni la sua pace”.
Leinad vede frate Massimo sedersi: gli occhi di tutti nel granaio sono ancora puntati su di lui: l’eco delle sue parole continua a riscaldare il cuore di ciascuno. “Anche io – si dice Leinad – costruisco il Regno di Dio”. E gli sembra che la stessa cosa stiano pensando quegli uomini e quelle donne, la cui vita, fatta di affetti e impegni, il predicatore ha appena terminato di valorizzare.
Leinad intona il Padre nostro. Massimo benedice tutti. La gente ringrazia e si ritira. E’ sorta la notte: si va a dormire. Due giacigli sono stati approntati per i frati in un lato del granaio.
Sarà un sonno profondo, Leinad lo sa. Frutto del cammino col suo maestro, del lavoro con i contadini, della preghiera con Dio e i fratelli. E domani la strada riprenderà, e poi ancora il lavoro, e Dio e l’annuncio del Vangelo, i fratelli, il mangiare, l’interrogarsi… le tessere del mosaico dell’esistenza, ognuna un mattone del Regno del Padre.
Francesco appariva ‘uomo fatto preghiera’, perché riusciva a trasformare la sua vita in un continuo, intenso abbraccio con Dio.
L'uomo fatto di preghiera.doc
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Francesco ha potuto amare i lebbrosi, i suoi fratelli, tutti gli esseri umani e le creature proprio perché ha incontrato, in Cristo, l’amore di Dio per ciascuno di noi.
La vita e il cuore.doc
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I frati della Parola, i frati della Preghiera e i frati della carità si abbracciano. E sorridono per il loro Francesco presente nelle loro parole, nelle loro scelte, nello loro opere. E con lui, il C
Del fare di Francesco.doc
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Francesco ha mostrato che il Cristo può essere vivo tra le mie mani, può rendere viva la mia vita
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Chiedevo ascolto e Tu, Signore, mi hai reso ascolto
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Terzo Ordine Regolare di san Francesco
San Francesco d'Assisi e i suoi primi compagni, mossi
dallo Spirito divino e seguendo l’esempio del drappello apostolico (Gesù con gli apostoli), attraversano campagne e città per annunciare il vangelo e sollecitare il popolo ad una vita cristiana
sempre più coerente con il messaggio della salvezza. Molta gente rimane toccata dalla viva testimonianza del Poverello e vuole seguirlo, cioè desidera comportarsi come lui nella generosa fedeltà al
vangelo, a Cristo e alla sua parola di vita. Francesco accoglie tutti come dono di Dio: alcuni diventano Frati minori; alcune ragazze diventano Povere dame o Clarisse; molti uomini e donne si
ispirano a Francesco senza entrare in convento, ma rimanendo nel mondo e continuando le proprie attività.
Questi ultimi costituiscono il Terzo Ordine di San Francesco, detto anche "Ordine Francescano della penitenza". Il movimento del Terzo Ordine Francescano (TOF) comincia nell'autunno del 1211 e
si amplia nella primavera del 1212, continuando il suo prodigioso sviluppo – in spazio e numero - nei decenni successivi. A tutti i suoi seguaci Francesco offre una regola di vita evangelica.
Ai Terziari dà proposte in tre documenti molto preziosi: la «Prima Lettera ai fedeli penitenti» (1215), la «Seconda Lettera ai fedeli penitenti» (1221) e il «Memoriale propositi» (1221). Nel 1289 il
primo papa francescano Niccolò IV vuole conferire un volto definitivo al Terzo Ordine di San Francesco riproponendo in forma più giuridica la Regola del 1221 (Memoriale propositi) e approvando
esplicitamente il movimento francescano della penitenza, già lodato da molti Papi.
I Penitenti Francescani che rimangono nelle loro case (sposandosi oppure no) e attendono ad una professione costituiscono il «Terzo Ordine Secolare» (TOS), dal 1978 detto "Ordine Francesco Secolare"
(OFS). In parallelo, si sviluppa anche un fenomeno particolare, che non ci deve sfuggire. Dai tempi di San Francesco in poi, alcuni Terziari - uomini e donne - manifestano il desiderio di un
impegno maggiore verso la perfezione cristiana e cominciano a vivere in comunità, professando gradualmente i consigli evangelici. Alcuni prediligono la vita contemplativa e scelgono la
solitudine negli eremitaggi o nella reclusione volontaria, lontana da distrazioni terrene e tutta incentrata nei misteri di Dio.
Molti attendono alle opere di misericordia in ospedali per malati e anziani, oppure in ospizi per pellegrini e per itineranti, o infine gestiscono centri di accoglienza per ragazze trovatelle e per
l'educazione della gioventù. Presto cominceranno altri servizi pastorali: l'apostolato parrocchiale, la predicazione, l'insegnamento, le pubblicazioni scientifiche e religiose. Più tardi prenderà
vita l'impegno missionario, sviluppato con lodevole successo nel passato e in tempi recenti. Le fraternità di Terziari "regolari", sorte in modo spontaneo, aumentano in numero e diffusione
soprattutto nel corso del Trecento e presto cominciano a federarsi, sia per maggiore efficienza sia per meglio difendersi contro le numerose difficoltà. L’orientamento alla vita
comunitaria si esprime, nel corso dei secoli, in numerose Congregazioni autonome di frati e di suore. Nel 1295, 11 luglio, il papa Bonifacio VIII promulga la bolla "Cupientes cultum" con la quale
concede ai Terziari Regolari, «presenti in numerosi insediamenti in diverse parti, di avere propri luoghi di culto». Approva quindi formalmente lo stile di vita comunitaria e l'attività pastorale
esercitata dai Terziari, frati e suore. Ora limitiamo il discorso al Terzo Ordine Regolare maschile (TOR) che risale al tempo di San Francesco d’Assisi e continua senza interruzione fino ad
oggi.
Nel 1323 il pontefice Giovanni XXII, con la bolla "Altissimo in divinis" (18 nov.) ribadisce l'approvazione ecclesiastica e conferma la vita regolare intrapresa dai Terziari francescani,
dichiarandola lodevole e conforme alle intenzioni di San Francesco. Nel 1447 il papa Niccolò V, con la bolla "Pastoralis officii" (20 luglio), approva la federazione delle fraternità terziarie
d'Italia in un Ordine centralizzato, con un unico Ministro e un Consiglio generale. In Italia l'Ordine si sviluppa in 15 Province regionali, con 256 insediamenti o conventi e circa 1.000 frati.
