TESTIMONI DEL CRISTO RISORTO
NUCCIA TOLOMEO
“PROFEZIA DEL SORRISO E DELLA TENEREZZA DI DIO”
Scheda curata da Padre Pasquale Pitari, Cappuccino
La Santità, dono e vocazione del Signore, “si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli”(L.G. 39).Gaetana Tolomeo, da tutti conosciuta come Nuccia, è natail 10/04/1936 a Catanzaro Sala ed ha vissuto per 60 anni, fino alla morte avvenuta il 24/01/1997, una vita semplice, ordinaria,costretta a una forzata immobilità per una paralisi progressiva e deformante fin dalla nascita. E’ stata sempre su una poltroncina oa letto in tutto dipendente dagli altri. Educata cristianamente, ha maturato la coscienza del suo stato in una visione di fede e hatrovato in Gesù Crocifisso le motivazioni per cantare la vita. Regalava a chi la andava a visitare una testimonianza di coraggio,di fortezza e un sorriso, che trovava nell’amore di Dio la sola giustificazione. Al suo angelo custode aveva dato il nome Sorriso. E il sorriso era diventato per lei il modo di essere. Soprattutto negli ultimi tre anni della sua vita, alle tante persone che le telefonavano o le scrivevano da tutta Italia raccontandole le loro miserie, lei offriva un ascolto empatico, inviava il suo angelo Sorriso, assicurava la sua preghiera e l’offerta della suasofferenza, e infine incoraggiava a riporre nei Cuori di Gesù e Maria tutta la loro speranza. Nuccia ha fatto parte dell’associazione Azione cattolica e della Milizia delle animeriparatrici del Cuore di Gesù; era entusiasta inoltre del movimento ecclesiale Rinnovamentonello Spirito. Sacerdoti, suore e laici impegnati nell’apostolato spesso andavano a trovarla.Aiutata e sostenuta da tali amici, nella sua diversa abilità, ha cercato di dare un senso alla suavita. Viveva per gli altri, soprattutto per i sofferenti e i peccatori. “Voglio farli risorgere in Te, con il Tuo amore. Voglio pregare molto e soffrire per tutti loro, perché sono sicura che, mentre io prego e soffro, Tu li guarisci e li liberi…”.
Pregava tanto, soprattutto col rosario che teneva permanentemente legato alla sua mano, con l’adorazione eucaristica, con la via crucis e la lettura della Parola di Dio. Negli ultimi tre anni ha collaborato con Federico Quaglini, già conduttore di Radio Maria, nella trasmissione ‘Il fratello’ e nella rubrica ‘Beati gli ultimi’. I messaggi, che lei scriveva con cura e poi leggeva il sabato notte a Radio Maria, sono ancora oggi un vero tesoro di spiritualità e di mistica. Sono stati provvidenzialmente anche registrati e di quasi tutti i messaggi abbiamo ancora gli originali. Si rivolgeva a tutti, soprattutto ai fratelli reclusi, ai sofferenti nel corpo e nello spirito, alle prostitute, ai giovani delle discoteche, ai drogati, alle famiglie in difficoltà. Un grande bene ha operato il Testamento Spirituale, un vero vangelo di grazia. “… La tua potenza d’amore faccia di me un cantore della tua grazia, trasformi il mio lamento in gioia perenne: un inno alla vita, che vinca la morte e sia messaggio di speranza per molte anime tristi. Il mio cuore esulta di gioia, se penso a Te, mio Dio. Ora è giunto il momento propizio per innalzarti la mia ultima preghiera, la più pura, quella della lode, ed invoco l’aiuto dello Spirito e di Maria Santissima per saperti lodare e ringraziare. La mia ultima preghiera vuole essere un magnificat, un’esplosione d’amore e di gioia, per le meraviglie, che Tu, Signore, hai operato nella mia vita. Questo canto gioioso sia anche per voi, miei buoni fratelli e sorelle, la vostra preghiera. Non piangete per la morte del corpo, ma per il peccato dell’umanità, e adoperatevi per la pace, attraverso la gioia e l’amore di Cristo Gesù. Pregate e ringraziate il Signore, anche per me, perché Egli ha visitato la sua umile serva e l’ha trovata degna della sua grazia, della sua misericordia. Pregate così in memoria di me: Grazie, Signore, per il dono della vita, grazie, perché mi hai predestinato alla croce, unendomi a Cristo nel dolore e ai fratelli nel vincolo indissolubile dell’amore. Grazie, Gesù, per aver trasformato il mio pianto in letizia, per esserti costituito mio buon cireneo, mio sposo e maestro, mio consolatore. Grazie per aver fatto di me il tuo corpo, la tua dimora, l’oggetto prezioso del tuo amore compassionevole, delle cure e dell’attenzione di tanti fratelli. Grazie di tutto, Padre buono e misericordioso! Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio per ogni gesto d’amore ricevuto, ma soprattutto per ogni privazione sofferta. Voglio ringraziarti in modo particolare per il dono dell’immobilità, che è stato per me una vera scuola di abbandono, di umiltà, di pazienza e di gratitudine, ed è stato per gli amici del mio Getsemani, esercizio di carità e di ogni altra virtù…”. Scrive la cugina Ida Chiefari nella biografia: “L’ansia evangelizzatrice di Nuccia era aumentata, era diventata ancora più forte, perché capiva che il Signore la usava come strumento per conquistare tanti fratelli a Cristo. ‘Se non brucio d’amore, molti morranno di freddo!’,soleva dire. Nonostante le sue condizioni fisiche andavano sempre più peggiorando, neanche la sua sofferenza riusciva a frenare l'impeto della sua carità e il desiderio immenso di annunciare a tutti che Dio é amore misericordioso e compassionevole.”Nel messaggio di Pasqua 1995 Nuccia dice di sé: “…Nella Sua infinita misericordia e sapienza, il Signore ha preparato per me un corpo
debole, per il trionfo della Sua potenza d’amore… Lodo e benedico il Signore per la
croce, di cui mi ha fregiata, perché crocifiggendo la mia carne, ha pure crocifisso i miei pensieri, i miei affetti, i miei desideri, e persino la mia volontà, per fare di me Sua gradita dimora, Suo compiacimento, Suo tabernacolo vivente. Grazie alla croce di Cristo, oggi posso affermare con l’apostolo Paolo ‘Non sono più io a vivere, è Cristo che vive e opera in me’. Grazie alla croce, la mia vita, apparentemente spezzata,
sterile, vuota, ha pian piano acquistato significato. Anche nella malattia, nella sofferenza, una creatura come me ha potuto e può ancora rendersi utile, offrendo a Dio i meriti della sua croce, in unione a quella di Cristo ed elevare preghiere di intercessione per la salvezza dell’umanità. Con Cristo, in Cristo, per Cristo, la croce è diventata la mia compagna di viaggio, ogni pena m’è diletto, pensando alla meta. Gesù è il mio angelo consolatore, il buon Cireneo, pronto a soccorrermi quando la croce diventa troppo pesante. Credo infatti che sia proprio Lui a soffrire in me e a portare la mia croce nei momenti più duri della prova … Quanta sapienza nella croce! … Uniti a Cristo, è possibile perfino amare la croce e soffrire con dignità, pronti a consegnarci nelle mani di Colui che solo sa trarre dal dolore la gioia. Si, fratelli, la gioia nasce dal dolore, perché la gioia è frutto della sofferenza, per cui gioia e dolore sono facce della stessa moneta: la vita. Allora, coraggio, uniamoci tutti a Cristo e partecipiamo alla Sua sofferenza, mediante l’offerta di noi stessi. Ricordiamo che, se partecipiamo alla Sua morte, un dì saremo anche partecipi della Sua gloria, perché non c’è resurrezione senza morte. NUCCIA”. Bastano le suddette testimonianze per evincere la profondità, l’autenticità e la ricchezza spirituale del messaggio cristiano di Nuccia. Ma la forza ascetica e mistica di Nuccia la possiamo cogliere in modo chiaro e inequivocabile in queste parole di una sua preghiera a Gesù:
“GRAZIE, INFINITA CARITA’, PER AVERMI ELETTA VITTIMA DEL TUO
AMORE”. Particolare non trascurabile: Nuccia aveva solo la quinta elementare. La profondità di certi concetti è legata al dono della sapienza da parte dello Spirito Santo.