In vari Paesi si sviluppano gradualmente Congregazioni terziarie nazionali: Italia, Croazia, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Germania, Irlanda, Stati Uniti
d'America, Sudafrica, Sri Lanka. Alcune scompariranno a causa delle soppressioni civili e delle guerre, mentre alcune si fonderanno con la Congregazione italiana nell'unico organismo che attualmente
costituisce il «Terzo Ordine Regolare di S. Francesco», in continuità ininterrotta con il tempo delle origini dal Poverello di Assisi. Dopo ripetute soppressioni civili e una soddisfacente ripresa,
il «Terzo Ordine Regolare di S. Francesco» oggi è presente: in Italia, in Croazia, in Spagna, in Francia, in Germania, negli Usa, in India, in Sudafrica, Sri Lanka, Brasile, Paraguay, Messico, Perù,
Svezia, Bangladesh, Filippine. Gli insediamenti o Conventi sono 248 in totale.
L'Ordine Francescano Secolare è costituito da cristiani che, per una vocazione specifica, mediante una Professione solenne, si impegnano a
vivere il Vangelo alla maniera di S. Francesco, nel proprio stato secolare, osservando una Regola specifica approvata dalla Chiesa. L'Ofs è una delle tre componenti fondamentali della grande Famiglia
Francescana che è costituita dai tre Ordini costituiti da San Francesco: il Primo Ordine (i frati), il Secondo Ordine (le religiose contemplative) e il Terzo ordine (i secolari e numerose forme di
religiosi e religiose impegnati in attività apostoliche - TOR - che si sono formate dal filone principale dei secolari).
E' proprio la vocazione quella che distingue, dal punto di vista della motivazione, l'appartenenza al Ofs rispetto ad altre pie associazioni.
I francescani secolari, emettendo, dopo un periodo di formazione e di approfondimento spirituale e culturale, una vera e propria " professione", si impegnano a vivere questa vocazione in ogni
situazione in cui si trovano sul piano famigliare e lavorativo.
I fratelli e le sorelle dell'Ordine Francescano Secolare cercano la persona vivente e operante di Cristo negli altri Fratelli, nella Chiesa, nella Parola di Dio, nella Liturgia
Annunciano Cristo con la Vita e la Parola; testimoniano nella vita quotidiana i beni futuri: nell'amore della povertà nell'ubbidienza nella purezza di cuore
I Francescani Secolari si impegnano a costruire un mondo più giusto, più evangelico e fraterno accogliendo tutti gli uomini come dono di Dio, lieti di stare alla pari con i più deboli, promuovendo la
giustizia. Vivono lo Spirito di San Francesco nel lavoro e nella loro famiglia, in un gioioso cammino di maturazione umana e cristiana con i loro figli.
Portatori di pace sono fiduciosi nell'uomo e gli recano il messaggio della letizia e della speranza.
Gi.Fra

La Gioventù Francescana (Gi.Fra.) è formata da quei giovani che si sentono chiamati dallo Spirito Santo a fare in fraternità l’esperienza della vita cristiana, alla luce del messaggio di San
Francesco d’Assisi, approfondendo la propria vocazione nell’ambito dell’Ordine Francescano Secolare (Costituzioni OFS art. 96,2)
Siamo il volto giovane dei francescani nel mondo.
Vogliamo vivere intensamente la nostra vita e accogliamo tutti i fratelli come dono, facendoci docili strumenti dell’Amore di Dio.
La gioventù Francescana deve la sua nascita all’amore ardente de San Francesco d’Assisi per Gesù.
Francesco, sin da subito, conquistò il cuore di molta gente ma non tutti sceglievano la strada religiosa. Nasce così l’ Ordine Francescano Secolare (Ofs) che riunisce in fraternità tutti coloro ch,
chiamati dallo Spirito Santo, desiderano seguire Cristo alla maniera di San Francesco.
La Gifra è parte integrante dell’ Ofs, con una sua precisa identità, caratterizzata dalla freschezza e dall’entusiasmo proprio dei giovani. (pag.4 del nuovo Statuto 2006).
Giovani attratti da San Francesco che vogliono approfondire la loro vocazione cristiana e francescana. Elementi essenziali:
- sentirsi chiamati dallo Spirito Santo per fare in fraternità l’esperienza della vita cristiana
- scoperta progressiva di San Francesco, del suo progetto di vita e dei suoi valori
- presenza ecclesiale e sociale, come condizione per realizzare esperienze concrete di apostolato
La Gifra è formata da giovani, si tratta di una tappa nella vita, che inizia al momento di entrare nell’adolescenza e termina nel momento di raggiungere la maturità personale.
E’ un cammino vocazionale, il che presuppone una chiamata iniziale che si sviluppa verso una opzione di vita. La chiamata sollecita da parte del giovane una risposta individuale, che si conferma con
un impegno personale dinanzi a Dio e in presenza dei fratelli.
E’ un’esperienza di Fraternità, cioè una comunità di giovani credenti, figli dell’unico Padre, che condividono la loro fede sulla base dell’amore. Questa fraternità si situa nel seno della comunità
ecclesiale nella quale vive ed opera.
La Gifra cammina alla luce del messaggio di San Francesco d’Assisi, cioè scopre ed assume progressivamente questo progetto di vita ed i suoi valori. Appartiene alla Famiglia Francescana come parte
integrante dell’ Ofs. (Linee Guida CIOFS)
STORIA SINTETICA ORDINE FRANCESCANO
Albero genealogico dei Frati Minori.docx
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03 Primo Ordine Francescano.docx
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05 Frati Minori Conventuali.docx
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06 Frati Minori Cappuccini.docx
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07 Secondo Ordine Francescano, le Claris
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08 Ordine Francescano Secolare.docx
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10 Congregazioni Terziarie Regolari Femm
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Novena Francescana
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Ho saputo di lui
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| I topi di Assisi [ di Dacia Maraini ] ![]() C’è un quadro che rappresenta un san Francesco ancora giovane ma già provato dalla malattia, che a occhi socchiusi se ne sta seduto su un sasso, nell’orticello di San Damiano e sembra perso nei suoi pensieri. La leggenda racconta che proprio nel giardinetto di San Damiano, una mattina del 1224, dopo una notte di grandi sofferenze fisiche, vissute in una cella curiosamente invasa dai topi, Francesco abbia buttato giù i versi di una delle più belle poesie della nostra letteratura: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature, spetialmente messer lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumeni noi per lui». Il dettaglio dei topi mi ha colpita. E ho provato a immaginare cosa fosse successo quella notte. Francesco, esausto per la febbre e per i dolori alle ossa, se ne sta disteso sul lettuccio nella piccola cella nuda. Improvvisamente sente un leggero fruscio che sale dal pavimento. Gira la testa e vede dei corpiciattoli neri, silenziosi che escono a decine da un pertugio nel muro e si spargono per il pavimento. Che ci siano topi in giro per il convento lo sanno tutti. Ma possibile che si siano dati appuntamento tutti nella sua cella? Quando li vede, neri e grossi, accucciati sul pavimento, incuranti della sua presenza, Francesco ha un moto di ribrezzo. Non solo non badano a lui, ma sembrano talmente presi dalle loro faccende che squittiscono tranquillamente, si urtano, saltellano, sollevando e abbassando le lunghe code nere senza minimamente curarsi del suo corpo rattrappito dal dolore, disteso sulla brandina. Francesco chiude gli occhi, mormora una preghiera a fior di labbra e poi li riapre sperando di avere sognato. Ma no, i topi sono sempre lì, anzi nel frattempo si sono moltiplicati. Il pavimento è coperto di bestiole pelose che sembrano essersi raccolte in assemblea. Francesco trasale. «E se salgono sul letto e mi assalgono?», si chiede spaventato. Ma certamente il suo è un delirio dovuto alla febbre. Sto vedendo quello che non c’è, si dice, la mia è tutta immaginazione. E per rassicurarsi, si dà un pizzicotto sul braccio. Ma deve ammettere che no, non sta sognando né delirando. I topi sono lì e continuano a entrare da un buco in fondo alla cella. Più che un buco sembra una fessura appena visibile che si apre fra pavimento e parete. Entrano a due, a tre e si riuniscono agli altri. «Ma cosa volete da me?», grida Francesco, spaventato mentre i dolori alle ossa, a quella vista, si fanno più acuti. Ma poi il suo animo contemplativo e gentile prende il sopravvento. Si solleva su un fianco, e con il capo dolente appoggiato a un gomito, si mette a guardarli con attenzione. Sono creature pure loro, si dice, sono tutte creature di Dio. E piano piano, osservandoli bene, capisce che le bestiole sono divise in famiglie: un padre rotondetto e una madre un poco più piccola, aiutandosi con i denti e con le code, spingono dentro la cella i piccoli nati da poco: topolini grigi dalla coda rosa. Ma perché proprio nella sua cella? Le labbra gentili si allargano in un sorriso di tenerezza: forse quelle bestiole hanno saputo di lui, della sua amicizia verso gli animali. Non si racconta che ha parlato a lungo con un lupo? Che ha predicato agli uccelli sui rami degli alberi? E allora quale posto più sicuro che la sua cella per tenere una grande riunione famigliare? I topi, si sa, si moltiplicano rapidamente e ogni topolino che nasce dispone per lo meno di trecento cugini e trecento cugine. E poi ci sono gli zii, i nonni, le zie, le nonne. Ci vuole poco a fare un centinaio di creature. Ma perché si sono riuniti oggi? Per festeggiare o per depredare? Francesco li osserva con attenzione appassionata e nota che piano piano hanno formato un cerchio e in mezzo al cerchio hanno posato un involto della grandezza di una mela. Quando tutti i topi sono seduti, uno di loro va a tirare coi denti e con le zampine lo straccio che chiude il fagotto. Gli altri topi tengono lo sguardo fisso su quei gesti veloci e sapienti. Infine i cenci sono caduti e nel mezzo del cerchio è apparso un grosso pezzo di formaggio appena intaccato dalla muffa che crea sui fianchi un colore fra il celeste e il rosa che fa pensare a un’alba primaverile. Che meraviglia di formaggio! All’ordine di uno che sembra essere il capo, la prima fila di topi si avvicina al cibo e con i denti aguzzi ne gratta via una parte. Gli altri osservano e controllano nel silenzio più completo. Anche i più piccoli sono lì immobili e silenziosi a fissare con occhi incantati l’appetitoso pezzo di cacio. Appena il primo cerchio ha finito, torna al suo posto formando un altro cerchio, spostato rispetto ai primi. Ora tocca al secondo cerchio che si avvicina a sua volta, ordinatamente, per rosicchiare ciò che gli spetta. E così via, fino al quinto, al sesto cerchio. Senza che nessuno dei topi, né piccoli né grandi, gratti con prepotenza più formaggio di quanto gli sia consentito. Infine, quando hanno finito tutti di rosicchiare e masticare, ecco che si ritirano in buon ordine verso l’apertura nel muro e con pazienza, senza spingere, spariscono al di là della parete, facendosi piccoli per passare attraverso la fessura. Solo un topo è rimasto nella cella e ora si siede accanto al letto del malato con fare delicato, come un vecchio saggio. Solleva in alto il capino dai lunghi baffi che gli tremano leggermente sul muso umido e guarda il santo con attenzione. Proprio come l’aveva guardato il lupo. Con amicizia e gratitudine. Non c’è bisogno di parole. Quegli occhi piccoli e dilatati, lucidi di gioia di vivere, gli dicono che la natura è bella, che il sole è un fratello, come sorelle sono la luna e le stelle, che l’acqua e il fuoco sono amici dell’uomo, ma anche dei topi. Poi, dopo avergli indirizzato un lieve e garbato inchino, il topo si ritira anche lui al di là del muro. In terra non è rimasto niente, neanche un briciolo di cibo. Perfino lo straccio in cui era avvolto il formaggio è sparito. Nell’aria rimane solo un leggero odore di selvatico. Francesco sorride e sente che i dolori, misteriosamente, sono andati via dal suo corpo febbricitante. Perciò si alza dal letto ed esce nel giardinetto di San Damiano, dove, seduto su una pietra al sole tiepido della nuova primavera, si accinge a scrivere quelle parole chiare e gentili, belle e fresche che ancora oggi ci comunicano un senso di fratellanza con la natura. Dobbiamo ringraziare i topi di Assisi? Dacia Maraini |