La fama di santità di Nuccia e le sue opere sono state fatte oggetto di studio in tre convegni diocesani su di lei, ad ognuno dei quali ha partecipato con attenzione e interesse Sua Ecc. l’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace Mons. Antonio Ciliberti. Le relazioni, svolte da diversi sacerdoti e da testimoni oculari, con competenza e lucida riflessione, sono state apprezzate dai fedeli che hanno partecipato numerosi, particolarmente interessati e motivati. Anche la stampa e la televisione hanno espresso un’apprezzabile e positiva risonanza. Sono state raccolte più di 800 cartelle documentarie, sistemate e ordinate in cinque volumi, depositate presso la Curia Arcivescovile di Catanzaro. E’ stato pubblicato un libretto di messaggi autobiografici di Nuccia veramente stimolanti e coinvolgenti la vita di fede, (5000 copie). La biografia di Nuccia, è stata scritta in modo chiaro e senza facili enfasi dalla cugina Ida Chiefari. Su Nuccia sono stati realizzati anche 31 DVD. I suoi messaggi sono oggetto di riflessione per i sofferenti nella trasmissione curata da Federico Quaglini, presso la Radio Missione Francescana dei Cappuccini di Varese. Leggendo le opere di Nuccia, soprattutto il suo testamento spirituale, si colgono le stesse emozioni che si avvertono leggendo la “Storia di un’anima” di Santa Teresa di Lisieux. Sia Nuccia che Santa Teresa hanno fatto dell’amore crocifisso e obbediente il cuore della loro spiritualità. Le parole di Nuccia, semplici, chiare, dense di contenuti ascetici e mistici, ci presentano i lineamenti spirituali di sé, come donna diversamente abile ma ricca di fede e di gioia di vivere, bruciata dallo zelo per la conversione delle anime. Essa è stata una testimonianza preziosa regalataci dallo Spirito Santo per dare una parola di speranza all’uomo di oggi schiacciato da tanti interrogativi esistenziali. L’attualità del messaggio di Nuccia lo comprendiamo immediatamente, quando sentiamo nel vivere quotidiano frasi del genere: “Una vita spezzata, malata, terminale… è senza dignità e quindi non è degna di essere vissuta!”, “L’eutanasia è un atto di amore e di pietà! Un gesto di libertà!”, “Che senso ha vivere, se si è di peso agli altri e a se stessi?”, “Se mancano le gioie della vita, l’integrità fisica, i divertimenti, la salute, i soldi, l’amore, il lavoro… è meglio non esistere!”, “Se io mamma sapessi che il figlio che porto nel grembo ha qualche malformazione, senza dubbio abortirei!”… Nuccia è la risposta di Dio a tali affermazioni ed interrogativi. In questa prospettiva, conoscere il messaggio di Nuccia ha una rilevanza non solo religiosa, ma anche umana, civile, sociale. In sintesi, Nuccia è un fatto culturale: è una sfida che sconvolge, stimola, interpella e invita a ripensare il senso della vita, e soprattutto il senso della sofferenza, in chiave di dono d’amore. Qual è il segreto della forza di Nuccia? Lo rivela lei stessa due mesi prima di morire, rivolgendosi ai giovani di Sassari:
“Sono Nuccia, ho 60 anni, tutti trascorsi su un letto; il mio corpo è contorto, in tutto devo
dipendere dagli altri, ma il mio spirito è rimasto giovane. IL SEGRETO DELLA MIA
GIOVINEZZA E DELLA MIA GIOIA DI VIVERE È GESÙ. ALLELUIA!”.
CONCETTA LOMBARDO
Concetta LOMBARDO
La vita. Nata a Stalettì, nella diocesi di Catanzaro-Squillace, il
7 luglio 1924, Concetta Lombardo, dopo solo sette mesi, rimane orfana di padre, Gregorio, bracciante agricolo, morto in un incidente di lavoro. La sua fede sincera e semplice le dava la forza di
dedicarsi alle fatiche domestiche, ai lavori stagionali dei campi e agli impegni del suo mestiere di sarta per aiutare la madre, Giovanna, a mandare avanti la famiglia, composta oltre che da lei da
una sorella più grande, Angelina. Oltre agli impegni familiari Concetta partecipa attivamente alle iniziative pastorali della diocesi: esemplare giovane dell'Azione Cattolica e catechista, aveva
professato la Regola del Terzo Ordine Francescano.
Impegnata attivamente in parrocchia, in lei apparivano ben chiari i segni delle sue doti naturali: un carattere dolce, mite, affabile,
servizievole ed umile. Caratteristiche che tutti, nel piccolo centro calabrese, ammiravano insieme alla sua singolare avvenenza fisica. Trascorse i suoi anni di adolescente in un tempo anche molto
difficile segnato dagli eventi e dalle conseguenze della seconda guerra mondiale. In questo periodo la madre le propone il matrimonio con un giovane del luogo che Concetta vedeva bene: con lui voleva
costruire una famiglia. Ma il matrimonio svanisce: il ragazzo parte per la Germania in cerca di lavoro e ben presto si sposa con una tedesca. Scossa da questa storia non abbandona comunque
l'idea di costruire la sua femminilità con un amore benedetto dal Sacramento del matrimonio.
Un desiderio e un sogno che, però, non riesce a realizzare: di lei si innamora un uomo, Vincenzo Messina, sposato con figli, fruttivendolo
e gestore di uno spaccio di carne in un comune vicino a Stalettì. Dopo aver conosciuto Concetta, Messina diventa amico della famiglia tanto che battezza la primogenita della sorella di Concetta.
Questo fa si che il fruttivendolo visita spesso la casa dei Lombardo innamorandosi perdutamente di Concetta. Questo "amore", non corrisposto, preoccupa la famiglia Lombardo che corre ai ripari
respingendo il Messina come indegno di "comparaggio" e della loro fiducia, per l'inammissibile comportamento.
Ma Messina continuava e, sempre più insistentemente, chiedeva alla giovane Concetta di andare a convivere insieme: una proposta che lei
considerava peccaminosa e disonorante: pur di non peccare preferiva morire, come è successo la mattina del 22 agosto del 1948 quando, ad un ennesimo rifiuto di Concetta, il Messina la colpisce a
morte con due revolverate, togliendosi lui stesso la vita poco dopo con la stessa arma. Un fatto che suscitò molto scalpore e molti considerarono la morte di Concetta, come un vero martirio oltre che
modello di fermezza cristiana e di fedeltà evangelica, da additare come esempio luminoso al mondo di oggi.