| La leggenda della fonte tiepida [ di Dario Fo ] ![]() «Arrèstate là! – je crìdeno li frati sòi – co’ ’sto basto de maladìe che téne en groppa statte n’àttimo bòno!». E illu risponnéa: «Io ce debbo annà a faticà pe’ campi, ’me tocca d’andàcce su li fondi a dacce ’na mano a li villani quànno che raccòieno lu farro». Se ce zónze in lo capo na’ tempestàta che spiàccica a terra il frommentóne o ’n’allagàta d’acqua pe’ tutti li campi, o lu foco che appìccia li boschi, illu sempre curre a aidàr li desesperàti. «Eh no, ie besógna ce vao a guadagnàmme la limòsina che ce danno quelli. Tenìteve bene in la capa che nuàltri no’ se pole fasse campà da li villani come fùssemo zecche in su le spalle sòe. No’ se pole pereténdere che li poverèlli sgòbbeno pe’ nuàltri pe’ la razzóne che nui se disce bene l’orazzioni e se canta la Gloria a Deo anco per illi... e intonàti, pure!». E accossì ’no ziorno ècchilo là che se scaraàzza a terra ’me ’no frenguèllo che caschi da lo ramo. Li frati sòi lo raccòjieno e lu ménano a Siena. Vanno longo lo Trasimeno e a la fine de ’sto lago se arritròveno a Stanziano. E’ a ’sto ponto che Françesco disce: «Appresso ce sta un lòco dove sbotta la fonte de Bagno Rapo: e ll’è ’na fonte tépita e dólze ove ce sémo immergiùi desnùdi una volta. Mirate: là, se scorge la fumàta dei vapori che montano… Ci facciamo ’na abbagnàta?». «Sì, te ce porteàmo Françesco…». Come so’ prossimi a li bagni li frati coménzeno a despoìarse desnùdi, ma come se ritruòvano a fronte la pózza granne, la fonte calda no’ ce sta più! Ma che è accaduto? L’hanno covièrta, nascosa co ’na cupola de catedràle con le colonne e gli arconi. E ’l fumo sòrta fòra de lassù. «Che n’è arrivato?». Uno villano disce: «E l’è stàito lu conte di Gera che ce l’ha arrubàta!». «Ma come? La fonte è da lo tempo del Noè che l’è ròba del comune!». Ma illo ha ditto: «E’ ròbba méa!» e ha covièrto pózza e fonte co’ ’sta cupola a covèrcio de mannéra che nesciùno ce pòzza egnìr deréntro. Illu e li amici sui ci se pòl sguazzàre, desnùdi, come ie pare: li artri fòra! E li frati criano: «Ma l’è ’na forfanterìa mai vidùta!». Françesco co’ ’nu fiato de vosce disce: «Calmàteve frati méi! Imo oltre, se troverà ’n’altra fonte pe’ lo camìno…». E cossì de mala cera li frati se so’ remèssi per la via. Vanno montando su per ’nu colle e quànno so’ giunti al tòppo de colpo vién scuro: nugoli neri vengon a bàscio sputando fòra lampe e tuoni tereméndi. Se ode un bòtto che fa tremare il sòlo. «Che d’è? Vardàte! Una saetta de fulmine ha cattàto in pieno la cupola e tutta l’ha sfracchennàta!». Coreéndo a perder fià li frati deséndeno a rebbattóne giù verso la fonte… Zióngheno sul lògo ma el covérchio co’ le colòne non ce sta chiù! Tuto intorno a dove sòrte la sguizzàta d’acqua tépeda, se retruòvano stravacà tòcchi de colonne co’ arcóni squaraciàti. E la fonte descovèrta tutta liberata! I frati gridando a sghignazzo se gètteno ne la gran pózza senza manco cavàrse la tòneca, e Françesco esclàmma: «Vidéte?… Quàrche volta accade che a quarcùno de lassù ie monti lo scarampàzzo a l’uòcchi e scaràcchia la rabbia sua… Movéteve frati mèi: ’sto bagno ce ven donato dall’alto comme ’na benedezióne. Tuffàteve e tegnìte ben serràta la bocca e no’ ridete che quànno sarete fòra dall’acqua! ». Dario Fo |
Hilaritas francescana
[ di Massimo Cacciari ]

“Nulla sarebbe ed è più contrario alla “visione” francescana di una vacua retorica sulla “bontà” del Santo, magari in chiave ecologistica, animalistica, etc. Francesco è “alter Christus” in tutto.
Chiama alla decisione radicale, anzitutto da se stessi, da ogni “amor sui”. Chiama ad abbandonare tutto, a farsi perfettamente nudi. Ciò significa rinuncia e dolore. E solo per questa via
assolutamente impervia è possibile per lui “tutto ottenere”. Cristo va imitato anzitutto nei suoi momenti di massimo abbandono: ecco il significato dell’invocazione delle stigmate alla
Verna.
Anche le nozze con Madonna Povertà, che Dante vede nei Canti centrali del Paradiso come il segno della speranza nella rigenerazione non solo della Chiesa ma di tutta la respublica
christiana, non sono espressione di generica filantropia, di sentimentale “buon cuore”, ma, infinitamente più, di un’idea di libertà da ogni bene mondano, inteso come mero
impedimentum.
Poiché la povertà è simbolo di tale originaria libertà, che è per Francesco come per Dante dono divino, essa può rappresentarsi sulla scena del mondo, in hoc saeculo, in forma ilare, gioiosa, come
hilaris è per i Padri la stessa luce della divina Trinità. Ecco allora il Francesco provenzale, vorrei dire: la gaja scienza francescana. Il Francesco che chiede ai suoi
fratelli di cantare al suo letto di morte. Il Francesco che invoca “sorella Morte”, ricordando le spaventose sofferenze che doveva patire, insieme alla bellezza di tutte le creature, amate in quanto
teofania, e non certo di per sè, “esteticamente”, come oggi accade.
Francesco é un segno incompiuto; un segno escatologico destinato forse a rimanere “eterno futuro”. Meditare sulla sua figura non può significare oggi che diventarne “responsabili”, e cioè comprendere
quanto “colpevoli” siamo, quanto “colpevole” è il nostro mondo, nel non essere in nulla riusciti a corrisponderle.”
Massimo Cacciari
Lo sguardo di un bambino
[ di Raul Bova ]

Quando mi proposero di interpretare San Francesco in una fiction non ebbi alcuna esitazione e accettai immediatamente. Il personaggio dell’umile frate di Assisi non era solo per me attore una grande
prova di recitazione, ma anche una sfida con me stesso. Dimenticarmi di quello che ero facendo tabula rasa, per vestire i panni di un uomo che visse la spiritualità e la dedizione agli altri con
amore assoluto ed umiltà. Far rivivere sullo schermo la complessità umana e mistica di questo Santo, richiedeva non solo una buona interpretazione, ma anche una conoscenza profonda di quello che
Francesco era, delle sue ragioni di scelte, di quella sua febbre d’amore inesauribile per il prossimo e del perché voleva essere “il minore tra i minori”, lui che dalla vita aveva avuto quanto i più
desiderano: bellezza, istruzione, ricchezza.