Hanno detto di lei. "Con assoluta umiltà Concetta Lombardo viene a
ricordarci che non si costruisce la storia se non si hanno delle certezze. Ci vogliono chiari punti di riferimento, raggiunti, certo, in piena libertà, ma assolutamente necessari. Sono i valori che
danno un senso alla vita e per i quali si deve essere disposti a dare tutto": così mons. Antonio Cantisani, presidente emerito della Conferenza episcopale calabra, parla di Concetta Lombardo,
catechista dell'Azione cattolica e terziaria francescana, indicandola come una testimonianza per i giovani d'oggi. Lombardo, infatti, per difendere la sua purezza, è stata uccisa da un uomo sposato
che desiderava averla.
La grandezza di Concetta Lombardo sta soprattutto nella sua semplice vita cristiana con al centro la Parola di Dio e la sua volontà che lei
cerca avidamente e fedelmente. La sua vita "grida – ha sottolineato mons. Antonio Cantisani che nel 1990 ha voluto fortemente l'apertura della causa di beatificazione – che sull'impegno pastorale di
una seria preparazione alla famiglia come comunità d'amore, non si può transigere". Il suo esempio, come quello di tanti, di "creatura coerenti a tutti i costi con la propria dignità e la propria
coscienza, ci da il diritto di guardare con piena fiducia al domani dell'umanità".
Ci vogliono queste persone che sanno valorizzare la "ferialità" facendo con amore le cose "ordinarie": quel "dovere che è proprio di
ciascuno secondo la specifica vocazione. E' più che mai vero che niente è piccolo quando è grande il cuore che dona". Oggi le spoglie mortali di Concetta Lombardo, traslate nella chiesa matrice di
Stalettì, sono meta di numerosi pellegrini, provenienti da varie parti della regione mentre la documentazione diocesana del processo canonico sulla vita, le virtù e la fama di martirio della Lombardo
sono all'esame della Congregazione per le Cause dei Santi.
Mons. Giuseppe Pullano
Giuseppe Pullano fu nominato arciprete di Gimigliano nel 1937, in seguito all’elezione a vescovo di Oppido Mamertina di Mons.
Canino. Raccogliere il testimone di don Nicola non era cosa facile, ma egli, sacerdote preparatissimo sia in campo spirituale che in quello sociale, aveva una personalità
poliedrica e seppe continuare il lavoro in modo eccellente. I suoi due grandi amori furono Gesù Sacramentato e Maria. Difatti nei suoi scritti troviamo questo
pensiero: “Tratterò Gesù come un amico e con confidenza, oltre alla visita quotidiana farò un’ora di adorazione al giovedì. Tratterò la Madonna come una mamma ed in lei riporrò la mia
fiducia. Metterò tutto nelle mani della Madonna, Madre Mia, Fiducia Mia”. Il suo primo impegno fu quello di curare la formazione spirituale dei
suoi parrocchiani. Formò i gruppi dell’Azione Cattolica, sia maschile che femminile, continuò l’Apostolato della preghiera in onore del S. Cuore di Gesù; curò molto il catechismo per i ragazzi di
tutte le età e seguiva personalmente il lavoro svolto dai catechisti, organizzò l’Oratorio.
Ogni sera di domenica, nella funzione serale teneva la catechesi per adulti secondo il Catechismo di S. Pio X e coinvolse anche i fedeli nell’impegno dell’ora di adorazione del
giovedì, perché come scriveva: “Dal primo sorgere al tramontar del sole, in ogni luogo continua ed universale è l’immolazione di Gesù nella S. Eucaristia: quasi di un’atmosfera eucaristica
Gesù ha voluto riavvolgere la terra perché potessimo respirare del di Lui amore”. Un santo diceva che un’Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno e questo mons. Pullano lo
sapeva: tutte le sere in chiesa si recitava il Rosario ed egli restava in ginocchio per tutta la durata della recita. Era un concerto che si elevava dal cuore e dalla bocca dei fedeli insieme al loro
pastore. Ecco cosa leggiamo nei suoi scritti a proposito del Rosario: “Che cos’è il Rosario? Possiamo definirlo una sacra armonia. In musica l’armonia viene definita un assieme di suoni
che, pur vari tra loro, fusi assieme secondo determinate regole, formano un coro, un accordo che ricrea l’orecchio e commuove il cuore. Anche il Rosario è un assieme di voci, fuse in sublime
armonia”. Fu intenditore di musica e curò, con la collaborazione di don Peppino Scozzafava prima e don Giuseppe Rotella poi, il coro parrocchiale che animava la liturgia sia
nelle funzioni quotidiane che in quelle solenni. Dedicò il suo tempo anche alla Banda Musicale. Fu anche letterato, scrisse il libro “La Madre dei miracoli”, compose la novena della Madonna di Porto
e le sue omelie erano fonte di ricchezza spirituale e culturale.
Il 1° gennaio 1939 vide la luce il bollettino “La Madonna di Porto” al quale lavorava maggiormente durante le ore notturne, poiché era sempre impegnato. Non trascurò l’aspetto
sociale della parrocchia. Il 4 novembre 1942 arrivarono a Gimigliano quattro suore del Cuore del Verbo Incarnato e “dopo qualche giorno, le aule dell’asilo e del laboratorio echeggiavano
delle grida argentine di tanti bimbi innocenti, del vociare sommesso ed allegro di tante giovanette”.
La sua opera però non si limitò solo alla parte spirituale. Fece restaurare ed abbellire le navate laterali della chiesa arcipretale, fu anche eretto il trono in marmo sull’altare
maggiore per dare degna collocazione al Quadro della Madonna. L’affluenza al santuario di Porto dei fedeli aumentava sempre di più ed egli si rese conto che la chiesetta non era più sufficiente per
contenere tanta gente. Pensò allora ad un nuovo santuario più grande ed ebbe inizio la costruzione del nuovo tempio. Tutti i giorni si recava a Porto a piedi per essere vicino agli
operai che lavoravano di buona lena e non badavano all’orario. L’ultima sua opera, prima di andare via, fu il monumento che ricorda l’apparizione della Vergine a
Pietro Gatto (posta nel centro storico del paese) su cui è scritto: “Tutto è poco per Maria”. La sua vita pastorale a Gimigliano ebbe anche qualche momento di
mortificazione, specialmente in occasione dell’organizzazione della “Peregrinatio Mariae”, ma alla fine anche questa fu un trionfo. Nel 1948 il quadro della Madonna fu infatti ospitato dalla città di
Catanzaro, mentre nel 1949 visitò 47 paesi dell’allora provincia di Catanzaro.
Lasciò Gimigliano nel novembre del 1953, in seguito alla sua elevazione a Vescovo di Uzali con deputazione di Vescovo Coadiutore di Patti (Messina). Riferiamo qui le parole che
egli pronunciò nel discorso di commiato quando lasciò Gimigliano: “Non senza dispiacere lascio il popolo di Gimigliano e il carissimo Santuario di Porto, che era diventato come l’ideale, la
ragione,l’ansia della mia vita sacerdotale. Nel partire assicuro che il nome di Gimigliano rimarrà scolpito nel mio cuore. Arrivederci sempre nel Cuore Immacolato della dolcissima Madre di Porto,
Madre nostra, fiducia nostra”. E’ doveroso concludere questo ricordo riprendendo una sua frase significativa che ripeteva spesso: “Madre mia! Fiducia mia! E’
questo il motto che leggiamo ai piedi del Quadro miracoloso: è questo il motto che dovremmo scolpire nel nostro cuore per farne il programma della nostra vita”.
Pullano, ideatore e realizzatore del nuovo santuario di Tindari (che ricalca in grande stile il progetto avviato a Porto), si spense improvvisamente nella sua casa natale di S. Elia (Catanzaro), dove
si era recato per un breve periodo di riposo, il 30 novembre 1977.
Le sue spoglie mortali riposano in un’apposita cappella del santuario mariano di Tindari.
Don Francesco Caporale
Don Francesco Caporale (Badolato 12/07/1872 - Catanzaro 6/10/1961) è figura di prestigio della nostra storia locale e regionale della prima metà del ‘900. Laureato in utroque jure, docente presso lo studentato teologico diocesano Pio X° di Catanzaro a questo prete, di grande statura spirituale e culturale, è infatti toccato in sorte di promuovere e accompagnare la storia del cattolicesimo sociale e democratico nella Calabria contemporanea. Il 1891 è l’anno della Rerum Novarum che “delinea principi fondamentali, spunti di riflessione e criteri di orientamento, per quei cattolici, altri cristiani e persone di buona volontà, che tentano di trovare nuove forme di impegno concreto per il raggiungimento del bene sociale e per la promozione di un nuovo umanesimo”. Lo “Sturzo di Calabria”, come don Caporale verrà definito, entra con entusiasmo ed impegno nel “popolarismo meridionale”, ossia nell’associazionismo cattolico operaio e contadino, e ne diviene ben presto punto di riferimento, unitamente ad altri grandi “popolari” calabresi, come il medico-poeta Antonino Anile di Pizzo e Vito Giuseppe Galati di Vallelonga, più tardi ministro dell’Istruzione nel primo e secondo governo Facta. Don Francesco Caporale lascia un solco profondo nel movimento cattolico operaio e contadino, per tutto il 900 fino alle soglie del Concilio, emergendo ancor oggi, come autore e personaggio di riferimento, nel panorama politico e sociale calabrese. La sua dimensione umana e spirituale mostra altresì alle nuove generazioni che non lo hanno conosciuto, i valori etici e civili della nostra terra, valori che, senza incertezze ed equivoci, soltanto i giovani, oggi, in Calabria, dimostrano di voler compiutamente conquistare e fermamente salvaguardare. Il 6 ottobre 1984, Giovanni Paolo II, in visita nella nostra Regione, lo ricorderà tra le grandi figure di sacerdoti della storia recente della Calabria. “Essi - dirà il Pontefice - hanno capito profondamente il senso della loro testimonianza, strettamente interconnessa e indissolubilmente legata alla dottrina sociale cristiana”.
Per ricordare e celebrare la figura di Don Francesco Caporale si è Costituita il 18 Luglio 2008 presso lo Studio Notarile Panzarella su iniziativa del Centro Studi Politico Sociali Don Francesco Caporale e del suo Presidente Fulvio Scarpino La Fondazione Onlus Don Francesco Caporale Fra i Soci Fondatori di tale iniziativa figurano, fra gli altri, le seguenti associazioni: L'Associazione Onlus Aspilos Magolà, . L'Associazione di Volontariato Per te, con te ?e l'aquilone, L'Associazione Culturale Il Sotterraneo. Alle quali và dato atto di aver voluto investire concretamente risorse umane ed economiche in un delicato e difficile percorso di eticità e solidarietà.
Don Mario Squillace
Francesco Salvatore Mario Squillace nacque a Montepaone ( CZ ) il 7 dicembre 1927. In un paese a prevalente economia agro-pastorale in cui vi era un elevato tasso di indigenza, l'appartenere ad una famiglia di artigiani costituiva un privilegio. I pochi guadagni del padre Francesco Saverio, muratore, e quelli che la madre, Franceschina Candelieri, riusciva a raggranellare da lavoretti di cucito, dalla coltura del baco da seta e da un religioso senso del risparmio, permisero all'adolescente Mario, secondo di cinque figli, di assecondare la sua vocazione sacerdotale.
Aveva tredici anni quando lasciò il suo paese, a piedi, alla volta di Squillace. «Vivo nell'anima » egli scrive « il ricordo di quel lontano 19 ottobre 1940 ...
l'aria era fredda e tagliente ed alitava per le strade, immerse ancora nell'ombra, odor di mosto e di vendemmia».
Prima di avviarsi per i sentieri impervi che conducevano al seminario, volle rivolgere un ultimo sguardo al suo paese, immagine che porterà scolpita per sempre nel cuore. «Si parla spesso e
largamente di questo luogo » rievoca nei suoi ricordi « e chi va si porta dietro l'anima un immaginario favoloso, intramato di nomi e di ombre, un sussulto di poesia, un evento, un tocco di
campana o la stridula sinfonia dei passeri che tra il lusco e il brusco dell'alba estiva ti desta e t'incanta». Dopo due ore di cammino giunse nella città di Cassiodoro, dove « si potevano,
finalmente, avvistare — sullo sfondo chiaro del cielo — alte e svettanti le rovine d'un castello ». Qui fu accolto dal vicario generale mons. Gregorio Procopio e, successivamente, l'8 dicembre, dal
vescovo mons. Giovanni Fiorentini. Terminata l'istruzione primaria e secondaria, Squillace frequentò con profitto gli studi teologici nell'istituto « Pio XI » di Reggio
Calabria; il seminario di Catanzaro era ancora inagibile a causa dell'incendio occorsogli la sera del 21 settembre 1941 che lo aveva pressoché distrutto. Di questa sua permanenza nella città dello
stretto, Squillace ricorda la «nobiltà d'impegno » dei padri gesuiti che «hanno educato diverse generazioni di sacerdoti calabresi», e l'affetto di suoi compagni seminaristi che
rispondono ai nomi di Mauro Fotia, Giuseppe Agostino, Serafino Sprovieri, Andrea Cassone. E poi ancora, «il taglio di un ciuffo di capelli da parte di mons. Antonio Lanza, ... il diaconato
conferitomi dal metropolita mons. Giovanni Ferro il 23 dicembre 1950». Infine l'ordinazione sacerdotale, il 1. gennaio 1952, da parte di mons. Armando Fares, arcivescovo di Catanzaro e
vescovo di Squillace. Da questo momento incomincia per il neosacerdote un'intensa opera pastorale sorretto da uno « smisurato bisogno di conoscere e di sapere ». Nell'ottobre dello
stesso anno venne destinato a Pazzano ( RC ) in qualità di economo curato. « La strada acciottolata e polverosa si snodava nell'ampia pianura di Marone, costeggiava, a tratti, lo Stilaro,
ed il traballante autobus, attraverso il ponte prese a salire con affanno per curve e tornanti ». Durante il percorso si chiedeva con apprensione come fosse quel paese così lontano dal suo. Ma
si consolava al pensiero che, dopotutto, si sarebbe trattato di una breve esperienza, giacché il vescovo ve lo aveva destinato « solo per poche settimane ». Vi rimase per ventinove anni!
Per tutti fu « il prete di Pazzano ». A questo paese fu legato da un amore filiale, al punto che, quando ormai aveva lasciato la parrocchia, egli vi ritornava
spesso. Non di rado lo faceva furtivamente, per non commuoversi e non far commuovere i suoi ex parrocchiani che lo ricambiavano dello stesso amore. Saliva fin al santuario di
Monte Stella e nella suggestiva grotta celebrava una messa ai piedi della Madonna a cui tanto era devoto.