Cominciai col leggere quanto più potevo di cosa era stato scritto su di lui, osservai con attenzione i dipinti che lo raffiguravano, come a trovare la chiave della sua intima spiritualità, parlai con
frati del suo Ordine per capire a pieno il senso delle regole che Francesco stesso aveva fortemente volute. Cominciavo così a conoscerlo, ma non mi bastava. Decisi di passare un po’ di tempo in un
convento, vestii il saio e mi uniformai alle regole monastiche. Durante il periodo che passai lì, mi resi conto che quello che avevo letto e quello che mi avevano raccontato non era sufficiente,
dovevo fare qualcosa di più per avvicinarmi a lui. L’umiltà di Francesco, nonostante la considerazione di cui era oggetto e la notorietà che aveva raggiunto, mi affascinava. Non è facile non farsi
coinvolgere quando sei al centro dell’attenzione, eppure in lui niente indebolì mai il suo essere umile e la gioia che ne derivava. Cominciai allora a spazzare e a lavare i pavimenti del convento,
come il più modesto dei frati, cercando di mettermi alla prova, fiaccando la mia vanità nel tentativo di percepire così il piacere che il Santo avrebbe provato al mio posto. Tornai a casa. Le riprese
sarebbero iniziate di lì a poco.
Ero abbastanza soddisfatto del lavoro che avevo fatto per conoscere al meglio Francesco, eppure avevo la sensazione che mi fosse sfuggito qualcosa. Lessi e rilessi il copione, ripensai ai fatti
salienti della sua vita, lo vidi nel momento in cui si spogliò di ogni suo avere, quando fece della Porziuncola la prima sede del suo Ordine, lo seguii nei suoi viaggi in Egitto e in Terra Santa, gli
fui vicino nell’attimo in cui ricevette le stigmate e lo vidi morire. Nella mia mente e nel mio cuore c’era tutto quello che mi serviva per diventare “il Poverello di Assisi” eppure mi rendevo sempre
più conto che mancava qualcosa. Fu uno sguardo a farmi trovare ciò che stavo cercando. Due occhi persi a guardare la bellezza di un paesaggio: c’era gioia ed amore, dentro di loro, quella stessa
gioia e quell’amore che Francesco provava per quanto Dio aveva creato. L’essenza della spiritualità di questo grande Santo mi apparve in tutta la sua intensità, l’anello mancante era ora chiaro nella
mia mente. L’amore per Dio e per quanto ci aveva donato si impossessò in modo così intenso e totale di Francesco sino a diventare lui stesso un inno alla Crezione. Due occhi me lo avevano fatto
capire, due occhi che guardavano ciò che li circondava con meraviglia, purezza ed umiltà. Quegli occhi erano di un bambino... mio figlio!
Raul Bova
| Perché a te? perché a te? perché a te? [ di Franco Cardini ] ![]() “Perché a te? perché a te? perché a te?”. Francesco è di ritorno dal boschetto presso la Porziuncola, nella piana sotto Assisi; è lì che suole pregare. E uno dei suoi fratelli più cari, frate Masseo, gli si fa incontro quasi aggressivo, quasi minaccioso: “Dico perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo nel corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; donde dunque a te, che tutto il mondo ti venga dietro?”. Questo episodio è narrato nel X capitolo dei Fioretti: un testo difficile, tendenzioso e di solito malinteso. E’ diffusa l’idea che si tratti d’una lieve, quasi fanciullesca raccolta di episodi edificanti sulla vita del Povero d’Assisi. E’ la raccolta di “leggende” care e familiari a tutti noi, fin da bambini: le dolci tortorelle, le gaie rondini, il feroce lupo di Gubbio convertito alla mansuetudine. In realtà, si tratta di pagine sempre impegnate e schierate. E come tali refrattarie a venir interpretate se non al rigoroso interno del loro contesto storico. Eppure, quella pagina, quel grido angoscioso che a noi sembra un misto di disappunto e d’invidia, hanno qualcosa di anacronistico, tanto ci sono vicine. Sono di una sconcertante contemporaneità. Nel mondo dell’avere e dell’apparire, nella società dell’effimero e dello spettacolo, nessuna domanda sarebbe più appropriata se rivolta a qualcuno che effonde attorno a sé un càrisma speciale e che riscuote uno straordinario successo. Uno che diventa dunque un modello: un oggetto d’emulazione ma anche d’invidia e quasi di astio, di rancore. Perché a te, perché tutto i mondo ti viene dietro, e tu affermi addirittura di non curartene, di non averlo né cercato né voluto? 0tto secoli dopo, l’angosciosa domanda di frate Masseo continua a risonarci dentro. Perché a te, Francesco d’Assisi? Mai forse nella storia della Chiesa, del cristianesimo e delle religioni – o forse nella storia tout court – nessuno è mai stato tanto lodato, tanto ammirato, tanto rivendicato da tutti. Un santo per tutti i gusti e per tutte le stagioni: hanno voluto presentarci volta per volta un Francesco protestante, uno socialista, uno fascista, uno “figlio dei fiori”; e ora si vanno aggiungendo alla lista un Francesco musulmano, uno buddista, uno ecologista, uno no-global, uno new age. Ma diciamo la verità: non andar bene a nessuno, è una bella condanna; andar troppo bene a tutti però è forse peggio ancora. Anche perché nessuno come Francesco e nulla come il suo messaggio appaiono – appunto al giorno d’oggi – fraintesi, distorti, dimenticati, cancellati. Francesco, in apparenza ammirato e lodato, superstar, continua ad esser nella vera e profonda sostanza come lo ha ritratto Dante, “dispetto a meraviglia”: straordinariamente disprezzato da tutti. Un disprezzo implicito: magari perfino inconscio. Che parte comunque da una profonda, irremissibile incomprensione. Perché è, perché resta un enigma. Chiediamoglielo di nuovo dunque, anche noi come frate Masseo: perché a te, Giovanni di Pietro Bernardone detto Francesco? Tu non hai proprio un bel nulla che sia in; tu sei solo e sempre out per i nostri tempi, per la nostra Modernità, per il nostro Occidente. L’una e l’altro, in realtà, idolatrano esattamente quel che tu hai rifiutato: il potere, la ricchezza, il possesso, il guadagno, la gloria dell’Io al posto di quella di Dio. Forse non idolatrano poi tanto la scientia, quae inflat: ma ne godono i risultati, sotto forma di realizzazioni tecnologiche, e ne ostentano la vanagloria