Al suo primo impatto con quella terra lo invase un sentimento di smarrimento e di costernazione. Quell'angolo dimesso a ridosso del monte Consolino gli parve come la conseguenza di una punizione, il
luogo per espiare chissà quali colpe. Ma ben presto la fervida fantasia, l'intelligenza fiorita e la passione per lo studio, lo portarono a scoprire il fascino per quei posti che furono «
sentiero luminoso di fede e civiltà cristiana per l'arrivo dei santi anacoreti, la fioritura della liturgia bizantina ... il culto dell'Assunta, comparsa, in una notte di mezza estate, nell'effusione
d'oro di una luminosissima stella ». Fu così che quel luogo «mi divenne la patria dell'anima». Ma più d'ogni altra cosa lo avvinse la vicinanza, ad un tiro di schioppo, di Stilo, la patria di Tommaso
Campanella. E a questo «figlio dello scarparo» dedicò l'intera sua esistenza, giungendo a scriverne, nel 1968, una apprezzata Vita eroica di Tommaso Campanella , in occasione del IV centenario
della sua nascita. La città di Stilo, in cui nell'occasione si svolsero convegni e festeggiamenti tenacemente da lui voluti, gli conferì una medaglia d'oro per i suoi
appassionati studi campanelliani. Dal suo paesetto adottivo alle falde delle Serre, don Mario strinse rapporti di amicizia con le personalità più rappresentative del movimento cattolico
democratico e con uomini di cultura calabresi. Sulla scia dell'opera e dell'insegnamento di religiosi schierati nel promuovere la presenza cristiana nel sociale, come Carlo De Cardona, Luigi
Nicoletti, Francesco Caporale, si trovò immerso quasi spontaneamente in un movimento di intellettuali e uomini politici intenzionati a continuarne l'opera. Gli furono vicini Riccardo Misasi e Antonio
Guarasci, Sebastiano Vincelli e Rosario Chiriano, Cesare Mulè e Guido Rhodio. E ancora, Luigi Firpo e Gaetano Cingari, Umberto Caldora e Francesco Russo, Fortunato Seminara e Sharo Gambino.
Nel novembre del 1981 l'arcivescovo di Catanzaro mons. Antonio Cantisani lo volle nel capoluogo calabrese perché vi si dedicasse completamente all'insegnamento di sociologia e di religione,
nominandolo, poco dopo, canonico del Capitolo cattedrale di Squillace. Questi suoi nuovi incarichi non sminuirono affatto la sua opera pastorale e culturale che continuò a essere intensa come
prima con prediche, conferenze e dibattiti dappertutto in Calabria.
Nel frattempo aveva dato alle stampe una gran mole di scritti fra i quali vanno ricordati Calabria democratica, Calabria vecchia e nuova , Il Patto Gentiloni in Calabria , Un impegno per la
Calabria, I cattolici e la Calabria.
Giornalista pubblicista, molto prolifica fu la sua collaborazione a giornali e riviste come L'Avvenire di Calabria , Gazzetta del Sud , Tribuna del Mezzogiorno
, Il Giornale di Calabria , L'Avvenire , L'Osservatore Romano , nonché fu fondatore e direttore di Vivarium , la rivista dello studio teologico di Catanzaro, e del quindicinale Comunità
nuova.
Amava lo studio di tutto ciò che riguardava la Calabria. Era così innamorato di questa terra che non lasciò di approfondire alcun aspetto della sua storia e della sua cultura.
Andava fiero del suo essere calabrese. Una calabresità integrale, la sua, che affondava le radici in molto lontano. A chi gli faceva osservare la triste realtà contemporanea; come anche in questa
illustre e nobile terra i valori che quegli uomini avevano impersonato fossero in caduta libera, egli rintuzzava citando colui che più di tutti lo aveva avvinto e affascinato: Tommaso
Campanella. Le radici dei grandi mali del mondo, rispondeva con il filosofo di Stilo, « nel cieco amor proprio, figlio degno d'ignoranza, radice e fomento hanno ». E aggiungeva, con disarmante
candore, che dal decadimento morale, caratteristica, a suo dire, non soltanto di una specifica regione e nemmeno di una singola nazione, essendo il fenomeno di dimensioni planetarie, si
sarebbe potuto uscire mediante « un nuovo umanesimo »; attraverso la ricollocazione dell'uomo, del suo essere microcosmo e del suo mistero al centro del mondo.
Don Mario Squillace fu intraprendente, instancabile, animato da un fervore giovanile fin a un anno dalla sua morte, che avvenne a Montepaone il 10 novembre 1992. Il male oscuro se lo vide
abbattere addosso, silenzioso e inesorabile. «Mi rimetto prima di tutto alla volontà di Dio» disse al professore che lo visitò al « Gemelli » di Roma, « quindi alla sua scienza ». Poi un anno
di lotte, di sofferenze, di preghiere. E di studio. Nonostante gli restassero pochi giorni di vita, egli continuò a leggere, a ordinare le sue carte, a dare indicazioni su come avrebbe dovuto
essere impostato il suo ultimo libro. Morì sereno, come solo può morire un uomo di fede: recitando il santo rosario e la litania della Madonna. Benedisse tutti i suoi cari assicurandoli
che avrebbe pregato per loro «quando sarò nel Regno del Signore».
Le sue ultime parole restano scolpite nella mente e nell'animo di quanti lo amarono. Il volto soffuso di un alone di luce e di speranza, si congedò dalla vita terrena con una esortazione che rivela, nella sua interezza, la ricchezza spirituale dell'uomo: «Vi raccomando il miracolo della fede».
di Francesco Pitaro
Antonio Lombardi (Catanzaro 1898-1950)
Il Servo di Dio Antonio Lombardi nacque a Catanzaro il 13 dicembre 1898 da Nicola e Domenica Lombardi, una famiglia della media borghesia catanzarese. Fu battezzato il 26 dicembre dello stesso anno nella Parrocchia di San Giovanni Battista in Catanzaro e ricevette i nomi di Luciano e di Antonio. Fu il quartogenito di cinque figli, il primo dei quali anche lui di nome Antonio morì prematuramente all'età di tre anni e mezzo. I nomi degli altri fratelli sono Vincenzo, Adelaide e Anna Maria.
Il padre, avvocato e affermato uomo politico non solo a livello locale ma anche nazionale (fece parte del governo prima e dopo l'avvento del fascismo), si era formato alla scuola del radical-socialismo catanzarese ed era vicino alle tendenze massoniche presenti in città. La madre era donna molto pia, religiosa e di temperamento mite, ma la sua non fu vita facile a causa di una malattia mentale che la colse sull'iniziare della maturità.
Antonio Lombardi seguì gli studi liceali nel cittadino Liceo Classico "P. Galluppi" ove mise in bella mostra tutte le sue doti, in particolare nello studio della matematica, a cui faceva eco una raffinata sensibilità letteraria. Al termine degli studi liceali andò a Roma ove si laureò in legge. La scelta di tale ambito di studio e professionale, apparentemente non in perfetta sintonia con le sue naturali propensioni, trova la sua giustificazione nel desiderio del giovane di potersi inserire nello studio del padre, il quale, abbandonato nel frattempo la politica per l'avvento del fascismo, versava in una situazione economica alquanto delicata. Per ciò che riguarda la sua vita interiore, il Lombardi visse la sua giovinezza in uno stato di generale indifferenza religiosa.
Una serie di avvenimenti intervennero, però, sul finire della giovinezza e cioè tra la fine del secondo e all'inizio del terzo decennio del secolo passato nella vita del Nostro e ne segnano definitivamente il percorso. Il primo episodio è legato ad una malattia cardiaca risalente secondo le note scritte nel suo Diario agli anni 1926-1927, i cui postumi lo accompagnarono per tutta la vita e ne causarono la precoce scomparsa. Durante questo periodo di malattia e la convalescenza ad esso seguito, egli ebbe modo di conoscere e di affezionarsi a Teresa Mussari, una giovane di modeste condizioni sociali che abitava vicino la dimora dei Lombardi, ma che nutriva una fede molto forte. Anche la giovane era di fragile salute. Fu un'amicizia intensa che aiutò il Lombardi a ritrovare un intenso e genuino sentimento religioso. La morte della giovane, avvenuta nel 1929, portò a compimento la svolta interiore del Lombardi che culminò nel 1932 - secondo la testimonianza della sorella Adelaide affidata ad una memoria scritta – in una piena adesione al Vangelo. In conseguenza di ciò abbandonò lo studio legale del padre.
L'impegno culturale
Abbandonato lo studio del padre, il Lombardi si dedicò per un lungo periodo allo studio della storia della filosofia occidentale, in particolare di Kant e di Hegel. Ma con intuito felice si accostò anche alla tradizione filosofica e religiosa dell'Oriente. Il primo frutto di tale ricerca fu l’opera La Critica delle Metafisiche, pubblicata dall'editore Bardi di Roma nel 1940, che lo fece conoscere a tutto il mondo filosofico italiano e soprattutto a quello cattolico. A questa prima fatica ne seguirono altre dedicate a diversi temi ed in particolare sono da ricordare lo studio sulla Psicologia dell’Esistenzialismo (Ed. Studium, Roma 1943) e quello su La filosofia di Benedetto Croce (Bardi, Roma 1946). Fu collaboratore e redattore di prestigiose riviste filosofiche, come Sophia, Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, Noesis, Asiatica, Studium, Rassegna di scienze filosofiche, sulle quali intervenne con pregevolissimi articoli.
Per cogliere le motivazioni del suo generoso impegno culturale, è significativo quanto si trova scritto in una sua nota rimasta ancora inedita: «In un mondo nato per la libertà, e perché l’idea di Dio si svelasse, niente è più melanconico che veder gli uomini smarriti nelle tenebre delle loro passioni, tradire se stessi e quell’idea». In queste parole si avverte come egli sentisse sua specifica vocazione lo studio filosofico perché ciò gli permetteva di mostrare agli uomini la loro vera vocazione: essi sono nati per la libertà, ma spesso sono smarriti nelle tenebre dell’ignoranza. In particolare il Lombardi si avvide che la cultura del suo tempo negava qualsiasi valore al trascendente, che si trattava di una cultura tutta improntata al materialismo e all’esaltazione della potenza della tecnica. Ciò suscitava discredito verso la fede e verso la Chiesa. Per tale ragione egli intraprese la dura fatica del pensare allo scopo di criticare, da una parte, gli atteggiamenti antimetafisici comuni a molti in quel periodo e allo scopo, dall’altra, di mostrare all’uomo quale fosse la verità ed il senso della sua esistenza.
Nei suoi testi filosofici si può trovare, perciò, una serrata critica di ogni forma di materialismo o di storicismo e contemporaneamente una forte difesa dei valori della trascendenza. La sua posizione filosofica si avvicina a quella della neoscolastica milanese (G. Bontadini, F. Olgiati, S. Vanni Rovighi). Di tale significativa vicinanza sono testimonianza l'amicizia con p. A. Gemelli, con Mons. F. Olgiati e con il Prof. C. Ottaviano. La sua notorietà in campo filosofico crebbe a tal punto che i suoi interventi vennero accolti sull’autorevole L’Osservatore Romano, con cui collaborò costantemente per un decennio sino alla sua prematura morte.
Nel suo epistolario figurano i nomi dei più illustri pensatori del tempo, basti qui citare Vito Giuseppe Galati, Igino Giordani e Jacques Maritain.
L'impegno sociale
In piena continuità con questo impegno culturale si colloca il lavoro del Lombardi nel campo sociale. Egli visse autenticamente la sua vocazione di battezzato nella Chiesa ed in modo specifico partecipò alla vita dell'Azione Cattolica diocesana, di cui fu nominato Presidente degli Uomini nel 1941 dall’allora Arcivescovo di Catanzaro, Mons. Giovanni Fiorentini.
Il suo principale obiettivo fu quella della formazione delle coscienze, della creazione di personalità mature, di cristiani adulti. Rimasero famosi i suoi cicli di conferenze sulla dottrina cristiana, a cui prendevano parte molti giovani e autorità cittadine. Collaborò anche con gli studenti della FUCI.
La scelta di operare nel campo della formazione si andò sempre più specificando, all’indomani del ritorno della democrazia in Italia, nella cura delle giovani leve della politica, anche se non si impegnò mai direttamente in tale settore della vita pubblica.
Il suo forte desiderio di favorire la cultura locale si concretizzò nella creazione - all'interno della sua abitazione - di un centro di ricerca detto Novum Studium, che fosse punto di ritrovo, di discussione e di formazione dei giovani.
Convinto, poi, che solo una cultura profondamente rinnovata sui valori cristiani potesse garantire un’autentica promozione della società uscita sconvolta dal secondo conflitto mondiale, si adoperò tra gli anni 1944-1945 per la realizzazione di un periodico locale dal titolo L'idea cristiana.
L'impegno caritativo
Il Servo di Dio Antonio Lombardi nella sua vita fu sempre attento a coniugare il suo impegno culturale con una grande attenzione agli ultimi, come ha lasciato scritto con parole commoventi la sorella Adelaide. Durante il periodo fascista per la posizione di prestigio che godeva nella città aiutò molti che erano in difficoltà con il regime di Mussolini, pur essendo lui dichiaratamente antifascista. Il caso più famoso è quello di Frate Giuseppe di Maggio.
Ma la sua azione caritatevole non si limitò al piano personale. Progettò nel rione Bellavista di Catanzaro un piccolo ospizio per ciechi; si impegnò nella difesa coraggiosa dell'orfanotrofio cittadino "Rossi"; diede anche un consistente appoggio all'avvio dell'opera "In Charitate Cristi", attualmente nota con il nome di "Fondazione Betania" e che oggi costituisce una delle istituzioni caritative più prestigiose del Mezzogiorno d'Italia.
La sua precoce morte avvenuta il 6 agosto 1950 gli impedì di portare a terminare i suoi progetti. Ma l’esemplarità e la santità di quest’uomo furono subito avvertite dai suoi amici e conoscenti, i quali, affinché la sua memoria non andasse perduta, il 9 maggio 1954, vollero ricordarlo con una pubblica manifestazione, durante la quale una lapide fu scoperta sul muro della casa paterna in Largo Sant'Angelo in Catanzaro. Il testo della lapide meglio di ogni altro si pone come sintesi della vita e dell'opera di Antonio Lombardi: Pupilla ansiosa di luce / affrontò / gli eterni problemi / in diuturne ricerche / in sintesi armoniose / degne dei maggiori maestri / fervido spesso ignoto benefattore / rivive / nell'amore e nella verità / di Cristo.