che deriva dal preteso possesso della sua conoscenza, la visibilità che le tiene dietro. Non c’è in realtà nulla che si possa immaginare come più radicalmente antifrancescano del tempo presente: e allora, perché esso continua a risonar del nome del povero d’Assisi? C’è chi ne ha elogiati l’originalità e l’anticonformismo: anch’esse doti che nel mondo d’oggi vengono tanto lodate quanto poco perseguite. Si è ridotto anche lui, perfino lui, a un’icona convenzionale, appiattita sulle riduttive misure della ribellione antigerarchica o sociale. Ma ci vuol altro. Pensate alla forza del Francesco che predica nudo nella sua città natale. O che minaccia i suoi frati che non filan dritto di farli picchiare da un nerboruto confratello. O che in punto di morte, invece di pregare, pensa a mangiar dei dolci. Un Francesco che si sente tanto attratto dalle donne da doversi buttar d’inverno nella neve e rotolarvisi per calmare i morsi della carne. Un Francesco che parla col sultano e non tenta di convertirlo, si limita a testimoniare il Cristo e accetta lietamente dalle mani del “nemico della croce” il dono mondanissimo di un corno da caccia. Ma chi è mai questo Francesco? E come possono, lui e l’Occidente moderno, intendersi? Sul piano storico del suo tempo, il Povero d’Assisi fu uno sconfitto. La sua proposta cristiana era fondata sulla rinunzia a qualunque forma di potere. Ma i tempi che gli vennero dopo furono quelli dell’affermazione della volontà di potenza dell’Europa cristiana: una strada del tutto opposta a quella del farsi simile al Cristo povero e nudo. Il punto è quindi chiedersi se il Cristo-modello è, in quanto tale, valido ancora all’alba del III millennio, e come lo si può seguire e imitare. Si sarebbe tentati di privilegiare l’amore per il prossimo come nuovo territorio per una sequela Christi dei nostri giorni: ma è sufficiente? Francesco viveva in un mondo barbarico forse, ma ripieno di Dio: un mondo nel quale tutto si consacrava. Che cosa può dirci il suo esempio nel nostro mondo, quello di adesso, segnato dalla desacralizzazione? Francesco rinunziava a se stesso: che cosa può indicarci il suo esempio in un mondo fatto di “individui assoluti” sempre più angosciati per esser tali ma sempre meno disposti a cessar di esserlo? Francesco lodava il Signore “per sora nostra morte corporale”: ma il nostro mondo è perpetuamente assediato e angosciato dall’idea della fine fisica come Fine di Tutto; ed è questa la base della sua cupa e feroce disperazione travestita da felice godimento della vita e da universale desiderio individuale di restar per sempre giovani, sani, belli, ricchi. Francesco d’Assisi resta uno scandalo, un paradosso, una sfida. Ridurlo a un santino devozionale è grave. Farne un rivoluzionario ridicolo è più grave ancora. Nella società dell’avere, del potere, del produrre e del consumare, la sua testimonianza tutta dalla parte dell’essere risulta radicalmente inattuale: ed equivoca dunque l’ammirazione di cui lo si circonda. Il primo passo per riconquistarlo al nostro tempo, è disincantarne la durezza e la difficoltà del messaggio rinunziando a leggerlo in una dolciastra chiave convenzionale e in una riduttiva chiave ribellistica. Francesco fu perfettamente padrone di sé e in piena libertà si mise al servizio del Cristo. Sapeva di essere un servo di Dio: e questa consapevolezza lo rendeva perfettamente libero. Non voleva cambiare il mondo, e nemmeno i cristiani: nella sua lettera ad quemdam ministrum, insegnava al suo interlocutore ad accettare i superiori com’erano e a non pretendere che fossero migliori. Francesco non ha mai predicato la povertà coatta e universale. La sua era solo una proposta indirizzata a chiunque volesse liberamente accettarla e solo a lui. Egli sapeva bene che la sequela Christi è una durissima e irremissibile consegna, ma soltanto per chi l’accetti volontariamente e gioiosamente; che la metanoia si può proporre solo con l’esempio, ma ch’è solo quella la via che potrà salvare il mondo. Franco Cardini |
| Francesco, fammi volare [ di Lucio Dalla ] ![]() Mi svegliai che era appena l’alba ed ero in una cella del convento di Assisi, pronto per andare alla messa, ed erano quasi le 6.00 quando arrivai nella cappella dove un padre officiava. Mi accorsi che il sonno era più denso del previsto e tutt’altro che finito, tant’è vero che appena cominciata la messa, caddi in un torpore anomalo e diverso dal classico rintronamento mattutino. Così che ricominciai a sognare. Questo nuovo sogno si ricollegava al precedente, mano a mano che proseguiva mi rendevo conto che era come il secondo tempo del primo sogno, ed ebbi la sensazione netta, e questa volta più precisa, che il sogno era Francesco. Francesco bambino, ragazzo e vecchio, tutti insieme. Diverso da come lo volevano tutti, madre, padre, amici. Diverso da come lo volevano tutti ma non diverso da come lo voleva Dio. Io incredulo mi avvicinavo e dicevo: “Ma sei proprio tu?” e lui, a mezzo sorriso, con l’aria di sfi da che si ha nei confronti degli increduli, mi disse, indicando il saio: “Tocca” e in quel momento, appena ebbi tra le dita il tessuto del Santo, sentii l’odore del fieno tagliato, mi sembrò di essere in mezzo ad un campo di grano. Ritrassi la mano come da una fiamma o comunque da una scottatura, e mi sembrò che l’aria si scaldasse e dall’aria uscisse come un suono di battere d’ali che puoi sentire nelle piazze d’Italia o comunque nei paesi dove i colombi planano sui turisti. Fu proprio quel suono a rassicurarmi che Francesco era davvero Francesco, che la piazza era una delle tante piazze che normalmente si visitano la domenica e che io ero contento di essere lì. Senza alcun timore chiesi: “Cosa vuoi da me?” e lui, senza l’aria di voler correggermi e forse anche un po’ divertito, rispose: “Cosa vuoi tu da me? Tu mi conosci ed io conosco te” e io, un po’ ruffiano, un po’ per compiacerlo e un poco per i suoi piedi sporchi di terra e di fango che spuntavano dal saio, gli dissi, chiedendolo: “Camminiamo?”