A seguito di numerose richieste e dopo aver svolto accurate ricerche sulla vita e sul pensiero di Antonio Lombardi, Mons. Antonio Cantisani, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, il 14 settembre1999, dopo aver ricevuto il parere favorevole dei Vescovi della Regione Episcopale Calabra e il Nihil obstat della S. Sede, ha introdotto la causa di canonizzazione del Servo di Dio Antonio Lombardi e, il 6 ottobre 1999, in occasione dell’insediamento del Tribunale diocesano per la causa di canonizzazione del Servo di Dio, ha intitolato a lui la Biblioteca Diocesana a perenne ricordo del generoso sforzo del Lombardi di coniugare cultura e santità.
Armando Matteo
Postulatore della Causa di Canonizzazione
del Servo di Dio Antonio Lombardi
Beata Maria Candida dell'Eucaristia Carmelitana Scalza
l suo nome da laica era Maria Barba, nacque a Catanzaro da una famiglia di origine siciliana, il 16 gennaio 1884; ritornata la famiglia in Sicilia, frequentò
il Collegio di Maria al Giusino a Palermo; verso i 15 anni, avvertì la chiamata alla vita religiosa, dopo aver trascorso un breve periodo dedito alle vanità, tipiche dell’adolescenza femminile. Pensò
di orientarsi verso le suore della Visitazione, ma poi scelse le Carmelitane; ma non poté realizzare subito questo suo desiderio, per motivi di famiglia, anzi trascorsero molti anni, perché solo nel
1919, a 35 anni, su consiglio dell’arcivescovo di Palermo Lualdi, poté entrare fra le Carmelitane Scalze di Ragusa. Il distacco dalla famiglia di cui era stata il sostegno, fu straziante, i fratelli
non andarono neppure a salutarla. Il 16 aprile 1920 iniziò il Noviziato con il nuovo nome di Maria Candida dell’Eucaristia, un anno dopo emise i primi voti e il 23 aprile 1924 quelli solenni. Benché
fossero passati solo pochi mesi dai voti, fu eletta priora con una speciale dispensa il 10 novembre 1924, carica che le fu confermata ripetutamente nel 1927, 1933, 1937, 1940, 1944. Inoltre negli
anni 1930-33, quando non fu priora, ebbe il compito di sagrestana e maestra delle novizie; restaurò tre antichi monasteri in Sicilia e fu l’artefice del ritorno dei Carmelitani Scalzi nel 1946
nell’isola; incaricata di fondare un nuovo Carmelo a Siracusa, non riuscì a vedere l’opera completata. Dal 1947 ritornò fra le sue consorelle a vivere in ubbidienza la vita del chiostro; due anni
dopo nel 1949 fu colpita da un carcinoma al fegato, malattia mortale che si accompagnò con una lunga sofferenza, molto dolorosa per Maria Candida dell’Eucaristia, la quale sopportò il lungo martirio,
con nobiltà d’animo, rassegnazione alla volontà di Dio e raccolto silenzio, dando un fulgido esempio alla Comunità delle Carmelitane Scalze, del senso teresiano dell’oblazione amorosa delle
sofferenze, che con gioia venivano donate a Dio per la Chiesa e per le anime tribolate. Alle religiose che l’assistevano, le invitava a ringraziare Gesù per il suo martirio, da lei definito “carezza
della misericordia infinita”, di cui non era degna. Si dichiarava “beatissima, felicissima” del suo dolore e negli ultimi giorni, quasi agonizzante volle “immolarsi a Gesù con tutta felicità”,
affermando con serenità “Non mi pento d’essermi data a Gesù”, le sue ultime parole furono d’invocazione a Maria, suo grande amore. Morì consumata dalla malattia il 12 giugno 1949, nel suo convento di
Ragusa. Donna d’intensa spiritualità, vissuta in umiltà e semplicità, Maria Candida con il candore proprio del suo nome, seppe incarnare in sé l’immagine della vera figlia di s. Teresa d’Avila, la
grande riformatrice del Carmelo, la cui vita è proiettata tutta al compimento totale dei suoi doveri, sia piccoli che grandi, per il bene della Chiesa, dei sacerdoti e di tutti i peccatori.
La sua spiritualità fu tutta centrata nell’Eucaristia e su Maria, Madre di Gesù; fra le sue affermazioni c’è quella di essere “rinvenuta” quando aveva trovato e scoperto il mistero dell’Eucaristia e
diceva: “Tu solo mi hai fatto felice; ora so dov’è la gioia, il sorriso. Vorrei additarti al mondo intero, o fonte di felicità, o paradiso. Vorrei trascorrere la vita ai tuoi piedi, vorrei vederti
assediata o divina Eucaristia, da tanti cuori”. E davanti all’Eucaristia in preghiera, veramente si trasfigurava, offrendo di sé l’immagine dell’adoratrice in spirito e verità. Verso la Madonna aveva
un’eccezionale fervore, perché Maria Candida la ringraziava considerando “da te ho avuto l’Eucaristia”, avrebbe voluto dire a tutto il mondo la sua esperienza interiore: “L’amore a Maria vi darà
l’amore a Gesù”. Il suo programma di suora, al quale con il sorriso fu sempre fedele con eroismo, risulta anche attraverso i suoi tanti scritti: “Ho sempre aspirato di dare al mio Dio il massimo di
purezza, il massimo di amore, il massimo di perfezione religiosa”.
La sua particolare adesione allo spirito carmelitano di s. Teresa di Gesù, le ha procurato sia in vita che dopo morta, una fama di santità eccezionale, che con le innumerevoli grazie attribuite alla
sua intercessione, fecero introdurre la causa per la sua beatificazione il 15 ottobre 1981.
È stata beatificata a Roma il 21 marzo 2004 da papa Giovanni Paolo II.