. E cominciammo a girare sfi orando i muri della piccola chiesetta dove l’altro frate diceva messa e fu un parlare silenzioso se non addirittura muto, se non per le risposte che Francesco dava all’altro padre mentre officiava come un qualsiasi chierichetto di una parrocchia di campagna intorno agli anni ‘30, comunque tra le due guerre mondiali. Era curioso come le parole mi uscissero dalla bocca completamente mute e statiche, sembravano una fila di uova di gallina di un ordinato pollaio del Nord. Ma il mio cuore era un vulcano, i pensieri uscivano come lava e avevo la sensazione che fossero esattamente il contrario delle parole che li rivestivano. Francesco al mio fi anco, mentre passava tra i banchi della chiesetta, con la stoffa del saio, li lucidava, li puliva, li ordinava in fi la, come una qualsiasi servetta friulana faceva tutte le mattine nella casa dove lavorava. Passò anche davanti a una curiosa acquasantiera, che non era altro che una mano di pietra che nell’incavo teneva solo due o tre gocce d’acqua, e questa volta più decisamente mi sorrise dicendo: “Questo è un fiume, anche se fuori ci sono i fulmini”. Non mi azzardai neanche a chiedergli la spiegazione di quello che mi aveva detto. Gli dissi solamente: “Anch’io” e lui rispose semplicemente: “Lo so”. Questo breve dialogo, fatto durante la messa alla quale partecipavo, mi causò un momentaneo senso di colpa, come se stessi disturbando la funzione, e che io fossi ancora bambino in collegio e l’assistente come al solito dicesse: “Sei il peggio di tutti” e io gli rispondessi con orgoglio: “Lo so” e lui, come se avesse fatto un tredici al totocalcio, al massimo del piacere, mi dicesse col dito puntato verso la porta: “Fuori!” Questo strano senso di colpa mi ha sempre seguito come un qualcosa di inadattabile al misticismo obbligato, un poco coatto, delle chiese, da San Pietro all’ultima chiesaccia del Bronx, mentre all’aperto mi sentivo vicino a Dio come una zolla vicino all’albero, o nella terrazza di casa mia di notte, sotto un cielo stellato mi perdo ancora oggi dentro una di quelle stelle. Francesco ritrasse la mano dall’acquasantiera, mi guardò e mi disse che anche per lui era sempre stato così, che Dio è dappertutto, negli alberi, nelle piante, nei fischi lontani dei treni, nel filo spinato, nei denti e nelle bocche che sorridono come nelle lacrime degli occhi che piangono, per non parlare negli animali, perfino nel pallone quando entra nella porta e fa goal, e che forse, qualche volta, a Gesù in ritardo, è capitato di saltare una delle grandi chiese addobbate e di aver continuato a pregare suo Padre per strada in mezzo al traffico. Il suono della ‘R’ nella parola ‘traffico’ mi svegliò improvvisamente, ma mi svegliai con una grande stanchezza alle ali, come un passero che ha sbattuto contro l’inferriata della sua gabbietta. Mi resi conto che, per quanto meravigliosa e calda la chiesetta dove si svolgeva la funzione, quella strana atmosfera di dolce inconveniente che sentivo durante il sogno era finita e che il vero tempio, la vera casa di Dio, è la nostra anima, anche quella più buia o più difficile da raggiungere, e che Francesco siamo noi al momento della speranza, quando siamo in attesa e confusi e lo sono soprattutto i nostri sensi e, in un mondo come quello che ci circonda, la nostra pace. E mentre pensavo e sentivo questo e il frate a conclusione della messa diceva: “La pace sia con voi” io gli risposi: “Francesco, fammi volare!”. Lucio Dalla |
| San Francesco e la difesa del paesaggio [ di Chiara Frugoni ] ![]() Oggi torna assai spesso sui giornali, in televisione, nei libri, il tema della tutela del paesaggio: il paesaggio, un bene preziosissimo che, se distrutto, è purtroppo irrecuperabile. Un bene che va protetto con la stessa cura del nostro patrimonio artistico; con la stessa attenzione va trasmesso ai posteri. Purtroppo le tante polemiche recenti, gli abusi e gli scempi edilizi segnalano che tali affermazioni non fanno parte del sentire di tutti. Il paesaggio connota l’identità del nostro Paese, fatto di città una diversa dall’altra, da campagne e boschi, colline e declivi che attirano irresistibilmente lo sguardo, non soltanto di noi italiani ma dei turisti di tutto il mondo. La nostra Costituzione è stata la prima al mondo a collegare la tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico con la tutela del paesaggio. Dovremmo davvero vergognarci nel non sapere arrestare la colata di cemento di quanti, attratti proprio dalla bellezza di luoghi meravigliosi, celebrati da calendari e cartoline, vogliono farne parte impiantandovi casette e villette incongrue. Offriranno così a se stessi e ai posteri, ad opera compiuta, un panorama squallido e sgraziato. Anche nel Medioevo non c’era una propensione ad ammirare il paesaggio, ma per ben altre ragioni. Non c’erano infatti le condizioni oggettive perché si potesse godere di uno spettacolo naturale: la difficoltà del contadino medioevale che, con strumenti inadatti, cercava di sottrarre spazio da coltivare ai fitti boschi, sempre pronti a riguadagnare terreno, rendeva impari la lotta contro una natura prevaricante, contro le dense foreste, abitate da animali pericolosi, lupi ed orsi per esempio. Inoltre nella Bibbia la natura riceve una connotazione negativa, mezzo di espiazione attraverso il doloroso lavoro dei campi. Ad Adamo colpevole viene ribadito il suo destino di agricoltore, ma negli stenti di una terra divenuta ostile. La maledizione dei progenitori, l'uccisione di Abele, nell’immaginario collettivo, costituivano la perfetta antitesi alla primitiva armonia. La dura fatica quotidiana di Adamo dopo il peccato era, nel Medioevo, la fatica di tutti. Adamo però, quando era ancora senza la sua compagna, viveva in paradiso voluptatis, destinato ad un lavoro di felice agricoltore, creato «ut operaretur et custodiret illum» («perché lo lavorasse e lo custodisse», Gen. 2,I5). Dio dunque aveva voluto che il primo uomo cominciasse a vivere in un paesaggio bellissimo, e il primo uomo doveva contribuire a mantenerlo tale. Di questo disegno, oscurato poi dal peccato, si ricorda Francesco da Assisi che riesce a volgere sul mondo uno sguardo fresco e sereno. Il suo apprezzamento della natura è particolare e innovativo. Il santo tributa ad ogni essere, anche inanimato, una larga considerazione, in quanto opera divina di cui riflette la grandezza e la bellezza. Francesco «diceva al frate ortolano di non riempire tutto lo spazio di verdure commestibili, ma di lasciarne libera una parte perché producesse erbe spontanee che al loro tempo producessero i fratelli fiori. Usava dire che il frate ortolano doveva anche riservare da qualche parte un bell’orticello dove piantare tutte le erbe profumate e tutte le piante che producono fiori belli. Le corolle una volta sbocciate, infatti, avrebbero invitato chiunque le guardasse a lodare Dio!» . Non pensiamo mai a Francesco che coglie i fiori, a Francesco con i fiori fra le braccia, a Francesco lieto di stare in un prato fiorito, eppure le fonti sono lì a ricordarcelo. Tommaso da Celano, nella seconda biografia dedicata al santo, nota che «Quando i frati tagliano la legna, Francesco proibisce loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli» . Oggigiorno l’inquinamento ci fa combattere battaglie di segno opposto a quelle sostenute dall’uomo medioevale; noi distruggiamo gli alberi per pentircene; tanti secoli fa, per trovare cibo a sufficienza bisognava ricavare i campi disboscando con tenacia e con molti sforzi. A maggior ragione deve colpire la straordinaria modernità del sentire di san Francesco che, del tutto contro corrente rispetto al comune sentire del suo tempo, in lode del Creatore e grato dei doni ricevuti, si preoccupava della tutela del paesaggio, di non distruggere i boschi, di non soffocare i prati fioriti e spontanei sostituendoli con coltivazioni di ortaggi commestibili. Un altro aspetto è ancora da sottolineare: san Francesco si preoccupava anche che questo sentimento non rispecchiasse solo un suo atteggiamento personale, ma fosse condiviso dai suoi frati. Quindi si potrebbe dire che egli educava alla tutela del paesaggio, unica condizione, il «saper vedere», perché tutti oggi possano continuare a «vedere» il paesaggio, fonte di gioia per chi ce lo ha trasmesso. Chiara Frugoni |
“Le allodole, amiche della luce del giorno e paurose delle ombre del crepuscolo, quella sera in cui san Francesco passò dal mondo a Cristo, si posarono sul tetto della casa e a lungo garrirono rote
Il canto di Francesco.docx
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Un episodio inedito ci mostra Francesco nuovamente alle prese con un lupo malgiudicato. A tantissimi è noto il bel fioretto del lupo di Gubbio, ma a ben pochi lo è un delizioso episodio che vede ...
L.docx
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L’acqua piovana aveva filtrato il tetto della mia casa di cartone, così mi sono alzato ancora un po’ insonnolito, ho raccolto le due buste di plastica, in cui c’è il mio corredo ed ho cercato.
Il cammino di un povero.docx
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Esiste soprattutto un dialogo come condivisione di vita in cui le persone vivono lo spirito di apertura agli altri, partecipando alle loro gioie e ai loro dolori, ai loro problemi...
Il dialogo è fatto forse solo di parole.
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San Francesco > Rappresentazioni pittoriche
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CIMABUE
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Basilica Inferiore.
Transetto settentrionale. Cimabue (Cenni di Pepo, detto, 1240 ca- 1301/1302). Madonna col Bambino, Angeli e san Francesco. |
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GIOTTO
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La conferma della regola |
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I frati vedono san Francesco sul carro di fuoco |
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“San Francesco”
(1605 circa) Olio su tela (cm 130x98) Roma, chiesa dei Cappuccini |
IMPRESSIONE DELLE STIMMATE
DI SAN FRANCESCO DÌ ASSISI
17 settembre
Il fatto.
Cosa è accaduto il 17 settembre sul Monte della Verna a san Francesco?
Dalla Liturgia ricaviamo una sintesi veloce dell’evento stupendo, mai accaduto prima: il Cristo si traspone in Francesco, il Cristo si incarna in Francesco, ma sotto l’aspetto del Crocifisso. Guardando il Santo gli uomini del tempo hanno intravisto una copia perfetta del Cristo crocifisso.
Gli uomini di oggi amano raffigurare san Francesco come un crocifisso, con le cinque piaghe impresse sulla carne in maniera straordinaria, in maniera unica ed esclusiva.
Gli psicologi o altri studiosi, intelligenti, pensano che il tutto sia accaduto proprio perché san Francesco si era fissato sulla passione e sulle sofferenze di Cristo. Per questo motivo, dicono, sono spuntate le stimmate. E’ proprio l’abitudine a negare il sacro e l’intervento di Dio nella vita degli uomini e non altro.
Anche chi crede si sente in dovere di dimostrare che le cose non stanno così, per apparire, dinanzi agli altri, come uomini sicuri, forti, senza incertezze, senza debolezze morali o intellettuali.
Accogliendo, infatti, il dono delle Stimmate si crede di essere dei deboli, delle donnicciole che credono a tutto. Quindi, questi signori, si rendono forti negando.
Ecco la liturgia come ci presenta, molto brevemente, l’evento.
«II Serafico Padre S. Francesco nutrì, fin dalla sua conversione, una fervidissima devozione a Cristo Crocifisso, devozione che diffuse sempre con le parole e la vita.
Nel settembre del 1224, mentre sul monte della Verna era immerso nella meditazione, il Signore Gesù, con un prodigio singolare, gli impresse nel corpo le Stimmate della sua Passione.
Benedetto XI concesse all'Ordine Francescano di celebrarne annualmente il ricordo».
La lode, Chiara, accogli,
rischiara i nostri cuori,
tu che sei nata al mondo
per riempirlo di luce.
Già nei teneri anni,
nella casa paterna,
tu diffondi la luce
di virtù luminose.
Il misero soccorri,
in lui tu vedi il Cristo:
e il ristoro gli offri
di cui privi te stessa.
Tormenti col digiuno
le membra delicate,
e le notti trascorri
in unione con Dio.

























