Antonio Borrelli
Mons. Carlo Amirante
IL SERVO DI DIO MONS. CARLO AMIRANTE (1852 – 1934). Un decreto della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, in data 19 giugno 1980, autorizza lo svolgimento della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio CARLO AMIRRANTE, sacerdote. Cardinale si gloria di avergli dato i natali l’1 settembre 1852, nella villa Razzona dell'allora principe di Satriano D. Carlo Filangeri. La Razzona è stata sempre, come lo è tutt'oggi, territorio di Cardinale. Il decreto della Congregazione da però come luogo di nascita Soverato. Così infatti risulta erroneamente nel Registro dei nati nel 1852 di quel Comune. Al n. 12, è riportata la dichiarazione di nascita del Servo di Dio, fatta innanzi al Sindaco Francesco Sangiuliano, il 3 settembre 1852, dal padre «Cavaliere D. Saverio Amirante, di anni trentacinque, di professione Ricevitore delle privative, domiciliato in Soverato». In essa si legge inoltre che il bambino «è nato da D.na Rosalia Glìamas moglie, di anni trentaquattro, domiciliata in detto Comune, di esso dichiarante ..., nel giorno primo del mese di settembre, anno milleottocentocinquantadue, alle ore ventiquattro, nella casa di sua stessa abitazione. Lo stesso ha inoltre dichiarato di dare al bambino il nome di Carlo Biagio Eggidio Conceptio Raffaele». L'atto civile non precisa affatto il luogo di nascita. L'indicazione «nella casa di sua propria abbitazione» non esclude che D. Saverio Amirante, pur avendo il domicilio in Soverato, risiedesse anche «nella casa di sua propria abitazione» nella Razzona di Cardinale, dov'è nato il Servo di Dio suo figlio. L'atto di battesimo determina infatti con esattezza e con dati inequivocabili che la sua patria è Cardinale e non Soverato. LA VITA. Alcuni brevi cenni sulla vita del Servo di Dio ci danno modo di apprezzarne le virtù, nella sua molteplice attività «rivolta ad edificare nella concordia, la cristiana comunità e ad incrementare il Corpo mistico del Cristo». Educato cristianamente dai genitori, persone pie e molto legate alla Chiesa, fu avviato alla carriera militare, iscrivendosi al collegio della "Nunziatella" a Napoli e proseguendo poi gli studi a Torino, dove conseguì il grado di tenente d'artiglieria. Arruolatosi nell'esercito di Vittorio Emanuele II, partecipò alla presa di Porta Pia, 20 settembre 1870. Fu ferito alla gola e, portato all'ospedale, guarì miracolosamente, per l'intercessione della SS. Vergine. Sinceramente pentito per aver preso parte alla lotta contro il Papa, indirizzò a Pio IX una nobile lettera, chiedendone perdono e manifestando la volontà di farsi sacerdote. Ritornato a Napoli, prese l'abito clericale e, compiuti in breve gli studi ecclesiastici, il 22 dicembre 1877, fu ordinato sacerdote dal Card. Rosario Sforza. Dopo tre anni, fu nominato Rettore della chiesa dei Cinesi, dedicata alla Sacra Famiglia e, in seguito, Cappellano Militare. Esercitò anche un valido apostolato negli ospedali, fu nominato Cappellano della Croce Rossa, Assistente ecclesiastico della Pia Opera dell'Incoronata e di numerose Congregazioni secolari. Fu direttore spirituale della Serva di Dio Rosa Gattorno, fondatrice dell'Istituto di S. Anna e della Serva di Dio Maria Landi e delle sue consorelle. Molto devoto della SS. Vergine Addolorata, nel 1897 s'iscrisse al Terz'Ordine dei Servi di Maria. Nel 1920, gli fu affidata la parrocchia di S. Maria Maggiore, comunemente detta "alla Pietrasanta" e, nel 1922, fu insignito dal Papa del titolo onorifico di " Protonotario Apostolico ad instar". Per oltre mezzo secolo si prodigò in modo mirabile al servizio del prossimo, specie dei poveri, che aiutava nelle loro necessità spirituali e temporali. Eroica fu la sua opera di assistenza agli ammalati, durante il colera che infierì a Napoli, nel 1884. Il Servo di Dio eccelse pure nelle scienze profane, come nella matematica, che insegnò sia nel Collegio "cinese", ora Istituto di lingue orientali, sia nelle Scuole Normali Pimental-Fonseca, ove ebbe come allieva la scrittrice Matilde Serao; cosi pure nella musica. Ormai ottantenne, ritiratesi a vita privata, accettò ogni sofferenza e, presentendo la morte, ricevette il S. Viatico e l'Olio degli infermi, rispondendo con mente lucida alle preghiere della Chiesa, e, invocando la Beata Vergine, baciando il santo Crocifisso, si addormentò nel Signore, il 20 gennaio 1934. Il suo corpo, visitato da migliaia di persone, fu esposto per due giorni e poi inumato nel cimitero di Poggioreale. Dopo vent'anni, il 23 luglio 1954, fu trasferito nella chiesa di S. Pietro a Maiella, officiata dai Servi di Maria. La sua fama di santità, in vita e in morte, si è prolungata fino ai nostri giorni, arricchita di segni divini, come grazie e miracoli, ottenuti per l'intercessione del Servo di Dio. Il 20 dicembre 1954 ha avuto inizio, nella Curia Arcivescovile di Napoli, la causa canonica sulla fama di santità, sugli scritti, sui miracoli del Servo di Dio e, dopo due anni, gli atti sono stati rimessi a Roma, alla competente Congregazione, detta allora dei Riti, oggi, per le Cause dei Santi, la quale, osservate le forme giuridiche, l'11 novembre 1959, con l'approvazione di Giovanni XXIII di venerata memoria, emetteva il decreto per l'ulteriore svolgimento della Causa.In data 19 marzo 1980, Giovanni Paolo II ratificava il responso della Congregazione, affinché la Causa del Servo di Dio Carlo Amirante, Sacerdote, fosse canonicamente introdotta. II relativo Decreto è stato emesso il 19 giugno 1980. Tutta la Comunità di Cardinale auspica con ferma fede di venerare quanto prima come Beato e in seguito, come Santo il suo concittadino.
Il Beato Padre Antonio da Olivadi
Padre Antonio da Olivadi
Olivadi diede i natali al Venerabile servo di Dio Padre Antonio da Olivadi. Egli nacque il 1 gennaio 1653 e si narra che in quella notte una grande e prodigiosa luce, interpretata come segno di Dio, fu vista sfavillare sul tetto della casa. Entrato nell'ordine cappuccino nel 1670, Padre Antonio, fu ordinato Sacerdote intorno al 1680. Egli spese tutta la sua vita in Calabria e in ogni parte del Regno di Napoli, sorretto dalla forza delle sue opere ascetiche e con la predicazione instancabile del Cristo Crocefisso e dei Dolori di Maria. Tutto ciò gli fece guadagnare l'appellativo di "Apostolo delle Missioni". Evangelizzò per più di trent'anni l'Italia Meridionale e la Sicilia dando un valido impulso alla spiritualità delle nostre contrade e della nostra gente, facendosi interprete delle afflizioni. Colmo di meriti e consumato dalle fatiche, il servo di Dio, chiamato Beato dalla voce popolare, chiuse la sua apostolica vita nel Convento S.Maria della Misericordia di Squillace il 22 Febbraio 1720 e fu sepolto in un angolo della cappella S.Antonio dello stesso Convento. Il Vescovo di Squillace Mons. Abbati, iniziò il processo canonico per la sua batificazione il 31 luglio 1736. Esso si concluse il 21 Marzo 1746, ma si interruppe per i rivolgimenti politici intervenuti. I resti mortali del Beato Antonio, ancora molto venerati fino al terremoto catastrofico del 1783, si pensava fossero stati travolti e dispersi da tale flagello. Inaspettatamente però il 10 dicembre 1995, sono stati rinvenuti nella Cattedrale di Squillace, dentro il monumento funebre del Vescovo Nicola Notaris, che evidentemente li aveva gelosamente nascosti al momento della consacrazione del nuovo tempio sacro nel 1798. I resti mortali del Servo di Dio, sono stati nuovamente ricomposti dopo la ricognizione canonica da parte dell'Arcivescovo Mons.Antonio Cantisani, il 23 Dicembre 1995, nell'attuale cappella del Crocefisso della Cattedrale di Squillace. Gli abitanti di Olivadi molto devoti al Beato Antonio, gli hanno intitolato una via, una traversa, un piazzale e per ultimo il 20 luglio 1997 la Piazza principale del Paese. Altri uomini illustri sono stati Ludovico Gemelli, scienziato (1757-1835) che partecipò ai moti Risorgimentali del tempo, Ludovico da Olivadi, oratore e scrittore sacro (sec. XVIII).


















































